Firenze, Teatro del Maggio – La traviata

Con La traviata non si sbaglia mai. E infatti per questa prima nuova produzione della stagione 2021-2022 del Teatro del Maggio, si vede la sala quasi totalmente piena, nei limiti dei distanziamenti imposti per legge, di un pubblico variegato e assai reattivo. Molta dell’attenzione si concentra sul nuovo allestimento firmato Davide Livermore, pubblicizzato come la Traviata sessantottina e contestatrice, con tanto di manifesti appesi per tutta la città ispirati alla locandina di Belle du jour, il film di Luis Buñuel uscito nel 1968. Tuttavia chi cercasse un allestimento radicale, bruciante e veramente inserito in quegli anni, potrebbe rimanere deluso. Infatti tutta questa contestazione si vede giusto in qualche scritta murale e nell’irrompere, durante “Si ridesti in ciel l’aurora”, dei celerini a fermare la festa: il perché lo facciano non è molto chiaro, dato che tutto si svolge in una casa lussuosissima e non certo occupata abusivamente, visti i ricercati abiti degli astanti. Sorge quindi presto il dubbio, poi confermato in corso d’opera, che tutte le dichiarazioni siano un’idea non sviluppata e che se ai begli abiti anni ‘60 si sostituissero le crinoline della vecchia cara tradizione cambierebbe assai poco, se non niente.
Tutta la regia è infatti un profluvio di trovate come questa che rendono ancora più incongruente la trasposizione. Ad esempio, la scena in campagna del secondo atto è ambientata in uno studio fotografico bohémien che sa un po’ di fabbrica di banlieu occupata: Violetta e Alfredo sono qui circondati da personaggi che si ritrovano anche nelle feste, in un ambiente, più radical-chic che proletario, il quale ben poco si stacca da quello usualmente frequentato dalla protagonista; la scena, che dovrebbe rappresentare la fuga di Violetta dal mondo parigino, perde così tutta la forza drammaturgica del caso.
La recitazione poi appare curata in alcuni punti, con un primo atto che tutto sommato funziona, e totalmente casuale in altri, come nella suddetta scena prima del secondo atto in cui tutti stanno fondamentalmente al proscenio a cantare come in tante altre Traviate che abbiamo visto, senza contare che le scenografie rimangono puramente decorative e risultano assai poco sfruttate, a partire proprio dallo studio fotografico menzionato. Poco convincente risulta poi il finale con Violetta che si alza e canta i suoi ultimi versi tra l’indifferenza degli astanti che attorniano invece il cadavere rimasto sul divanetto: soluzione già usata dal regista nel Rigoletto che il pubblico potrà vedere tra un mese su questo stesso palco, ma che sa comunque di già visto, come varie altre soluzioni sparse in tutto lo spettacolo.

Dalla buca Zubin Mehta torna per l’ennesima volta a questo titolo verdiano confermando il suo stile. Una direzione pacata, sempre attenta a supportare le voci e il palco, e allo stesso tempo concentrata nel fare emergere colori e tinte orchestrali di sicuro effetto. Molto belli a proposito l’accompagnamento fatale ma in sordina di “Morrò, la mia memoria” o quello quasi irriverente di “Di Provenza il mare, il suol”. Tutto ciò però soffre di due sostanziali limiti: i tempi molto dilatati, che spesso stonano con la visione generale dello spettacolo, e i tagli di tutti i da capo (tranne quello di “Addio del passato”) e delle ultimissime battute finali: cose che nel 2021 sono francamente fuori tempo massimo.

La compagnia di canto è sostanzialmente molto buona. Spicca su tutti Nadine Sierra al suo debutto nel ruolo della protagonista. La voce è di buon volume e dotata di un seducente timbro ambrato. Fin dall’entrata si nota una decisa sicurezza nell’affrontare la parte: la tessitura di Violetta infatti ben si confà alle caratteristiche vocali del soprano, che, tolto il mi bemolle leggermente stimbrato alla fine del primo atto, ha dalla sua un registro acuto luminoso e dei centri di sicuro fascino. A fronte di tanta bellezza vocale, però, il fraseggio e l’interpretazione sono poco approfonditi; le manca insomma il quid della grande interprete, nonostante alcuni momenti particolarmente riusciti come “Morrò, la mia memoria”.
Le doti vocali di Francesco Meli ben si prestano per il ruolo di Alfredo, ormai un personaggio collaudatissimo e spesso frequentato dal tenore. A parte qualche passaggio in cui gli acuti vengono sfogati in modo fin troppo spinto, la sua è una prova nel complesso riuscita. Poco da dire sul Giorgio Germont di Leo Nucci, che lascerà spazio a Plácido Domingo nelle ultime repliche. Il carisma è innegabile, ma il ruolo viene praticamente declamato in modo monolitico e senza alcuna sfumatura.
I comprimari sono sostanzialmente di ottimo livello, a partire dalle due donne: la disinvolta Flora Bervoix di Caterina Piva e la sicura Annina di Caterina Meldolesi. Assai centrato vocalmente risulta il Gastone di Luca Bernard, mentre Francesco Samuele Venuti (Baron Douphol), William Corrò (Marchese d’Obigny) ed Emanuele Cordaro (Dottor Grenvil) sanno ben delineare i propri personaggi con i loro brevi interventi. Encomiabile infine per precisione e compattezza il coro preparato come sempre da Lorenzo Fratini.
Il numeroso pubblico si dimostra entusiasta già dopo il primo atto, quando Nadine Sierra è quasi costretta a uscire per prendersi gli applausi che le vengono tributati. Non mancano poi quelli a scena aperta dopo i pezzi più noti e alla fine della recita si registra un successo quasi trionfale per i tre protagonisti, per Mehta e anche per i fautori della messa in scena, con un davvero esiguo numero di contestazioni. [Rating:3/5]

Teatro del Maggio – Stagione 2021/222
LA TRAVIATA
Melodramma in tre atti di Francesco Maria Piave
Musica di Giuseppe Verdi

Violetta Valéry Nadine Sierra
Alfredo Germont Francesco Meli
Giorgio Germont Leo Nucci
Flora Bervoix Caterina Piva
Annina Caterina Meldolesi
Gastone Luca Bernard
Barone Douphol Francesco Samuele Venuti
Marchese d’Obigny William Corrò
Dottor Grenvil Emanuele Cordaro
Giuseppe Alfio Vacanti
Un domestico di Flora Egidio Massimo Naccarato
Un commissionario Giovanni Mazzei

Orchestra e Coro del Maggio Musicale Fiorentino
Direttore Zubin Mehta
Maestro del coro Lorenzo Fratini
Regia Davide Livermore
Scene Giò Forma
Costumi Mariana Fracasso
Luci Antonio Castro
Video D-Wok
Nuovo allestimento

Firenze, 17 settembre 2021