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Londra, Royal Opera House – Macbeth

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Verrebbe da dire, quasi in maniera scontata, Viva Verdi!, visto che, a poco più di due mesi dall’inizio di stagione, la Royal Opera House di Londra ha già messo in scena ben tre titoli del cigno di Busseto. Dopo Rigoletto e La traviata infatti, è stata la volta di Macbeth. Sarà il connubio tra l’orgoglio nazionale per Shakespeare e il fascino esercitato dal genio teatrale di Verdi, ma il pubblico inglese ha accolto la ripresa dello spettacolo di Phyllilda Lloyd in maniera entusiastica, tra schiamazzi da stadio e applausi al cardiopalma. Molti i giovani in sala, il che non è per nulla scontato di questi tempi. Una serata anche dalla forte componente italiana visto che dal podio dirigeva Daniele Rustioni, e il ruolo chiave della Lady era affidato ad Anna Pirozzi, molto apprezzata dal pubblico londinese. Nel ruolo del titolo ha brillato il veterano Simon Keenlyside che, nonostante il passare degli anni, conserva autorevolezza e fascino da vendere. Ben assortito il resto del cast, a suggellare uno spettacolo ben riuscito.

L’allestimento della regista Phyllida Lloyd è del 2002 e viene ripreso per la quarta volta, con diligenza ed efficacia da Daniel Dooner. Lloyd gioca con il simbolismo, senza calcarci troppo la mano e senza trovate che possano mettere in difficoltà i cantanti o ancor peggio stravolgere la storia. La produzione ha decisamente retto alla prova del tempo. Nella visione della regista le streghe non sono mere comparse, ma personaggi che si aggirano per le scene supportando l’azione in momenti chiave e in qualche modo permettendo al fato di fare il suo corso. Lo spettacolo, a livello di partitura, è basato sulla versione del 1865 (salvo il taglio del lungo Ballo del terzo atto), ma viene reinserita la scena della morte di Macbeth della versione originaria del 1847.
Le scene di Anthony Ward sono cupe e opprimenti, a partire dalle quinte che si chiudono a cubo per delimitare gli spazi del castello, salvo aprirsi all’occorrenza per lasciare spazio al cielo o altre visioni. Un altro cubo ruotante delimitato da un reticolato metallico dorato occupa il centro della scena in momenti chiave a simboleggiare l’oppressione del potere ma anche la sua caduta, visto che al suo interno verrà esposta la salma del re Duncan e spirerà lo stesso Macbeth dopo la scena dell’uccisione. Sullo sfondo una Scozia popolata di guerrieri dai lunghi capelli raccolti a coda di cavallo. Ward firma anche i costumi, dove prevalgono quattro colori dalle connotazioni fortemente simboliche: il nero del male e delle pieghe oscure della psiche (presente nei costumi delle streghe ma anche in alcune uniformi), il rosso del sangue e della morte (rossi sono i turbanti indossati da streghe monociglio), l’oro del potere sfrenato (con gli abiti di metallo dorato luccicante della coppia dei Macbeth) e il bianco dell’innocenza (con i costumi dei bambini che compaiono in scena). Non mancano momenti scenicamente d’impatto, come l’arrivo del re Duncan o la visione dei fantasmi degli otto re della stirpe di Banco, entrambi all’insegna del trionfo dell’oro giallo. La visione del movimento della foresta di Birnam viene ricreata con dei lunghi bastoni rossi retti da figuranti e membri del coro.
Nella generale oscurità dell’allestimento, le luci fredde e cliniche di Paule Constable vengono utilizzate per enfatizzare alcune apparizioni: squarci di luce bianca vengono proiettati sul pavimento durante la visione del pugnale da parte di Macbeth in “Mi si affaccia il pugnal”. A queste si alternano luci più calde che si riflettono sull’oro in scena creando effetti sfavillanti e decadenti.

