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Pesaro, Rossini Opera Festival 2021 – Gala Rossini con Juan Diego Flórez

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Il Rossini Opera Festival 2021 si è concluso domenica 22 agosto con un atteso concerto che, oltre a celebrare il Cigno di Pesaro, festeggiava il venticinquennale del debutto sulle scene del festival di uno dei maggiori interpreti del belcanto dei nostri tempi, Juan Diego Flórez. Chi, tuttavia, si fosse aspettato un programma incentrato sulle grandi arie per tenore del repertorio del Pesarese, potrebbe forse dirsi deluso dal momento che si è preferita una scelta dei brani più coerente con gli intenti programmatici del Festival, ovvero di valorizzazione della musica rossiniana e dei suoi interpreti. Scelta che diremmo vincente, sia perché da un lato il programma si presentava sufficientemente vario, spaziando dal Rossini serio a quello comico, evitando al contempo un taglio troppo popolare a cui la tentazione dei media poteva indurre (il concerto era trasmesso in streaming, su Rai Cultura e in videoproiezione in Piazza Agide Fava); sia perché, dall’altro, ben equilibrava brani solistici, duetti e pezzi d’insieme, chiamando sul palco, con il divo, le voci protagoniste dell’edizione 2021.

Dopo l’Inno d’Italia e l’Inno Europeo, in omaggio alla presenza del Presidente della Repubblica e della Senatrice Segre, il concerto si apre con la Sinfonia della Cenerentola. Michele Spotti, alla guida dell’Orchestra Sinfonica Nazionale della Rai, dirige con garbo e bel gesto, infondendo la giusta ironia al dialogo fra gli strumenti e le diverse sezioni orchestrali, anche se il tutto sembra tratti carente di brio. In generale il suono pare, durante tutto il concerto, appesantito, ma questo è verosimilmente da attribuirsi alla amplificazione e alla trasmissione in streaming: la stessa dinamica dei crescendo risulta schiacciata al climax. Ciò detto, va riconosciuta al Maestro Spotti la cura del dettaglio volta a rendere la forma e l’architettura complessiva di ogni pagina, ben coadiuvato in ciò dall’orchestra.

La prima pagina vocale è il duetto Comte-Comtesse dal Comte Ory, “Ah! Quel respect, Madame” eseguito da Flórez e Marina Monzó. Flórez sfoggia subito la sua abilità di fraseggiatore, le nuances di cui sa forbire il suo canto, a scapito di un timbro che appare qui appena lievemente appannato. Il suo canto è una grande lezione di tecnica e stile che per taluni aspetti, quali, uno fra tutti, la morbidezza dell’emissione, ricorda la lezione del grande Alfredo Kraus, a cui è, almeno nel repertorio francese, affine. Marina Monzó ha voce dotata di bel timbro, forse non personalissimo, ma ottimamente educata, che sale con facilità al registro acuto e si piega senza sforzo alle agilità ben sgranate e ben fraseggiate.

Sergey Romanovsky, affiancato da Marina Monzó (Ermione) Marta Pluda (Andromaca), Jack Swanson (Oreste), Nicolò Donini (Fenicio), Manuel Amati (Pilade), Matteo Roma (Attalo), esegue la grande e temibile aria di Pirro, “Balena in man del figlio”, da Ermione. Romanovsky possiede un timbro scuro, da baritenore, dotato di buon volume nel registro medio basso. La prima sezione dell’aria è affrontata con piglio sicuro, e giusto accento tracotante: le agilità di forza, seppure non sempre scorrevoli, suonano appropriate al testo e al tono della pagina. Il bel colore della voce e il fraseggio si apprezzano maggiormente nella sezione centrale, “Deh serena i mesti rai”, dove il cantante dimostra di sapere ammorbidire il suono, mentre la salita all’estremo acuto appare a tratti insicura nell’ultima sezione, “Non pavento: quest’alma ti sprezza”, dove le agilità suonano eccessivamente dure e facendo trasparire un certo nervosismo. Puntale il contributo dei colleghi come pure del Coro del Teatro Ventidio Basso diretto da Giovanni Farina all’esecuzione dell’impervia pagina.

