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Napoli, Teatro San Carlo – Il pirata

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Non il Bellini più noto, né il più legato al tempio lirico della Napoli in cui era musicalmente cresciuto. E nemmeno quello dell’auspicabile, tanto preziosa versione napoletana dei Puritani, riformulata dopo la première parigina ad hoc per la Malibran, con variazioni strutturali oltre che di registro importanti e per giunta all’epoca mai rappresentata, quindi ascoltata solo ai nostri giorni (1986) grazie al Petruzzelli di Bari. Quanto piuttosto, a 220 anni dalla nascita nella città di Catania al primo piano nobile del Palazzo Gravina Cruyllas dei principi di Palagonia, il Teatro San Carlo sceglie il Bellini ventiseienne del Pirata, melodramma in due atti su libretto di Felice Romani che al Lirico partenopeo risultava addirittura assente all’appello dalle ultime recite ottocentesche. Un titolo che aveva intanto visto il giovane compositore uscire fuori dal Regno e siglarne al contempo il trionfale esordio scaligero organizzato a trait d’union dal mitico impresario Barbaja, la prima collaborazione con il librettista dei suoi migliori, successivi lavori (I Capuleti e i Montecchi, La straniera, Zaira, La sonnambula, Norma, Beatrice di Tenda e I puritani), lì conosciuto grazie al Mercadante che a sua volta, già in forza alla Scala a partire dal suo fortunato Elisa e Claudio, aveva portato in scena nella primavera dello stesso anno 1827 (Il pirata sarebbe stato rappresentato in prima assoluta il 27 ottobre) un testo comico per musica del Romani, Il montanaro. Ma, soprattutto, ne aveva segnato la decisiva maturazione nello stile espressivo e nella tecnica peculiare delle voci, con ruoli di prima linea per soprano sfogato e tenore eroico spinto ad altissima quota in virtù delle potenzialità del Rubini, un impiego funzionale del Coro e apertura al pieno Romanticismo su temi schilleriani e byroniani, fra presagi, piraterie, tempeste e passioni spezzate, forgiando pure il marchio doc per la prima, grande scena di pazzia.

Il pirata di Bellini è stato dunque finalmente riportato al San Carlo, sebbene in forma di concerto registrato dal vivo lo scorso 16 gennaio e nella consueta soluzione a pagamento (2 euro e 29 centesimi) in streaming dal 5 febbraio sulle piattaforme virtuali di Facebook e Mymovies.it. (nel cui trafiletto di presentazione erroneamente si conclude che, al San Carlo, l’opera non è mai andata in scena). E dispiace dirlo, stando alla fruizione dalla pagina Facebook del Teatro San Carlo, con i purtroppo immancabili disguidi tecnici che, a fronte di parallele programmazioni preregistrate e offerte in soluzione impeccabile da altre Fondazioni, magari in forma scenica e per di più gratuitamente su canali di trasmissione ad alta definizione, hanno visto scorrere per i primi minuti immagini a scatti e prive di audio, dunque con il direttore d’orchestra che sbacchettava a intermittenza nel silenzio e l’orchestra suonare a vuoto. Tra i 240 spettatori in diretta, era prevedibile che fioccassero impietosi i primi commenti: “Non si sente”, “No se esucha”, “È il maestro Muto che dirige?”, “Audio, audio”, “No hay sonido”, È tutto a scatti e rallentato, non c’è sincronizzazione”, “Non ci avete fatto pagare per vedervi agitare le braccia!”. Poi, una volta perse per sempre le prime pagine della Sinfonia (il video è rimasto caricato così, fonicamente acefalo), l’esecuzione ha proseguito sugli opportuni binari.

Nella buona volontà delle premesse, c’era intanto la presenza di un cast di voci altisonanti e nell’occasione, per il podio dell’Orchestra della Fondazione più Coro, preparato da Gea Garatti Ansini, la scelta di un siciliano doc con ben chiare nel gesto, come nel cuore e negli sguardi, l’autenticità dei ritmi e la dolcezza delle tinte del primo Bellini: vale a dire, il messinese Antonino Fogliani, propenso a ricercare e ad imprimere sin dalla pagina strumentale d’apertura genuinità e freschezza, se non soave leggerezza, del già magnifico compositore, per poi evidenziarne a impatto e a contrasto sapienti i nodi di maggiore gravità drammatica, come nell’Introduzione con Coro (“Ciel! Qual procella orribile”) che racchiude in sé la forza e persino aloni tematici della mercadantiana Elena da Feltre creata per il San Carlo dieci anni più tardi, o ancora nelle strette in assieme, nei pannelli strumentali, nella scena della follia della protagonista Imogene. E di lì a seguire, per il resto della partitura, la sensibilità del maestro siciliano lo porta a far leva sulle articolazioni del canto e sui rapporti fra dinamiche e colori, garantendo all’esecuzione suggestioni e sfondi di efficace teatralità, pur in assenza di una dimensione scenica (al di là di qualche siparietto nei luoghi del San Carlo con figuranti in costume e la protagonista in sontuosi abiti da concerto) che nasce in antefatto dallo scontro fra pirati aragonesi e flotta angioina nelle acque antistanti la sua Messina, quindi ambientata nella Sicilia medievale fra il Castello di Caldora e dintorni (oggi Calderà, zona litoranea nei pressi di Barcellona Pozzo di Gotto), al tempo della guerra dei Vespri.

