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Napoli, Teatro San Carlo – Concerto per Enrico Caruso con Anduaga, Demuro e Meli

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Voce, istinto e passione, fiati poderosi e versatilità di timbro, oltre che di stile, per cantare fra vecchio e nuovo mondo una lirica verace e senza confini, dal repertorio “di grazia” alla Giovane Scuola, canzone classica napoletana compresa. In sintesi, Enrico Caruso. È infatti puntando verso tale molteplicità di angolazioni che il Teatro San Carlo ha voluto rendere omaggio al leggendario tenore partenopeo, in un teatro finalmente pieno fino ai limiti consentiti e plaudente, nell’occasione dei cent’anni dalla morte prematura dell’artista pur salpato definitivamente dal Sud per trovare miglior fortuna e gloria negli States e nella nascente industria del vinile ma, fatalmente, rientrato a concludere dopo una breve permanenza a Sorrento i suoi giorni a Napoli, la mattina del 2 agosto, in un’ormai emblematica stanza del Grand Hotel Vesuvio i cui luoghi restano indissolubilmente legati al suo nome. A un passo dal mare del Golfo luccicante e da quel Borgo Marinari stretto intorno al Castel dell’Ovo che ne aveva tenuto a battesimo le prime melodie “di posteggia”.

A coronare l’omaggio articolato entro un weekend a partire dalla mostra documentaria al MeMus “Napoli e Caruso” curata da Maria Iannotti (vicedirettrice della Biblioteca Nazionale “Vittorio Emanuele III”) e da Dinko Fabris (responsabile scientifico del Dipartimento di ricerca della Fondazione lirica) esponendo il fondo acquisito dalla sezione Lucchesi Palli fra lettere autografe, cartoline, fotografie e caricature spedite dal tenore per vent’anni al suo amico napoletano Angelo Arachite, quindi proseguito con una breve giornata di studi dal titolo “Enrico Caruso da Napoli all’America”, è stato infatti il gala concerto giocato sulla varietà di repertorio, stile e voce, rilanciando la premiata formula dei tre tenori. Tre interpreti – Francesco Meli, Xabier Anduaga e Francesco Demuro – di pari prestigio quanto dalle diversissime peculiarità canore, ciascuno in campo e a staffetta con cinque numeri tratti dal più noto baule carusiano. Come a restituirne per tessere e da altrettante prospettive nell’arco di circa settanta minuti, ruoli, pagine, prodezze ed emozioni. Sul podio dell’Orchestra del San Carlo, nell’occasione, c’era il maestro Marco Armiliato, direttore già ampiamente apprezzato con il recente Trovatore in piazza del Plebiscito e ora, alle prese con un non facile collage, confermatosi guida affidabilissima per la salda tenuta dell’insieme, con particolare cura e rispetto delle voci, per la sapienza delle linee di tensione dinamico-timbrica e per una viva coerenza di caratterizzazione delle singole prove.

In scaletta, naturalmente, un’antologia di arie e canzoni napoletane tratte dal repertorio di battaglia intonato da Caruso, in scena o su disco, naturalmente ben oltre il San Carlo dove, è noto, cantò soltanto due ruoli (Nemorino per l’Elisir d’amore donizettiano nel dicembre 1901 e Des Grieux nella Manon di Massenet nel seguente gennaio) lasciando molto amareggiato e per sempre quelle assi non certo per i dissensi tramandati in via aneddotica quanto, piuttosto, per i severi giudizi espressi sul “Pungolo” dal critico e barone Saverio Procida. La prima recensione, in stralcio, ne bacchettava il registro e la tecnica: “Ecco la mia impressione schiettissima: il Caruso ha una voce di valido timbro baritonale, di bel volume eguale, abbastanza estesa, gagliarda in certi suoni che costituiscono il segreto del suo grande successo teatrale, con note di una potenza rara. (Il suo Si bemolle è uno squillo nitido e di piena vibrazione argentina.) Ma pari alle qualità naturali di un organo privilegiato, a me non risulta il possesso di una sapienza tecnica che disciplini codesti spontanei doni e renda più pastosa la voce, più eguale la successione dei suoni, più elastiche le agilità d’un canto leggero e fiorito come quello dell’Elisir”. La seconda, per l’ultima presenza di Caruso alla lirica sancarliana, andava a rincarare la dose sul mancato controllo del medium vocale: “Bella voce, senza dubbio, con note di sonora potenza, con estensione facile, ma tutt’altro che bene impostata. Bella voce, ad ogni modo, eguale e calda. Ma ciò non basta. […] Il Caruso o tuona nelle note tamagnane, o fa dell’arcadia manierata. […] In conclusione, le doti di Caruso qui si affermano bene, anche meglio che nell’Elisir, ma con pari rilievo si accentuano i difetti. Da questa gagliarda voce, cioè, può balzar fuori un grande cantante, forse anche un artista, giacché l’accento è caldo e vibrante. Ma bisogna disciplinare, raffinare, istruirsi”.

