1

Firenze, Teatro del Maggio – Falstaff

Domanda retorica già ampiamente posta: Falstaff deve far ridere? Risposta già data varie volte: deve far sorridere. Il riso di Falstaff, e di molte commedie in musica italiane, si pensi banalmente a Don Pasquale, è sempre venato da una patina malinconica: in questo caso si tratta della lieve tristezza legata al tempo che passa. Sir John non è altro che una Marschallin straussiana capovolta nel suo disperato tentativo di non sentire l’età che avanza attraverso la continua ricerca della bellezza nella gioventù altrui, fino ad arrivare alla presa di coscienza nel finale; la forma è sostanzialmente diversa, ma la sostanza è la stessa.

Ecco dunque il principale motivo di delusione del nuovo allestimento firmato da Sven-Eric Bechtolf e dal suo team, come nel recente Così fan tutte, che guarda caso soffriva dello stesso problema: in questo Falstaff ci sono la risata sguaiata, le gag comiche sopra le righe, i cachinni di tradizione, le mossettine delle comari, e tutto l’armamentario buono per trasformare il capolavoro estremo di Verdi in una commedia italiana di serie B degli anni ‘70. Inutile fare esempi perché la regia ne è talmente piena da risultare irritante. Tuttavia piace, il pubblico plaude, perché “non ci sono stravolgimenti moderni”. In effetti le scene e i costumi che richiamano l’Inghilterra elisabettiana sono belli e curati, nonché valorizzati dalle luci (molto efficaci i cambi a vista), ma il bel contenitore a poco serve quando la direzione degli interpreti risulta semplicemente datata e macchiettistica.

Il vero motivo di interesse di questo Falstaff, fin dal suo annuncio, consiste nel ritorno a questo titolo dopo le esperienze di Lione, Parigi, Cagliari, e in sala di incisione, di Sir John Eliot Gardiner. Inutile dire che un direttore di tal calibro sul podio si sente fin da subito per la infinita cura al dettaglio, che emerge anche grazie a una orchestra in forma smagliante. La scelta dei tempi risulta piuttosto peculiare dato che tutta l’opera viene improntata inizialmente a una ammirevole speditezza, che dalla seconda scena del primo atto però rallenta, per poi riaccelerare, con sospensioni improvvise e spiazzanti nelle oasi liriche; ciò va spesso a scapito del ritmo teatrale, lasciando un senso di sbigottimento. Tuttavia, si sprecano i momenti che sembra di sentire per la prima volta e, anche quando l’agogica risulta discutibile, si avverte il forte pensiero sotteso a tali scelte: un esempio su tutti è il racconto del cacciatore nero fatto da Alice nel terzo atto, che diventa così una vera marcia funebre da romanzo gotico. A tal proposito, per quanto tutti seguano diligentemente il maestro, egli risulta talvolta incurante delle caratteristiche vocali degli interpreti, chiedendo frasi dai lunghi fiati a chi già risulta in difficoltà, o coprendo alcune voci nelle esplosioni orchestrali; per contro, tollera licenze vocali dispensate soprattutto dal reparto maschile, e ciò risulta anche sorprendente vista la sua storia di recuperi filologici e rivoluzionari di varie fette di repertorio, da Monteverdi a Janáček. Ma, in fin dei conti, bisogna solo ringraziare che ci sia una tale personalità sul podio: è infatti un piacere anche solo vederlo dirigere e dispensare quei suoni.

Il cast presenta alcuni grandi nomi, ma non risulta così ben assortito. Nicola Alaimo ha la fisicità e la voce ideali per incarnare il protagonista. Il volume è ampio, la voce ha un bel colore e domina la tessitura del ruolo con estrema facilità. Le frecce al suo arco non mancano, come dimostrano il bel fraseggio e la malinconia espressi nel monologo di inizio terzo atto. Nonostante il ragguardevole strumento, tuttavia, il baritono si lascia andare a vezzi vocali e scenici piuttosto datati, che lo portano spesso a forzare l’emissione, specie nei momenti più concitati e quando deve risultare arrabbiato. Più controllato appare il Ford di Simone Piazzola, anche se pure lui non è scevro da cachinni, in particolare nella scena in casa sua di fine secondo atto. La voce, pur se leggermente monotona rispetto ad altre prove, si trova a suo agio soprattutto in zona centrale, mentre in acuto si nota qualche forzatura. Matthew Swensen è un buon Fenton, connotato dal suo solito timbro biancastro: può piacere o meno, ma il cantante è comunque apprezzabile per resa vocale e scenica. Discreto è il Dottor Cajus di Christian Collia, che presenta una voce non enorme ma ben proiettata e che ben si disimpegna scenicamente. Ottimi sia per lo strumento che per l’espressività il Bardolfo di Antonio Garés e Gianluca Buratto quale Pistola, ruolo che raramente si sente così ben cesellato.

Il reparto femminile ha un grosso buco nel ruolo di Alice Ford, che dovrebbe fare da vero motore di tutta l’azione. Se sulla carta la scelta di Ailyn Pérez pareva assai felice, alla prova dei fatti la cantante appare vocalmente opaca, soprattutto nei momenti in cui dovrebbe brillare (“E il viso tuo su me risplenderà”), e scenicamente poco probante, ma la colpa è anche della regia che la ingabbia in mosse straviste e di dubbio gusto. Certo è che manca quell’espressività e quel dominio della prosodia italiana atti a rendere questo il vero ruolo deuteragonista dell’opera.
Francesca Boncompagni è una Nannetta di ascendenza barocca, come dimostrano i suoni fissi di certi acuti, non privi anche di un certo fascino. Colpisce soprattutto la gestione dei fiati, dati i tempi scelti per i suoi interventi più lirici, mentre il volume non è dei più consistenti. Sara Mingardo è una Mrs Quickly assai spigliata anche se vocalmente non intonsa, ma che ben si adatta al ruolo della vecchia comare. Assai ben centrata su tutti i fronti appare invece la Meg Page di Caterina Piva: musicalissima, con un ottimo strumento per colore e volume e una cura del fraseggio adatti a valorizzare questo personaggio, solitamente lasciato un po’ in disparte negli onori dell’opera.
Il pubblico si dimostra entusiasta. Alla fine gli applausi scrosciano, con punte di entusiasmo per Alaimo e Gardiner, tanto che il maestro inglese decide di tornare sul podio e bissare la fuga “Tutto nel mondo è burla”. Segue trionfo. [Rating:3/5]

Teatro del Maggio – Stagione 2021/22
FALSTAFF
Commedia lirica in tre atti di Arrigo Boito
Musica di Giuseppe Verdi

Sir John Falstaff Nicola Alaimo
Ford Simone Piazzola
Fenton Matthew Swensen
Dottor Cajus Christian Collia
Bardolfo Antonio Garés
Pistola Gianluca Buratto
Mrs Alice Ford Ailyn Pérez
Nannetta Francesca Boncompagni
Mrs Quickly Sara Mingardo
Mrs Meg Page Caterina Piva

Coro e Orchestra del Maggio Musicale Fiorentino
Direttore Sir John Eliot Gardiner
Maestro del coro Lorenzo Fratini
Regia Sven-Eric Bechtolf
Scene Julian Crouch
Costumi Kevin Pollard
Luci Alex Brok
Video Josh Higgason
Nuovo allestimento

Firenze, 19 novembre 2021