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Milano, Teatro alla Scala – Recital di Ludovic Tézier

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Preziosa occasione, quella offerta dal Teatro alla Scala, di ascoltare il baritono francese Ludovic Tézier in un recital in streaming dal programma eclettico e raffinato che ha messo in luce tutte le possibilità espressive e vocali dell’artista (qui il link per la visione). Tézier è soprattutto un baritono d’opera; in Verdi, poi, ha dimostrato di essere il numero uno al mondo. Ad attestarlo c’è il suo ultimo cd Sony Classical, come le molte prove sulle scene internazionali che lo vedono oggi al culmine della sua carriera. Tuttavia, per chi ancora non conoscesse tutte le sfaccettature della sua arte, questa serata è servita a dare il ritratto di un cantante capace di spaziare dal Lied tedesco alla mélodie francese, per poi affrontare l’opera, toccando Offenbach con “Scintille diamant” da Les contes d’Hoffmann, Cajkovskij con l’aria del Principe Eleckij da La dama di picche (Pikovaja dama), Verdi con “Cortigiani, vil razza dannata” da Rigoletto, per finire col verismo di Giordano in “Nemico della patria” da Andrea Chénier. Diciamolo chiaramente: nessun baritono d’opera italiano, quando passa dalla scena alla sala da concerto, raggiunge tale profondità d’analisi stilistica nell’abbracciare un campo d’azione così vasto. Non siamo insomma dinanzi al cantante d’opera che prova ad approcciarsi alla musica vocale da camera, o viceversa, ma a una voce che, in virtù della tecnica e della sensibilità nell’adattarsi a diversi repertori, riesce a essere sempre persuasivo. A questo si aggiunga che la voce di Tézier è davvero bella, timbrata, morbida e fluida nell’emissione, intensa e ispirata nell’espressione.

La prima parte della serata propone Lieder di Schubert e Schumann che parlano di musica, canto e amore (“An die Musik” e “Ständchen” di Schubert e “Hör’ ich das Liedchen klingen” di Schumann) o evocano suggestioni marine (“Meeresstille” di Schubert su testo di Goethe). In quest’ultimo Lied Tézier, complice l’asciutto accompagnamento pianistico di Thuy-Anh Vuong, sa bene come utilizzare la voce non perdendo nulla della morbidezza e della timbratura che ci è nota quando lo si ascolta nell’opera; si piega alle sfumature della pagina dipingendo l’inquietudine del navigante che sente la mancanza di vento utile a veleggiare e, nella calma piatta intesa come sinonimo di morte, sente quel senso di immobilità che Tézier esprime con un respiro sonoro soffice e morbido, all’occorrenza sussurrato. Il medesimo respiro che conquista quando, intonando la celebre serenata “Ständchen” di Schubert, pone l’ascoltatore dinanzi alla languida distensione amorosa in cui Tézier non cerca suoni lontani dalla sua natura vocale, ossia non sbianca mai l’emissione, né cede alle lusinghe di estetismi liederistici che si rifanno alla scuola tedesca. L’anima del suo canto non dimentica di dar valore alla bellezza del suono, che resta carezzevole nel cullare la melodia di Schubert raccogliendone l’involo melodico sublime e mantenendone il fascino senza mai stilizzare la linea, soprattutto preservando il velluto timbrico. E il puntuale tappeto pianistico offertogli da Thuy-Anh Vuong contribuisce alla poetica del risultato, che si ripete anche nel dar giusto respiro alle pagine francesi e poi nell’opera, trovando con la musicista vietnamita una bella intesa artistica.