La Sinfonia da Semiramide è ben fraseggiata, si fa apprezzare per il buon equilibrio fra le sezioni, i bei colori negli archi nei crescendo, ma risolleva i dubbi sull’amplificazione di cui si è riferito sopra. Juan Diego Flórez, per la sua unica pagina solistica, sceglie “La speranza più soave” da Semiramide, ennesima occasione per esibire la sua grande sensibilità e intelligenza musicale. La dizione è perfetta e la parola, affidata al suo canto, si fa musica: il colore della frase scaturisce per logica naturale dal significato di ogni singolo termine; il fraseggio e la morbidezza dell’emissione rendono perfettamente l’intimo significato delle parole. Parafrasando quanto Massimo Mila scrisse di Marilyn Horne, recensendo il suo Falliero pesarese, si potrebbe leggere la musica sulle labbra di Flórez, dove il suono sembra scaturire quasi senza sforzo, con la facilità di quel sorriso che sempre gli fiorisce in volto quando si accinge a cantare.

Il ritorno al Rossini comico è affidato al baritono Giorgio Coaduro che esegue l’aria di Filippo da La gazzetta, “Quando la fama altera” facendosi apprezzare per la simpatia della sua interpretazione, ricca di colori e ironia, la sillabazione ben scandita e la buona esecuzione del canto d’agilità che fa perdonare un acuto finale lievemente arretrato.

La sezione “Signore men vado, o resto?” dal quintetto della Marilde di Shabran, presenta qualche lieve perdita di coesione fra orchestra e palco, prontamente arginata dalla bacchetta del Maestro Spotti; ottimo il canto della Monzó, che dal punto interpretativo risulta tuttavia generica, come pure quello di Flórez che sul palco, anche in concerto, risulta il più disinvolto e coinvolto. È l’occasione per apprezzare qualcosa di più, accanto a quelli di Giorgio Coaduro e Pietro Spagnoli, del canto di Marta Pluda, che, con Nicolò Donini e Jack Swanson è quella rimasta forse più in ombra, a scapito di un timbro mezzosopranile che suona piacevole e di una buona preparazione.

Dopo l’ Ouverture dell’Italiana di Algeri, in cui il suono dell’orchestra pare farsi più morbido, al netto di alcuni accordi che suonano “come un colpo di cannone” direbbe Don Basilio, è il momento di una pagina che, sebbene debba essere annoverata fra le più recenti fra quelle riscoperte di Rossini, è ormai un classico per il registro di basso buffo: “Io, Don Profondo” dal Viaggio a Reims. Pietro Spagnoli non teme il confronto con l’interpretazione per cui questa pagina è diventata celebre: la cura per il legato dona fluidità alla frase musicale, mentre la resa dei diversi accenti europei canzonati dal personaggio della cantata scenica, composta per l’incoronazione di Carlo X, trova tratti di originalità. Buona l’esecuzione della sezione finale, al netto di un timbro a tratti affaticato, che non inficia una bella esecuzione.

Dopo il sestetto del Viaggio a Reims “Zitti! …. Non canta più”, coronato da un luminoso sovracuto della Monzó e Flórez il concerto si conclude con il finale del Guillaume Tell, “Tout change et grandit en ces lieux”, congedo del Genio Pesarese dalle scene teatrali, e autentico simbolo di speranza e rinascita che fa da degno contraltare al messaggio contenuto nei due inni risuonati in apertura: l’identità storica e culturale di un popolo che non si annienta ma si riconosce all’interno di un più universale messaggio di fratellanza.

Rossini Opera Festival 2021
GALA ROSSINI
Pagine da La Cenerentola, Le Comte Ory, Ermione,
Semiramide, La donna del lago, La gazzetta, Matilde di Shabran,
L’Italiana in Algeri, Il viaggio a Reims, Guillaume Tell.

Tenore Juan Diego Flórez
Soprano Marina Monzó
Mezzosoprano Marta Pluda
Tenore Manuel Amati
Baritono Giorgio Caoduro
Basso Nicolò Donini
Tenore Matteo Roma
Tenore Sergey Romanovsky
Baritono Pietro Spagnoli
Tenore Jack Swanson

Orchestra Sinfonica Nazionale della Rai
Direttore e concertatore Michele Spotti
Coro del Teatro Ventidio Basso
Maestro del coro Giovanni Farina

Streaming da Pesaro, 22 agosto 2021

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