Tornando al San Carlo del presente, dopo una Sinfonia dalla Forza del destino ben scontornata per tinta, ritmi e temi, il primo a uscire al proscenio per esordire finalmente al Lirico partenopeo è stato il tenore ligure Francesco Meli sfoderando, in linea con l’eredità carusiana, forza d’attacco e proiezione, dizione impeccabile, generosità di cavata e nobiltà del legato in unione a un peculiare calore timbrico sia nel canto a piena voce che nelle linee più sfumate. A lui il compito di dar impeto e fuoco di testa, sulle mobili vampate cromatiche degli archi, all’irata gelosia del blasonato (pure lui) genovese Gabriele Adorno, nella scena quinta dell’atto II (“O inferno! Amelia qui! … Sento avvampar nell’anima …Cielo pietoso rendila”). Grande qualità di tempra e di accenti via via in crescendo esibiti con bella padronanza a seguire. Persino nella delicatamente vibrante più che sognante, emblematica romanza per il binomio Caruso-San Carlo “Una furtiva lagrima”, che Meli è sembrato voler rimpolpare di antico melos partenopeo, alla Caruso appunto, inoltre dedicandola a gran voce al presidente dell’Associazione Caruso, Luciano Pituello (cui si deve il fondo carusiano milanese nonché la base per il Museo di Lastra a Signa), presente in sala e persona a lui “molto cara per aver custodito e portato l’anima di Caruso nel mondo”. Quindi, ancora a Meli, un’altra preziosa gemma dell’ascesa scaligera dello storico interprete, con il Loris di “Amor ti vieta” dalla Fedora di Giordano, restituita con una cantabilità di rara portata e respiro, così come a pieni polmoni ha inteso regalare una magnifica Mattinata di Leoncavallo per poi chiudere il suo ricco intervento e al contempo l’intera carrellata canora potenziando la morbida sensualità della canzone ‘A vucchella di Tosti sui versi di D’Annunzio, con orchestrazione di Ivano Caiazza.

Secondo in ordine di apparizione, lo spagnolo Xabier Anduaga è andato in realtà a sostituire un po’ all’ultimo l’inizialmente previsto Freddie De Tommaso. Spartiti su iPad Pro, timbro di smalto, dolce e intenso, autenticità di fiati e ottima intonazione per un fraseggiare ricco di mezzevoci ed espansioni. Il talento di Anduaga è giovane, si sa, ma la sua sensibilità speciale arriva netta all’orecchio e dritta al cuore conferendo tinte raffinate alla romanza di Nadir “Je crois entendre encore, caché sous les palmiers” da Les pêcheurs de perles di Bizet, temperamento e palpito cantante alla romanza di Lyonel al terz’atto (M’appari tutt’amor) dall’opera Martha di Friederich von Flotow. O ancora, evitando inappropriati affondi veristi, nell’aderenza nostalgica di un “E lucevan le stelle” dalla Tosca di Puccini piuttosto erede dei lontani lamenti con catene, giusto con qualche “r” di troppo. Aggiustamenti di pronuncia si suggeriscono anche per le sue incursioni fra le note di Partenope (non a caso, prima di staccare la splendida Tu ca nun chiagne di Ernesto De Curtis seguita poi da Dicitencello vuje di Rodolfo Falvo, sospira e alza gli occhi verso il teatro e il direttore, come a sentire tutto il peso dell’impresa) ma la tempra, c’è da dire, è sempre notevolissima.

Infine il sardo Francesco Demuro riprende ed esalta squillo e resistenza del modello omaggiato, sostenendo peso e slancio delle ampie volute di suono con l’asciutta e lucente lama del suo metallo. Parte in quarta con la Canzonaccia del duca di Mantova (“La donna è mobile”) dal Rigoletto di Verdi ostentando a colpi netti la spavalda articolazione interna, la mobilità degli accenti e un si acuto di tradizione a prova di polmoni. Analogamente, per quanto su repertorio di Francia, la sua aria dal Faust di Gounod (“Salut! Demeure chaste et pure”) s’impone con eleganza stentorea e per la lunghezza dei fiati in zona alta, fino al vertice espressivo messo a segno con la Canzone di Federico (“È la solita storia del pastore”) dall’Arlesiana di Cilea, tenuta a battesimo e con immenso successo da Caruso al Lirico di Milano il 27 novembre 1897. Sul fronte della canzone napoletana vince facile per una maggiore dimestichezza con i linguaggi del Sud, dimostrandosi prodigo di suggestioni e di un’intera gamma di emissioni (talvolta memori dell’eredità del più recente mito Pavarotti) dalle dinamiche assai flessuose, sia in Marechiare di Tosti che in Torna a Surriento di Ernesto De Curtis.

La festa musicale non poteva non essere suggellata da un trionfo di applausi e da un raggiante, doppio bis della canzone sigla di Napoli O sole mio, equamente spartita e fiorita dalla terna degli interpreti à la manière de Domingo, Pavarotti e Carreras.

Napoli, Teatro San Carlo
GALA CONCERTO IN OMAGGIO A ENRICO CARUSO
Musiche di Verdi, Bizet, Donizetti, Flotow, Gounod, Giordano, Puccini, Cilea
e Canzoni del repertorio classico napoletano

Tenori Francesco Meli, Xabier Anduaga, Francesco Demuro

Orchestra del Teatro di San Carlo
Direttore Marco Armiliato

Napoli, 19 settembre 2021

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