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Firenze, Teatro del Maggio – Tosca

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Si apre oggi a Salisburgo un’edizione del Festival di Pentecoste dal titolo eloquente: Roma Aeterna. Dopo un Trionfo del Tempo e del Disinganno e una Clemenza di Tito, cavalli di battaglia di Cecilia Bartoli che sovrintende la manifestazione, è prevista in chiusura una recita in forma di concerto di Tosca con i complessi del Maggio Musicale Fiorentinao in trasferta, guidati da Zubin Mehta, e un cast stellare (Kaufmann, Netrebko, Salsi, e con la stessa Bartoli a fare un cameo come pastorello). In preparazione a ciò, il sovrintendente del Maggio Alexander Pereira ha deciso di dare un assaggio al pubblico fiorentino con una serata che funge quasi da prova generale, pur con un cast quasi tutto diverso, ma che è anche un omaggio a Mehta in occasione del suo 85° compleanno.

Il direttore indiano ha dimostrato di avere un notevole feeling con Tosca, come testimoniano le varie incisioni, tra cui quella storica RCA del 1972 con la New Philarmonia Orchestra e Leontyne Price, nonché le numerose produzioni in cui l’ha affrontata dal vivo: il capolavoro pucciniano fu infatti tra i primi titoli che il Maestro diresse a Firenze nel 1964, e tra le diverse edizioni a cui prese parte qui in loco, merita di essere ricordata quella del Festival del 1986 con la famosa regia di Jonathan Miller ambientata durante l’occupazione tedesca della capitale. Una relazione di lungo corso che trova compimento in questa recita, dove Mehta mette in campo una direzione talmente centrata, tutta tesa nella narrazione della vicenda, da risultare una delle sue migliori prove operistiche degli ultimi anni. I tempi sono piuttosto larghi, ma il direttore appare sempre attento a supportare i cantanti, respirando con loro, e alternando allo stesso tempo momenti di pura tensione, come i bellissimi violoncelli e contrabbassi in evidenza per sottolineare la frase di Scarpia “Via, cavaliere, riflettete”, a distese oasi liriche, una su tutte l’alba di introduzione al terzo atto, estremamente tersa, prima che i rintocchi delle campane di Roma facciano il loro ingresso. Queste scelte, unite al suono pieno e rigoglioso di un’Orchestra del Maggio Musicale Fiorentino in ottima forma, contribuiscono a creare una Tosca del disincanto, sentimento che pervade le ultime realizzazioni più riuscite di Mehta, assai lontana dalla cifra espressionista impressa a tratti in gioventù; qui le passioni sono viste da lontano, con l’aria di chi sa che le vicende non possono che avere un epilogo tragico e cerca quindi di assaporarle con la massima consapevolezza possibile.

Il cast è composto da voci note al pubblico italiano nei rispettivi ruoli e offre una prestazione sostanzialmente di buon livello. Saioa Hernández tratteggia una Tosca più glaciale e compunta che passionale. Il primo atto è quasi algido, ma il soprano si scalda con l’incedere della serata e affronta il ruolo con disinvoltura, eseguendo un “Vissi d’arte” immedesimato e screziato nei vari accenti. Gli acuti sono facili e svettanti come sciabolate, mentre il registro grave viene gestito con perizia anche se non è la zona per lei più comoda. Tuttavia, l’interprete convince e porta a casa un discreto successo. Francesco Meli risulta un Cavaradossi piuttosto convenzionale. Il tenore appare più attento al canto che a disegnare un personaggio, e anche se le note ci sono tutte, mancano alcune rifiniture che risultavano più a fuoco nelle recite scaligere dell’inaugurazione 2019/20 e lo rendevano più interessante all’ascolto. Nondimeno l’interprete riceve un incredibile consenso dal pubblico che lo porta a bissare un “E lucevan le stelle” alquanto epidermico. Luca Salsi è uno Scarpia piuttosto esagitato nei momenti concitati, ma sa dare una patina melliflua ai risvolti più subdoli, da quando chiede a Tosca se Mario era solo alla villa a “La povera mia cena fu interrotta”, grazie a un uso calibrato delle sfumature. La voce comunque è di notevole spessore e sa imporsi anche nel “Te Deum”, dove spicca ovviamente il Coro ben preparato da Lorenzo Fratini.

Alessandro Spina sostituisce egregiamente Francesco Milanese nel ruolo di Angelotti, grazie a una voce di bel timbro brunito. Alfonso Antoniozzi è un Sagrestano memorabile, in primis perché non riesce a non recitare anche in questo contesto, e poi perché evita qualsiasi eccesso, puntando tutto sul fraseggio ben curato e mantenendo saldamente la linea vocale. Francesco Pittari è un misurato Spoletta, che ben tratteggia i suoi interventi più frequenti nel secondo atto. Efficaci risultano poi Giulio Mastrotaro come Sciarrone, Adolfo Corrado nelle sue battute da carceriere e la giovane Costanza Mottola nella canzone romana del pastore.
Il pubblico fa sentire fin da subito la calorosa presenza e al termine riserva un notevole successo a tutti, con punte di entusiasmo per Meli e per Mehta. La serata si conclude in una festa trionfale per quest’ultimo tra regali, 85 rose e una lettera autografa di Brahms, offerta dal sindaco Dario Nardella, un filmato che celebra tutta la carriera del direttore e l’orchestra che intona l’immancabile “Tanti auguri”.

Teatro del Maggio – 83° Festival del Maggio Musicale Fiorentino
TOSCA
Melodramma in tre atti
Libretto di Luigi Illica e Giuseppe Giacosa
Musica di Giacomo Puccini

Floria Tosca Saioa Hernández
Mario Cavaradossi Francesco Meli
Barone Scarpia Luca Salsi
Cesare Angelotti Alessandro Spina
Il sagrestano Alfonso Antoniozzi
Spoletta Francesco Pittari
Sciarrone Giulio Mastrotaro
Un carceriere Adolfo Corrado
Un pastore Costanza Mottola

Orchestra, Coro e Coro delle voci bianche
del Maggio Musicale Fiorentino
Direttore Zubin Mehta
Maestro del coro Lorenzo Fratini
Firenze, 19 maggio 2021

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