Nel ruolo del titolo si impone Simon Keenlyside, al suo ritorno in questa produzione a distanza di dieci anni. La voce si è scurita e rimane omogenea, anche se il passare del tempo ha inesorabilmente ridotto rotondità e quantità di armonici. Pur senza quella ricchezza di voce baritonale verdiana tipicamente associata a questo ruolo, Keenlyside fa un lavoro egregio con lo scavo interpretativo. Il suo è un Macbeth in preda all’indecisione e al rimorso, che vorrebbe idealmente essere una figura eroica, ma che cade invece in modo fallimentare. La dizione italiana è eccellente e l’equilibrio tra l’eleganza del canto e l’efficacia dell’interpretazione rimane uno dei suoi punti di forza dopo tanti anni di gloriosa carriera. La sua attenzione alla parola e alle inflessioni del canto emerge in modo autorevole in “Pietà, rispetto, amore” nel quarto atto.
Anna Pirozzi torna a ricoprire il ruolo della Lady in questo allestimento dopo tre anni. Era il 2018 e Pirozzi si affiancava ad Anna Netrebko sul palco della ROH, come secondo cast. Questa volta i riflettori sono tutti per lei. Non avrà particolari doti attoriali o quella grinta di pigliarsi il palco che ha la diva russa, ma Pirozzi è comunque partecipe e si fa valere con una vocalità importante. Il suo punto forte è sicuramente a zone elevate del pentagramma con acuti e puntature taglienti e penetranti (che bucano anche le masse corali e orchestrali, come in “Schiudi, inferno” al termine del primo atto). Certo, laddove deve scendere a un registro più mezzosopranile, mancano quei centri scuri e quei gravi dalla screziature luciferine e demoniache di altre Lady. Compensa in acuto però, dove la voce si espande in sala e risulta temibile al punto giusto, come in “Or tutti sorgete ministri infernali”. Un po’ sottotono il duetto “Fatal mia donna, un murmure”, mentre “La luce langue” è evocativa ma la musicalità potrebbe essere più coinvolgente. Discretamente eseguite le agilità drammatiche di “Si colmi il calice”. Più efficace invece a livello scenico l’atto affannato del lavarsi le mani seguito dalla scena del sonnambulismo, dove l’interprete è in preda al delirio da visioni, mentre la vocalista esegue con cura dei bei pianissimi ben sostenuti – peccato che sul finire la voce risulti tirata tanto da impattare la riuscita del re bemolle sovracuto in pianissimo. Nel complesso, comunque, si è trattato di una buona prova e il pubblico è stato conquistato da una vocalità ben espansa in sala.
Quella di Günther Groissböck è sicuramente la voce più interessante della serata, piena, rotonda e risonante. Il basso austriaco è un Banco imponente come presenza scenica, capace di plasmare un canto nobile, come evidente da tutti i suoi interventi e dall’aria “Come dal ciel precipita” nel terzo atto. Peccato che non ci siano altri momenti solistici, perché si avrebbe voglia di ascoltarlo più a lungo. Si fa notare per temperamento, presenza vocale e ottima proiezione anche il Macduff di David Junghoon Kim. La sua aria del quarto atto “Ah, la paterna mano” è tra le più applaudite della serata. Spazio anche ai giovani del Jette Parker Young Artists Programme, la fucina di voci emergenti in seno alla ROH: Egor Zhuravskii, Blaise Malaba e April Koyejo-Audiger rispettivamente nei ruoli di Malcolm, del medico e della dama di Lady Macbeth, completano un cast ben assortito.

Daniele Rustioni serra le fila dell’orchestra della ROH con piglio scattante ed energico, consentendo la celerità dell’azione. Allo stesso tempo, in una manciata di momenti, dilata i tempi per dar spazio alle voci. Il tutto viene fatto con misura senza nuocere alla resa complessiva. Rustioni si tiene poi lontano da effetti stucchevoli, mentre dove viene richiesto più volume si evitano deflagrazioni soverchianti di suono. Ottima la sinergia con i cantanti e con il coro. Voci di corridoio vorrebbero Rustioni tra i papabili alla successione ad Antonio Pappano. Se così fosse, il pubblico londinese potrebbe gradire, almeno a giudicare dall’accoglienza riservata al maestro l’altra sera.
Il coro della Royal Opera House a parte qualche incertezza nel coro iniziale delle streghe, appare in gran forma con momenti dal forte impatto, come il finale del primo e quarto atto e nel coro di rifugiati scozzesi “Patria oppressa!”, particolarmente straziante. Al termine, accoglienza calorosa per tutti gli interpreti.

Royal Opera House – Stagione d’opera e balletto 2021/22
MACBETH
Melodramma in quattro atti
Libretto di Francesco Maria Piave
Musica di Giuseppe Verdi

Macbeth  Simon Keenlyside
Banco  Günther Groissböck
Lady Macbeth  Anna Pirozzi
Dama di Lady Macbeth  April Koyejo-Audiger
Macduff  David Junghoon Kim
Malcolm  Egor Zhuravskii
Medico Blaise Malaba
Un domestico di Macbeth John Bernays
Sicario Olle Zetterström

Orchestra della Royal Opera House
Coro della Royal Opera House
Direttore  Daniele Rustioni
Maestro del coro  William Spaulding
Regia  Phyllida Lloyd, ripresa da Daniel Dooner
Scene e costumi  Anthony Ward
Luci  Paule Constable
Coreografie Michael Keegan-Dolan, riprese da Angelo Smimmo
Allestimento della Royal Opera House

Londra, 19 novembre 2021

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