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Pesaro, Rossini Opera Festival 2021 – Il signor Bruschino

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Il signor Bruschino o la farsa in angustie. Genere tipicamente, squisitamente veneziano, la farsa si afferma nella città della Laguna tra l’ultimo decennio del Settecento e il primo quindicennio del nuovo secolo: fa parte di quel repertorio anfibio, a cavaliere tra buffo e serio, che si radica soprattutto sulla scena del Teatro di San Moisè con poche, sostanziali caratteristiche. Le ricorda Marco Beghelli, quando a un impianto strutturale essenziale («peripezia condensata in un solo atto, con pezzo concertato di crisi a 3/5 del percorso; numero ristretto di personaggi, di mutazioni sceniche, di orchestrali»), associa tuttavia un’apertura alla riflessione drammaturgica e filosofica contemporanea (dal «genre sérieux diderotiano» all’«imitazione della comédie larmoyante alla moda»), che ne fanno un ibrido, sulla scorta del genere semiserio, ma anche un unicum di arduo approccio interpretativo, per il pubblico contemporaneo. Quinta e ultima delle farse composte nell’arco di un triennio da Gioachino Rossini, Il signor Bruschino fu un fiasco tra i più rilevanti della carriera del Pesarese (venne ritirata dalle scene dopo la prima) ma è sensibilissimo termometro dello stato di salute del musicista, prima freccia che, il 27 gennaio del 1813, venne scoccata lungo l’arco di un anno memorabile, in cui avrebbero visto la luce anche i due capolavori del genere serio (Tancredi, il 6 febbraio) e buffo (L’italiana in Algeri, il 22 maggio), rispettivamente al Gran Teatro La Fenice e al San Benedetto.

È, dunque, titolo sul quale opportunamente si sofferma la 42ª edizione del Rossini Opera Festival di Pesaro, con una nuova coproduzione internazionale firmata da Barbe & Doucet, il team creativo composto dal regista Renaud Doucet e dallo scenografo e costumista André Barbe. Lo spettacolo gioca sull’effetto sorpresa: la «Sala terrena che mette sul giardino immediatamente» nel Castello di Gaudenzio è una barca ormeggiata al porto, con tanto di scialuppa di salvataggio a corte: vele e cordami, casse e barili sono lo sfondo di una vicenda che le luci calde e solari di Guy Simard collocano in un caldo meriggio estivo, in un’ambientazione che privilegia l’ocra e l’arancio, il legno e la sabbia. Vestivamo alla marinara potrebbe essere il sottotitolo di uno spettacolo godibile, trasportato in una Belle Époque in cui gli interessi dell’armatore Gaudenzio e di Bruschino, borghese dispettoso e palesemente misantropo, si scontrano con la tenera storia d’amore tra Florville e Sofia, destinata a trionfare nel prevedibile finale. È nelle peripezie, tuttavia, che sta il sale della vicenda, con la sostituzione dell’amoroso al promesso sposo, Bruschino figlio: la linearità con cui queste vicende vengono dipanate è certo esemplare, benché la trasposizione non sembri né ironica né particolarmente vivace; ha il merito, tuttavia, di evitare accuratamente il registro comico – forse si sorride una sola volta, quando Bruschino a causa del caldo tracanna l’acqua in cui ha appena fatto il pediluvio – perché scopo dell’intero spettacolo è proprio quello di cercare una medietà di registro che, probabilmente, apparteneva alle strategie della farsa. Più riuscito appare invece lo scivolamento verso una dimensione garbatamente surreale, ai limiti dell’assurdo: luci stroboscopiche sottolineano il momento del ‘concertato di stupore’, ossia della grande Aria di Bruschino, «Ho la testa o è andata via?», che in realtà diventa un sestetto con la partecipazione di tutti gli altri personaggi; mentre Bruschino figlio, quando finalmente ritorna, è talmente scimunito da frammentare la sua unica frase nell’iterazione di alcuni fonemi, privi di senso ma di divertente impronta onomatopeica. Il grande Rossini è alle porte, insomma, ed è giusto anticiparne i più rigogliosi germogli.