Importante come si accennava il cast, con tre voci senz’altro di punta, ma alla resa dell’ascolto non sempre dai risultati parimenti convincenti ed esaltanti. Il tenore spagnolo Celso Albelo, nel ruolo dell’amante e pirata Gualtiero, conte di Montalto e partigiano del re Manfredi, vanta una timbratura chiara senz’altro idonea al canto belliniano ma la tessitura, qui particolarmente alta e ad ampio fraseggiare eroico-patetico, costantemente spinta tra il fa e il la con slanci al si bemolle, do e re acuti secondo le abilità non comuni del Rubini, ne stressa gli accenti e la stessa voce già a partire dal suo esordio con la cavatina “Nel furor delle tempeste” più relativa cabaletta in si bemolle maggiore “Per te di vane lagrime”. Ne risulta un continuo oscillare sullo stile e intonazione con strette forzature paranasali e, viceversa, salti all’acuto, per quanto centrati, mal curati, troppo aperti e spesso violenti. Il suo colore intenso e passionale svetta piuttosto negli assieme ma, ancora nel Cantabile “Tu vedrai la sventurata” e a seguire nella cabaletta all’Atto II, la condotta resta esattamente la stessa. Poco metabolizzata e instabile.
La grande carta veniva quindi calata con il soprano americano dell’Illinois Sondra Radvanovsky, tornata a cantare in Italia dopo sette anni di assenza e per la prima volta arrivata al San Carlo, a carriera avanzata e dopo aver scurito le emissioni fra il secondo e ultimo Verdi fino alla Tosca pucciniana, per debuttare nel ruolo di Imogene (in realtà nella sua agenda già nel dicembre 2019 all’Opéra di Parigi, ma poi cancellata) un tempo amante di Gualtiero e ora sposata a Ernesto, tuttavia ancora legata a Gualtiero a lei ripresentatosi come capo dei pirati aragonesi. In verità la sua sorprendente estensione, forte di una tecnica affilata e impressionante soprattutto nella potenza drammatica così come nell’assoluto controllo di filati e smorzature, ben risponde alla scrittura impervia in pentagramma per soprano “sfogato”, ossia dotato di una robusta zona al grave con sostanza contraltile e ali di coloratura in grado di gestire con padronanza rapidissime scalette, irti salti d’ottava e virtuosismi di ogni genere, in volo verso i sovracuti. L’unico problema è che le varie Lady Macbeth, Rusalka, Amelia, Aida e Tosca, ne hanno sensibilmente maturato il timbro che, tornando a ruoli di belcanto, conserva ben salda la tecnica ma non intatta né la dolcezza, né la purezza del colore necessario. Il suo gran piglio a ogni buon conto fa la parte del leone culminando nella marmorea follia (dal Cantabile “Col sorriso d’innocenza” al tempo di mezzo “Qual suono ferale”, per culminare nel folgorante Allegro “Oh, sole! Ti vela di tenebre oscure”), mirabilmente scolpita e giocata a taglio per il Finale ultimo.
Il più omogeneo e consono è quindi risultato il baritono Luca Salsi nel ruolo di Ernesto, duca di Caldora e difensore della Casa d’Angiò. La sua sortita a un passo dal Finale I arriva come una ventata di aria buona grazie al canto sempre ben proiettato sul fiato, il timbro morbido, gli accenti giusti e lo stile esatto. Bravi gli altri interpreti: il basso di ampio respiro Emanuele Cordaro per il Solitario/Goffredo tutore di Gualtiero, il tenore Francesco Pittari per il compagno Itulbo e il soprano Anna Maria Sarra nel ruolo di Adele, damigella di Imogene. Bene nel complesso il Coro, in versione maschile e mista.

Teatro San Carlo di Napoli
IL PIRATA
Melodramma in due atti su libretto di Felice Romani
Musica di Vincenzo Bellini

Ernesto Luca Salsi
Imogene Sondra Radvanovsky
Gualtiero Celso Albelo
Itulbo Francesco Pittari
Goffredo Emanuele Cordaro
Adele Anna Maria Sarra

Orchestra e Coro del Teatro di San Carlo
Direttore Antonino Fogliani
Maestro del Coro Gea Garatti Ansini

Esecuzione in forma di concerto
Registrato dal vivo il 16 gennaio 2021
In streaming il 5 febbraio 2021

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