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Monte-Carlo, Salle Garnier – Boris Godunov

Si è conclusa una stagione storica per l’Opéra di Monte-Carlo. Per diversi aspetti. Il primo legato alle conseguenze della pandemia del Covid-19, che ha cambiato stili di vita e costretto i teatri a lunghe chiusure forzate, o a programmazioni in streaming. Nel Principato le cose sono andate, per fortuna, meglio. Col pieno sostegno del Principe Alberto II e del Governo Monegasco, il direttore del teatro, Jean-Louis Grinda, armato di coraggio, intraprendenza e passione, non ha calato mai il sipario, come invece avvenuto in mezza Europa, onorando tutti gli impegni di un cartellone assai ricco, con spettacoli (in presenza di pubblico, anche se ridotto) che non hanno subito alcun accorgimento che ne modificasse l’aspetto visivo: ossia, nessuna mascherina in scena e distanziamenti obbligati, sostituiti da controlli costanti e meticolosi di tutte le maestranze artistiche, onde evitare contagi durante le prove.

Il secondo aspetto, che ha reso la stagione appena conclusasi unica, è stato il livello delle proposte, di qualità sempre altissima, come per Boris Godunov di Musorgskij del quale riferiamo. Un titolo che ha un passato memorabile legato alla Salle Garnier, per le diverse edizioni messe in scena con protagonista Feodor Chaliapine, a partire dal 1912, quando l’opera apparve per la prima volta sulle scene monegasche, fino a quella del 1937, un anno prima della morte del leggendario basso russo. Oggi, però, il titolo figura come prima rappresentazione monegasca della versione primitiva del 1869, il cosiddetto Ur-Boris, quella che, finché fu in vita il compositore, mai vide le scene e fu subito soppiantata dalla più ampia edizione in un prologo o quattro atti del 1871, proposta a San Pietroburgo nel 1874. Se questa versione originale è tornata a solcare i palcoscenici sempre più spesso nel corso degli ultimi anni, con esecuzioni senza intervallo nella successione dei sette quadri che la compongono, eseguiti appunto tutti di fila, un motivo c’è; è ascrivibile alla maggior concentrazione che l’opera assume attorno alla figura del protagonista, tratteggiato con quelle pieghe shakespeariane che il regista del nuovo allestimento monegasco, Jean-Romain Vesperini, persegue nell’illuminare la dimensione emotiva del senso di colpa di Boris per l’infanticidio del vero erede al trono, che lo rende uno zar usurpatore annientato dai rimorsi, attorniato da un popolo che soffre e patisce la fame e da una corte di boiari all’interno della quale si sente solo ed estraneo. Lo è anche dinanzi agli affetti più cari, quelli dei figli Ksenija e Fëdor, che non ha mai vicino a sé.

Lo spettacolo accentua questa incomunicabilità che, da subito, mostra Boris, prima ancora di essere incoronato, seduto su un trono, assorto nei suoi pensieri. Anche nella scena dell’incoronazione appare uno zar debole, disorientato, afflitto dal tormento interiore che gli annebbia la mente. Non riesce a celare dietro il potere della corona – che all’inizio sembra quasi rifiutare gli venga posta sul capo, forse perché consapevole della propria colpa – l’angoscia che scena dopo scena, dalla fobica diffidenza trasmessagli dai dignitari che lo circondano, lo conduce alla follia. Lo spettacolo, oltre a puntare sulle straordinarie capacità attoriali del protagonista, mostra, nelle scene Bruno de Lavenère, nei bellissimi costumi di Alain Blanchot e nelle accurate luci di Bertrand Couderc, una Russia notturna, opaca, scura, avvolta in un clima sospeso di ombre sinistre, fra l’onirico e il mistico. Eppure l’impianto scenico non rinuncia a mostrare i simboli della Russia storica nel suo credo stilistico più puro. Ed ecco la grande icona del Cristo, avvolta in un’aura dorata, col gli occhi del redentore che talvolta si rigano di lacrime, e le proiezioni di Etienne Guiol che mostrano ambienti di natura o diventano, alla fine della Scena Quinta, simboli della mente di Boris in balia del delirio, quando una ragnatela di fili rossi progressivamente si infittisce fino a cancellare l’immagine del Cristo al momento in cui, in preda all’allucinazione, Boris pensa di vedere lo spettro insanguinato della sua vittima. L’impianto scenico, nella sostanza fisso, è diviso su due piani. Quello basso, dove il popolo sofferente si aggira fra palizzate lignee utili anche per ambientare la scena della taverna. Quello alto, invece, simboleggia il potere della corte dello Zar, il quale è l’unico che si muove (come per altro fa anche l’Innocente, il puro folle in Cristo) da un piano all’altro, in preda all’oppressione che lo corrode fin dall’inizio, non dandogli tregua. Solo la scena terza, quella del monastero, rinuncia al doppio piano per mostrare una parete in legno, alcuni turiboli e un’icona che sovrasta una porta. L’apparente minimalismo scenografico offre la visione di una Russia storica che non cerca di ricontestualizzare la vicenda ma l’ambienta in atmosfere che nascono dalla tradizione visiva russa, vissuta nei suoi simboli colti attraverso l’occhio di un simbolismo sospeso fra realismo e fantasia, misticismo e immagini oniriche. Il meglio dello spettacolo, assai suggestivo, si ha quando sulla scena agisce il protagonista, vero fulcro dell’allestimento; personaggio che cede dinanzi ai rimorsi e si fa fagocitare da un potere che lo consuma e lo rende inerme, divenendone vittima. Il fantasma dello zarevic Dmitrij gli appare sotto forma di bambino nella scena dell’incoronazione, in mezzo al popolo, o assiste immobile al delirio che lo conduce alla morte nel finale, mentre Fëdor, il figlio al quale Boris consegna il potere, è già assiso sul trono al piano superiore, come un personaggio sognato più che reale.

