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Palermo, Teatro Massimo al Verdura – Il trovatore

Tacea la notte placida, al Teatro di Verdura di Palermo, rischiarata dal viso argenteo della luna. Il breve percorso lirico della stagione estiva del Teatro Massimo, iniziato con La traviata, si è concluso sempre nel segno di Giuseppe Verdi e del suo Trovatore, opera assente dalle scene liriche isolane da molti anni e dunque – a priori – attesa del pubblico. Che invece non è risultato numeroso, come ci si sarebbe potuto aspettare, e che soprattutto ha dovuto pazientemente attendere l’inizio dello spettacolo – slittato di mezz’ora e dunque terminato ben oltre il nuovo giorno – a causa del perdurare delle contestazioni sindacali sull’adeguamento della pianta organica dell’ente lirico siciliano. La serata è stata dedicata alla memoria di Graham Vick, che al Massimo aveva dedicato spettacoli indimenticabili: dal provocatorio Rigoletto del 2001 alla complessità espressionista di Die Gezeichneten di Franz Schreker, in prima italiana nel 2010; fino all’intero, emozionante ciclo wagneriano del Ring des Nibelungen, appositamente ripensato per la sala del Basile, suggellato dal Parsifal che aveva inaugurato la stagione 2020.

Per Il trovatore è stato scritturato un cast di grandi stelle internazionali, con almeno un paio di sorprese degne di interesse, a partire dal podio. Chi si aspettava da Daniel Oren – alla guida dell’Orchestra palermitana – una direzione fiammeggiante, corrusca, incandescente, sarà infatti rimasto deluso. Sin dall’Introduzione, infatti, alleggerisce, smorza, raccoglie il suono: non lo spegne, ma lo riduce a una trama a tratti impercettibile, a una filigrana destinata a far emergere le voci: prepotentemente. Da qui prende corpo una concertazione belcantista, elegantissima, in cerca di una morbidezza capace di esaltare il contributo della parte vocale e di conferire all’intera partitura un tono onirico e sognante – ma mai allucinato – in perfetta consonanza con l’atmosfera notturna dell’opera. Una scelta inusitata, la sua, ma destinata a raccordarsi con grande efficacia con gli artisti impegnati nell’opera: a cominciare dal Coro, magistralmente preparato da Ciro Visco, che rinuncia a clangori martellanti in favore di un gioco di chiaroscuri e di mezze voci esemplare: la ripresa in pianissimo di «Squilli, echeggi la tromba guerriera» è una prova di grande magistero. Con il quartetto di protagonisti si disimpegnano con efficacia tutti gli altri interpreti: con il Vecchio zingaro di Federico Cucinotta e il Messo di Pietro Luppina, entusiasma il calore e il colore di Carlotta Vichi, trepida Ines, così come convince il cammeo della quarta parte firmata dal protettivo Ruiz di Blagoj Nacoski. Il giovanissimo Sava Vemić presta a Ferrando un materiale vocale importante e di grande impatto, tuttavia ancora da rifinire compiutamente, privandolo di una ruvidezza di fondo fin troppo evidente.

Nel quartetto principale rimane un passo indietro il Manrico di Carlo Ventre, poco in forma vocalmente. Non già che lo strumento sia inadeguato: lo è piuttosto un canto muscolare, sempre teso, stentoreo, che lo mette a dura prova in un «Ah sì, ben mio» in cui stenta a reggere la linea di canto. È passata tanta, troppa acqua sotto i ponti per sostenere un approccio stilistico di stampo verista, alla Del Monaco, che oggi appare francamente superato. Dopo un terzetto non proprio esaltante, va decisamente meglio, invece, con il Conte di Luna di Artur Ruciński: voce chiara, limpida, di bella proiezione, perfettamente incarna un rivale ancora giovane, aristocratico, aitante. Nobile, oltre tutto, nel fraseggio dei recitativi, ma soprattutto pronto a cogliere l’occasione della sua grande Aria, «Il balen del suo sorriso», che cesella facendone un notturno di stampo romantico, il canto di un innamorato sorpreso nella contemplazione di un sogno d’amore. Un’esecuzione interessante, che trova degno pendant nel Duetto dell’ultima parte, in cui l’incalzare degli eventi non travolge né stravolge il personaggio, che mantiene intatta la sua caratura signorile ed elegante.
C’era grande attesa per la Leonora di Angela Meade, da tempo ‘corteggiata’ dal Massimo e finora ospite unicamente di un gala in streaming durante la pandemia. La diva americana non delude certo le aspettative: è voce autenticamente verdiana e fronteggia con sicurezza le asperità del ruolo grazie alla fluidità dell’emissione, alla padronanza del dettato verdiano, alla correttezza della coloratura, a uno smagliante registro acuto. È attenta alla costruzione delle scene, come dimostra l’applauso a scena aperta che scoppia dopo il «Miserere», quando conclude il tempo di mezzo con un la bemolle capace di dare slancio alla cabaletta finale. Non è ancora, tuttavia, una Leonora perfetta: forse perché il timbro non è idiomatico, forse per una definizione generica del personaggio – vocale, prima di tutto – che è di sicura presa ma che stenta a convincere e trascinare l’ascoltatore.
La dimostrazione di quanto sopra arriva dall’entusiasmante Azucena di Violeta Urmana. Che certo non è più nel fiore della sua carriera e, dunque, le si chiederebbe invano una freschezza e un’omogeneità che ormai non le appartengono. E tuttavia sin dalla sua prima apparizione – elegantissima in uno splendido abito dorato con sfumature blu notte – s’impone per l’esperienza, una padronanza, una presenza assolutamente dirompente, tanto da farla diventare l’autentica trionfatrice della serata. Ciò che maggiormente sorprende non è la capacità di piegare il mezzo vocale a fini espressivi: quanto il sovrano equilibrio con cui sbalza il personaggio, lontanissimo da eccessi cari alla maggior parte delle dive in disarmo, e invece risolto nell’opposizione tra una realtà che ne sollecita le brunite risonanze gravi – e una visione trasognata, sfumata, soffusa di malinconia, grazie alla quale firma un Finale ultimo di rara efficacia. Il tempo lentissimo che Oren stacca permette di far trascolorare i contorni della vicenda, allontanando il distacco dalla vita, ricusando il compiersi di una vendetta subita, più che compiutamente realizzata: tanto da giustificare quell’«orrore» che tutto cancella e sbiadisce nei contorni della memoria. [Rating:4/5]

Teatro Massimo – Estate 2021
IL TROVATORE
Dramma in quattro parti di Salvadore Cammarano
Musica di Giuseppe Verdi

Il Conte di Luna Artur Ruciński
Le0nora Angela Meade
Azucena Violeta Urmana
Manrico Carlo Ventre
Ferrando Sava Vemić
Ines Carlotta Vichi
Ruiz Blagoj Nacoski
Vecchio zingaro Federico Cucinotta
Messo Pietro Luppina

Orchestra e Coro del Teatro Massimo
Direttore Daniel Oren
Maestro del coro Ciro Visco
Luci Giuseppe Di Iorio

Palermo, 18 luglio 2021