E la nave va, allora. Calma di mare e viaggio sereno accompagnano una distribuzione di cui si apprezza più la coesione d’insieme che le singole prove, in un approccio che tenta in ogni modo di restituire la freschezza del testo. La fa da padrone il Bruschino padre di Pietro Spagnoli, mattatore della scena ma – come si accennava prima – con grande senso della misura. Interviene principalmente nell’enucleare un autentico tormentone («Uh che caldo!», peraltro perfettamente a tono con la torrida temperatura di questa estate) e su questo costruisce un personaggio scorbutico e bisbetico, stralunato quanto basta. È, peraltro, maestro nella varietà di accenti come in sillabati sgranati con spavalda sicurezza, tanto da siglare – con il Gaudenzio di Giorgio Caoduro e il Florville di Jack Swanson – un Terzetto di esemplare caratura, perfetta macchina a orologeria tanto da diventare pagina cruciale del dramma. Caoduro ne è degno contraltare: basso cantante di bella proiezione e sicurezza d’emissione lungo una gamma che lo porta a coprire fino al registro baritonale, capace di eccellere in una coloratura sempre timbratissima, smagliante, martellata; ma pronto anche a mostrare l’improvviso ripiegamento e il buon cuore di un personaggio che, a conti fatti, resterà gabbato, nel delizioso duetto con Sofia, la sua furba pupilla. Era, questa, Marina Monzó, tra le giovani promesse dell’Accademia pesarese. Si conferma elemento d’interesse, per una presenza scenica disinvolta e briosa come per un’amabile definizione vocale, con un che di acidulo e tagliente nel timbro che ben ne traduce il carattere vivace e determinato; interprete stilisticamente accorta, padroneggia con sicurezza la sua Aria. Del pari, Jack Swanson, al debutto pesarese, è tenore elegante, forbito, incline a ricreare tanto l’aura sognante del duettino dell’Introduzione «Quant’è dolce a un’alma amante», quanto quella più energica del successivo confronto con Filiberto, in cui progetta la singolare strategia di conquista di Sofia. Come tanti cantanti di scuola anglo-americana, purtroppo, soffre di un’emissione un po’ vintage, che ricorda tanti tenori del Dopoguerra nel registro acuto. Di pregio i ruoli di fianco, con l’esuberante Filiberto di Gianluca Margheri, l’autorevole Commissario di Enrico Iviglia, la poderosa Marianna di Chiara Tirotta e il frastornato Bruschino figlio di Manuel Amati: tutti ben caratterizzati nel mosaico d’insieme.

Alla guida della Filarmonica Gioachino Rossini è una bacchetta anagraficamente giovane ma non più tale, sotto il profilo dell’esperienza: Michele Spotti figura ormai tra le certezze nel repertorio primo-ottocentesco, tanto più con Il signor Bruschino, alle prese con un Rossini ormai smaliziato – a partire dalla Sinfonia, con i celeberrimi colpi d’archetto sui leggii. Qui emerge la sua capacità non solo di governare una navigazione solare e serena, ma soprattutto nell’indagare con accortezza tra le righe di un genere che deve scivolare nel comico ma mai nel farsesco. Ci sono dunque garbate sottolineature ironiche, a cominciare dai recitativi, in cui il fortepiano creativo di Giorgio D’Alonzo riesce a interpolare citazioni rossiniane ma soprattutto mozartiane: esilarante è quella di «Una donna a quindici anni» prima del duetto tra Sofia e Gaudenzio; ma soprattutto improvvisi affondi verso una dimensione sentimentale, d’impronta francese, quando l’azione appena si colora di dramma, con evidente richiamo al genere semiserio. E tutto questo senza nulla togliere alla levità di tono della narrazione, alla trasparenza di trame orchestrali in cui sapientemente emergono evocativi interventi concertanti, come il corno inglese nell’Aria di Sofia. È, insomma, una direzione di confine: tale da far comprendere tutto il Rossini ormai incipiente, senza nulla sottrarre a quello, sorridente e bonario, degli anni giovanili.

Teatro Rossini – Rossini Opera Festival
IL SIGNOR BRUSCHINO
Farsa giocosa per musica in un atto di Giuseppe Foppa
Musica di Gioachino Rossini
Edizione critica della Fondazione Rossini,
in collaborazione con Casa Ricordi,
a cura di Alberto Gazzaniga

Gaudenzio Giorgio Caoduro
Sofia Marina Monzó
Bruschino padre Pietro Spagnoli
Bruschino figlio Manuel Amati
Florville Jack Swanson
Commissario Enrico Iviglia
Filiberto Gianluca Margheri
Marianna Chiara Tirotta

Filarmonica Gioachino Rossini
Direttore Michele Spotti
Regia, scene e costumi Barbe & Doucet
Luci Guy Simard
Fortepiano Giorgio D’Alonzo
Nuova coproduzione con Royal Opera House, Muscat,
e Teatro Comunale di Bologna

Pesaro, 7 agosto 2021

 

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