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Milano, Teatro alla Scala – Die sieben Todsünden e Mahagonny-Songspiel

Dopo il successo di Salome, la stagione lirica del Teatro alla Scala prosegue nel nome della musica tedesca del Novecento, con una vera rarità di Kurt Weill; viene infatti proposto, in differita streaming su RaiPlay e sul sito del teatro (qui il link per la visione), un gustoso dittico di rara esecuzione.

Ballet chanté, balletto satirico con canto formato da un prologo, sette parti e un epilogo, Die sieben Todsünden (I sette peccati capitali) fu composto negli anni dell’ascesa del nazismo su libretto di Bertolt Brecht; la sua prima mondiale si ebbe a Parigi, al Théâtre des Champs-Elysées, il 23 giugno 1933, con regia e coreografie di George Balanchine e scene di Caspar Neher, compagno di studi e sodale di Brecht. Ultima collaborazione tra Weill e il drammaturgo e poeta nativo di Augusta, entrambi in esilio, basata su di un linguaggio volutamente ironico e amaro, sottintende una critica sociale feroce del capitalismo. Protagoniste sono le due sorelle Anna (o, forse, sarebbe più corretto dire due facce diverse dello stesso personaggio, Anna I, incarnazione della razionalità e dello spirito pratico, e Anna II, il lato maggiormente istintuale e passionale), che intraprendono un viaggio attraverso le grandi città degli States (Memphis, Los Angeles, Philadelphia, Boston, Baltimora, San Francisco) per raccogliere sufficiente denaro per poter così costruire una casa in Louisiana, sul Mississippi. E così, in una vera e propria apocalisse dei valori borghesi, non disdegnando la prostituzione e la questua, si imbattono via via nei sette vizi capitali: accidia, superbia, ira, gola, lussuria, avarizia, invidia. In passato, Die sieben Todsünden è stata incisa e interpretata da cantanti del calibro di Anja Silja, Brigitte Fassbaender, Anne Sofie von Otter, Ute Lemper, solo per menzionare le più note.

Completa il dittico di operine la piccola cantata scenica del 1927 Mahagonny-Songspiel, anch’essa nata dalle sinergie tra Weill e Brecht, anticipo dell’opera-capolavoro del 1930 Aufstieg und Fall der Stadt Mahagonny. La composizione fu commissionata dal Deutsches Kammermusikfest di Baden-Baden; anche in questo caso, forti sono l’impegno politico e la denuncia nei confronti di una realtà depravata e degenerata, quella della immaginaria città di Mahagonny, una terra promessa infernale dove trovare ricchezza, lusso sfrenato e divertimento, un finto paradiso dominato dal dio denaro e dall’egoismo, dal gioco d’azzardo e dal whisky, popolato da meretrici e cercatori d’oro, illuminato da una “Schöner, grüner Mond”, una luna verde (palese rimando al colore dei dollari).

Sensibile interprete della musica del XX secolo, come ampiamente dimostrato in passato e, ultimamente, dalla recente Salome, sul podio dell’Orchestra del Teatro alla Scala si distingue Riccardo Chailly, Direttore musicale del Piermarini (incarico che, pochi giorni fa, gli è stato confermato fino al 2025). La sua è una lettura estremamente lucida e nitida, coesa e incisiva, volta a sbalzare a tutto tondo con precisione e icasticità le singole anime componenti la caleidoscopica musica di Weill, tra stile “alto” e “basso”: sonorità livide e affilate da Kabarett-Revue anni Venti; sinuose melodie jazz e swing; elaborati interludi non privi di raffinatezze; eleganti ballabili quali il valzer viennese e il foxtrot; songs di tagliente ironia e sapore popolare, soffici languori sentimentali e marce sostenute.