Passando alla mélodie, il tema dell’ultimo ciclo di quattro liriche di Gabriel Fauré, “L’horizon chimérique”, su versi del poeta Jean de La Ville de Mirmont morto giovanissimo combattendo durante la prima guerra mondiale, ripropone ancora il tema del mare, con i suoi orizzonti aperti verso mete senza fine o forieri di addii (“La mer est infinie”, “Je me suis embarqué”), di navi salpate che hanno lasciato, in chi resta, un inappagato desiderio di partire (“Vaisseaux, nous vous aurons aimés”), o ancora dell’immagine della luna come simbolo della calma della notte (“Diana, Séléné”). Il tema della partenza si ripete ne “L’invitation au voyage” di Duparc su testo di Baudelaire e nella lirica “Les berceaux” del premio Nobel Sully Prudhomme su musica di Fauré. Si parla, nella prima, dell’irrealizzabilità dei sogni in un luogo dove tutto è “ordre et beauté, luxe, calme et volupté” (ogni parola di questo verso finale è intonata da Tézier con un colore e un’espressione diversa), o ancora, nella seconda, di navi che salpano generando distacchi. Qui Tézier, alle prese con la sua lingua madre, ricama sì la parola, avvolgendola di una tinta sognante delicata e sobria, senza però mai sacrificare in suo nome la magia del timbro e del canto. Risultati di medesima importanza sono toccati nelle magnifiche “Quatre Chansons de Don Quichotte” di Jacques Ibert, composte nel 1932 per la colonna sonora del celebre film di Georg Wilhelm Pabst, ispirato al romanzo di Cervantes, che ebbe come protagonista il leggendario basso Feodor Chaliapine. Nell’evocare climi e nostalgie spagnoleggianti che si rifanno a temi popolari, Tézier tocca vertici di autentica poesia espressiva soprattutto nella tristezza sfinita dal dolore della “Chanson de la mort de Don Quichotte”, facendone un vero capolavoro, colorandola di patetismo intimo e sofferto, di trattenuta mestizia al momento in cui attacca con accento commosso ma ancora fiero “Ne pleure pas Sancho”. Siamo dinanzi alla morte de “Le Chevalier de la longue figure”, eroe incompreso che vive i suoi ideali di giustizia assorto in una dimensione di sognante distacco. La voce di Tézier lo fa percepire con un canto vellutato e insieme pervaso di tristezza, sospeso “dans l’île enfin trouvée” dei giusti che vivono nella loro dimensione di allontanamento dalle menzogne del mondo.

Inutile dire che, quando si passa all’opera, la capacità di essere interprete e non solo grande cantante si conferma appena lo si sente intonare le arcate da basso-baritono di “Scintille, diamant”, con un legato che nella salita all’acuto lo vede mantenere la proiezione del suono salda e timbrata, di smalto pastoso. La dichiarazione d’amore del principe Eleckij a Liza dalla Dama di picche lo vede ancora vincere sul piano della nobile eleganza del legato, della linea sostenuta da una voce tanto bella nel timbro quanto attenta nell’espressione. Giunti all’invettiva di Rigoletto, Tézier utilizza l’accento verdiano in “Cortigiani, vil razza dannata” senza marcarne l’incisività declamatoria, evitando di farsi prendere da un impeto posticcio (sono già troppi i baritoni che oggi lo fanno), piegando commossamente la linea di canto in un “Miei signori, perdono, pietate…” che resta un modello per come eseguire a dovere un cantabile verdiano. Ma già si sapeva che Tézier fosse un punto di riferimento in Verdi; lo si è solo confermato. Il concerto si chiude con un “Nemico della patria” intonato con voce solida e piena, senza però esagerare nel dar spazio all’enfasi tribunizia di Carlo Gérard, vittima di un meccanismo rivoluzionario che ha deluso i suoi ideali. Il baritono che canta questa pagina deve cercare, come dimostra di saper ben fare Tézier, la via di un equilibrio fra declamato e espansione lirica, muovendosi sull’ampia tessitura delle frasi con quella composta signorilità che rende il suo canto sempre sorvegliato da uno stile e da un controllo sovrano dell’emissione, oltre che da una dizione impeccabile.

Seguono i bis, regalati in mezzo al silenzio di una sala vuota, dinanzi alla quale non è certo facile cantare a tali livelli senza poter sentire lo scambio emotivo con il pubblico. Ma gli applausi credo siano certo scattati da casa per “Zueignung” di Richard Strauss e, soprattutto, per una toccante esecuzione dell’aria di Wolfram “O du, mein holder Abendstern” da Tannhäuser di Wagner, dove non si sapeva se ammirare più la bellezza del timbro o la magica sospensione donata nell’innalzare il canto alla stella della sera. Ludovic Tézier, autentico baritono grand-seigneur, ci ha conquistati ancora una volta.

Teatro alla Scala – Stagione 2020/21
RECITAL DI CANTO
Musiche Schubert, Schumann, Fauré, Duparc, Ibert,
Offenbach, Cajkovskij, Verdi, Giordano
Ludovic Tézier, baritono
Thuy-Anh Vuong, pianoforte

Streaming Teatro alla Scala Milano, 7 marzo 2021

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