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Parma, Festival Verdi 2021 – Simon Boccanegra

Qualcuno lo considera “il” capolavoro di Giuseppe Verdi. Certo, Simon Boccanegra è opera che esprime in modo compiuto e forse ineguagliato la potente tensione etica che abita l’ispirazione del maestro. E che si invera in un approccio pessimista alla vita e alla storia, in questo molto simile allo sguardo di colui che, con Shakespeare, fu il suo riferimento letterario: Alessandro Manzoni. Tuttavia, nel Gran Lombardo, il pessimismo veniva in qualche modo sublimato in una visione di fede – “tutto è grazia”, per dirla con Teresa di Lisieux – che invece non apparteneva a Verdi. Per il compositore, un po’ come era stato per l’ultimo Leopardi, quello de “La ginestra”, agli uomini non restava che fare fronte comune e stringersi in un patto sociale che ponesse un argine – o almeno ci provasse – alla durezza del vivere. Oppure rifugiarsi nel perimetro degli affetti che disegnano la geografia emotiva di un’esistenza: la famiglia, l’amore, l’amicizia. Pur nella dolente consapevolezza della fragile caducità del tutto.

Riflessioni non troppo sistematiche che tornano alla mente ascoltando l’opera verdiana, in scena al Teatro Regio di Parma in forma di concerto, secondo titolo del Festival dedicato dalla città al suo illustre figlio. Ci è parsa proprio quella di un’alta tensione etica, innervata di un’asciutta oratoria civile, la linea scelta da Michele Mariotti, sul podio dei complessi del Teatro Comunale di Bologna (che tanto in passato hanno lavorato con lui, e la cosa si sente). Non un racconto romanzesco, quindi, quello di cui si è fatto narratore Mariotti: la componente romantica che pure esiste (parliamo pur sempre di un pirata divenuto Doge, di intrighi e rapimenti) resta sullo sfondo di un affresco che ha invece la stessa forza di certe grandi tele storiche di Francesco Hayez. Dove la pur importante dimensione emotiva viene in qualche modo piegata alle più cogenti ragioni della storia. Penso a quel capolavoro che è I profughi di Parga, oggi alla pinacoteca Tosio Martinengo di Brescia, la cui importanza nell’epica risorgimentale viene così ben spiegata dalla bella mostra dedicata al melodramma in corso nella città emiliana, quest’anno capitale italiana della cultura. Dunque, Mariotti tende un arco narrativo che rende ragione della sostanziale unità d’ispirazione della partitura, a dispetto della revisione che il maestro fece nel 1881 sulla prima versione del 1857. Lo slancio lirico, sciolto in un abbandono melodico ammaliante ma sempre misurato, sembra trarre ulteriore linfa dall’essere giustapposto a pagine ove il ritmo narrativo incede inesorabile, compatto, poggiato su sonorità lucide e tornite, in una pregevolissima gamma di gradazioni dinamiche e di colori. Il fraseggio è sempre innervato dal respiro del vero uomo di teatro, che guida con sapienza il canto e manifesta un eccellente senso del momento scenico.

Sul fronte del cast, una certa attesa circondava almeno due dei protagonisti: il baritono russo Igor Golovatenko e il soprano americano Angela Meade. Il primo ha esibito una voce ampia e timbrata in tutti i registri, anche se in certi passaggi vicina al colore tenorile. L’interprete si è lodevolmente impegnato per restituire i tormenti del sovrano e del padre, riuscendo a costruire un ritratto convincente, anche se crediamo ci sia margine per un maggiore scavo sia a livello di articolazione della parola che di sfumature nel canto. Angela Meade vanta lo strumento ricco e prezioso che conosciamo e la sua è stata un’interpretazione in crescendo: apprezzabile sempre la giustezza d’accento, mai retorico, mentre la linea vocale ha brillato per pienezza e morbida luminosità soprattutto nella grande scena del Consiglio e nello stupendo finale. Festeggiatissimo dal pubblico parmigiano, Michele Pertusi ha confermato in Fiesco la nobiltà di un canto sempre robusto, ma sfumato e incisivo nell’accento. Interessante la prestazione di Riccardo Della Sciucca nei panni di un Adorno parimenti fiero e amoroso, ma che forse meriterebbe uno scavo maggiore e un più sciolto abbandono alle ragioni del canto. Il bel velluto timbrico e l’intelligenza dell’interprete hanno reso un ottimo servizio al Paolo di Sergio Vitale, insinuante e sottilmente bieco. Così come pregevole è stata la prestazione di Andrea Pellegrini nei panni di Pietro. Completavano il cast Federico Veltri (un capitano dei balestrieri) e Alessia Panza (un’ancella di Amelia). Lodevole per ricchezza e varietà d’accenti la prestazione del coro istruito da Gea Garatti Ansini. Si replica il 16 ottobre. [Rating:4/5]

Teatro Regio – Festival Verdi 2021
SIMON BOCCANEGRA
Melodramma in un prologo e tre atti di Francesco Maria Piave,
dal dramma Simón Bocanegra di Antonio García-Gutiérrez
Musica di Giuseppe Verdi

Simon Boccanegra Igor Golovatenko
Maria Boccanegra/Amelia Grimaldi Angela Meade
Jacopo Fiesco Michele Pertusi
Gabriele Adorno Riccardo Della Sciucca
Paolo Albiani Sergio Vitale
Pietro Andrea Pellegrini
Un capitano dei balestrieri Federico Veltri
Un’ancella di Amelia Alessia Panza

Orchestra e Coro del Teatro Comunale di Bologna
Direttore Michele Mariotti
Maestro del coro Gea Garatti Ansini
In coproduzione con Fondazione Teatro Comunale di Bologna

Parma, 9 ottobre 2021