Inutile dire che per esaltare uno spettacolo così concepito sia necessaria la presenza di un artista fuori dal comune, come si è confermato essere l’ormai affermatissimo Ildar Abdrazakov, uno dei migliori bassi dei nostri tempi. Il suo Boris giganteggia sulla scena, ma appare tormentato, mai preso dalla fierezza regale che l’anima costantemente turbata, con cui la regia lo intende, rende impossibile esplicarsi. Così appare nella scena dell’incoronazione, cantata all’inizio con dolente morbidezza vocale e poi con slancio in acuto sulla perorazione finale che conferma come la sua vocalità sia quella dell’autentico basso-baritono. Impressionante è poi la scena che lo vede, dopo il concitato dialogo col subdolo Principe Šujskij, cedere a un delirio teatralissimo. Non parliamo poi della scena della morte, con quelle frasi intonate a mezza voce, morbide e quasi accarezzate quando si raccomanda al figlio dandogli i migliori consigli per ben regnare, con severità, ma conservando la purezza. La nobiltà della figura e della voce, così come l’energia adoperata per rendere quanto più possibile teatrali le citate scene madri dell’opera; gli accenti nervosi, subito piegati a un canto allucinato, avvolto nelle pieghe fatali di un destino che punisce lo zar (reo di essersi macchiato della colpa di aver fatto assassinare il legittimo erede al trono) e lo condanna al consumarsi della psiche, fanno di Abdrazakov un Boris di toccante tragicità. La scena della morte è così emozionante, tesa e insieme smarrita, che lascia per un attimo ipnotizzati al calare del sipario.

Un così grande Boris ha al suo fianco una compagnia di canto di tutto rispetto, a partire dal Pimen di Alexeï Tikhomirov, tonante voce di basso dalla cavata sonora impressionante. Valido anche il solido e sonoro tenore Oleg Balachov nei panni di Grigorij. Nei rispettivi panni dei due vagabondi ex monaci, Varlaam e Misail, il basso Alexander Teliga, in bella evidenza nella sua canzone nella scena dell’osteria, e il tenore Evgueni Akimov. Ottime il mezzosoprano Marina Iarskaïa e il soprano Anna Nalbandiants nei rispettivi panni di Fëdor e Ksenija, figli di Boris. Oltre all’incisivo Principe Šujskij del tenore Aleksandr Kravets, si citino il baritono Ilia Koutioukhine nei panni del Segretario della Duma Andrej Ščelkalov, il mezzosoprano Natascha Petrinsky in quelli dell’Ostessa e il tenore Kirill Belov, un Innocente per nulla esangue nel piangere i tristi destini della Russia. Completano il cast Marie Gautrot (La Nutrice), Aleksandr Bezroukov (Mitjuscha), Grigori Soloviov (Mikitič) e Pasquale Ferraro (Un boiaro e Una voce nella folla).

Il direttore Konstantin Tchoudovski dona alla scarna scritturata orchestrale della versione originale equilibrata misura nei piani espressivi, con un giusto cangiare di timbri e colori, ottenendo la concentrazione drammatica richiesta dall’affresco corale inteso come eterno conflitto tra individuo e società, evidenziando la sofferenza umana, colta nella dimensione corale e nell’intima lacerazione della coscienza del protagonista, attraverso granitiche sonorità. L’Orchestre Philharmonique de Monte-Carlo risponde con una tenuta sonora solida e compatta, così come il Coro dell’Opéra di Monte-Carlo, istruito da Stefano Visconti, in forma smagliante, affiancato dal Coro dei bambini de l’Académie de Musique Ranieri III, contribuiscono alla piena riuscita musicale di questo Boris Godunov.
Al termine dello spettacolo successo per tutti e grandi acclamazioni per Ildar Abdrazakov. Ora si attende il varo della prossima stagione, che sarà l’ultima firmata da Jean-Louis Grinda prima dell’arrivo di Cecilia Bartoli, alla guida dell’Opéra di Monte-Carlo dal gennaio 2023. [Rating:4.5/5]

Salle Garnier, Opéra di Monte-Carlo – Stagione 2020/21
BORIS GODUNOV
Opera in sette quadri
Libretto e musica di Modest Musorgskij

Boris Godunov Ildar Abdrazakov
Fëdor Marina Iarskaïa
Ksenija Anna Nalbandiants
La Nutrice Marie Gautrot
Il Principe Šujskij Aleksandr Kravets
Andrej Ščelkalov Ilia Koutioukhine
Pimen Alexeï Tikhomirov
Grigorij Oleg Balachov
Varlaam Alexander Teliga
Misail Evgueni Akimov
L’Ostessa Natascha Petrinsky
L’Innocente Kirill Belov
Mitjucha Aleksandr Bezroukov
Mikitič Grigori Soloviov
Un boiaro/Una voce dalla folla Pasquale Ferraro

Orchestre Philharmonique de Monte-Carlo
Choeur de l’Opéra de Monte-Carlo
Choeur d’enfants de l’Académie de Musique Rainier III
Direttore Konstantin Tchoudovski
Direttore del Coro Stefano Visconti

Regia Jean-Romain Vesperini
Scene Bruno de Lavenère
Costumi Alain Blanchot
Luci Bertrand Couderc
Video Etienne Guiol
Assistenti alla messa in scena Olga Paliakova
Studi musicali Kira Parfeevets
Nuovo allestimento in coproduzione con l’Opéra di Avignone

Salle Garnier di Monte Carlo, 22 aprile 2021