Nel complesso valido il cast scritturato per l’occasione. Dopo il suo debutto scaligero, lo scorso 14 marzo, con un recital di canto, ritroviamo il mezzosoprano statunitense Kate Lindsey, già affermato a livello mondiale particolarmente nel repertorio Sei e Settecentesco. Nei panni di Anna I e di Bessie esibisce, stando all’ascolto in streaming, una vocalità timbricamente sopranile, a tratti asprigna in acuto, maggiormente brunita nei gravi; la recitazione è potentemente espressiva e viscerale, magnetica e coinvolgente. Voce luminosa ed emessa con grazia, il soprano americano Lauren Michelle, per la prima volta al Piermarini, impersona con convinzione, sensualità e dolcezza Anna II e Jessie. Nativo del Texas, il baritono Elliott Carlton Hines (Fratello/Bobby) emerge per uno strumento vocale profondo, mentre il basso statunitense Andrew Harris (Madre/Jimmy) spicca per la vocalità granitica e di colore scuro. Il tenore austriaco Matthäus Schmidlechner (Padre/Charlie) mostra di possedere una voce chiara e musicale, dall’intonazione non sempre puntuale nelle note alte; corretto il tenore australiano Michael Smallwood (Fratello/Billy).

Debutta alla Scala Irina Brook, figlia del celebre regista Peter Brook (noto ai più, probabilmente, per il modernissimo Don Giovanni del 1998 ad Aix-en-Provence, approdato anche al Piccolo Teatro di Milano con, sul podio, un giovanissimo Daniel Harding, e per un Flauto magico, messo in scena nel 2011 al Piccolo Teatro Strehler), già attiva sui più prestigiosi palcoscenici internazionali, dalla Wiener Staatsoper al Salzburger Festspiele al Teatro Real di Madrid. Per affrontare queste due storie cupe la Brook, che firma anche scene, costumi e video, le immagina trasposte in una apocalisse ecologica, ambientando la vicenda in un bar diroccato su di un’isola circondata da un mare di bottiglie di plastica (disastro ambientale quanto mai attuale, quello dell’inquinamento degli oceani); le due sorelle Anna I e Anna II, sopravvissute a questa catastrofe che le ha traumatizzate e segnate nel profondo, raccontano la loro vicenda agli avventori del locale in una serie di flashback. La regista dà vita a uno spettacolo scarno e spoglio, con sparuti elementi scenici di seconda mano da bric-à-brac, costumi variopinti e ordinari, gradevoli video in bianco e nero e movimenti dei cantanti a volte convenzionali e generici; efficaci le luci di Reinhard Bichsel. Nell’economia della serata vanno rammentate le coreografie di Matteo Gavazzi, ballate da Gavazzi stesso e da Elena Dale, e la presenza dell’attore dello Zambia Martin Chishimba nei duplici panni di un barista in paillettes e pantaloni pitonati e di Dio, in candide piume di struzzo. Una produzione, quella di Irina Brook, sobria, piacevole ed essenziale, priva di orpelli e di sprechi, in linea con i tempi di crisi che stiamo vivendo, ma necessitante forse, in alcuni punti, di maggiore causticità e di qualche guizzo in più. Di forte impatto l’inatteso finale, con “Alabama Song” nella cover di fine anni Sessanta di Jim Morrison e dei Doors.
La registrazione verrà trasmessa nuovamente sabato 27 marzo alle ore 20.10 su Rai5, in occasione della Giornata mondiale del teatro. [Rating:3.5/5]

Teatro alla Scala – Stagione 2020/21
DIE SIEBEN TODSÜNDEN
Ballet chanté in nove scene
Testo di Bertolt Brecht
Musica di Kurt Weill

Anna I Kate Lindsey
Anna II Lauren Michelle
Fratello Elliott Carlton Hines
Madre Andrew Harris
Padre Matthäus Schmidlechner
Fratello Michael Smallwood
Attore Martin Chishimba
Ballerino Matteo Gavazzi
Danzatrice Elena Dale

MAHAGONNY-SONGSPIEL
Testi di Bertolt Brecht
Musica di Kurt Weill

Jimmy Andrew Harris
Bobby Elliott Carlton Hines
Billy Michael Smallwood
Charlie Matthäus Schmidlechner
Jessie Lauren Michelle
Bessie Kate Lindsey
Attore Martin Chishimba
Ballerino Matteo Gavazzi
Danzatrice Elena Dale

Orchestra del Teatro alla Scala
Direttore Riccardo Chailly
Regia, scene, costumi, video Irina Brook
Collaboratore tecnico e luci Reinhard Bichsel
Collaboratore del regista Sophie Petit
Movimenti coreografici Matteo Gavazzi
Nuova produzione Teatro alla Scala
Questa produzione è parzialmente sovvenzionata dalla
Kurt Weill Foundation for Music, Inc., New York, NY
Streaming da Milano, 18 marzo 2021