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Firenze, Teatro del Maggio – Così fan tutte

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Qual è il vero motore di Così fan tutte? Come si sa, l’ultima opera della cosiddetta Trilogia dapontiana è permeata da una incredibile ambiguità di fondo, sospesa già nella sua definizione di dramma giocoso tra la tragedia e la commedia. Ma esiste un lato che spinge l’azione teatrale più dell’altro? Viene spesso letta come una composizione riflessiva e malinconica, in cui la saggezza e il cinismo della vecchiaia vincono sulle giovanili passioni tanto intense quanto effimere, e sicuramente fu questo aspetto ad affascinare i primi riscopritori della partitura mozartiana a fine Ottocento, nella fattispecie Richard Strauss e Hermann Levi. Tuttavia questo sentimento pervade la narrazione più come un rumore di fondo che come una estrema esibizione, in quanto tutto è mosso dall’impeto dei giovani, numericamente in maggioranza, i quali bruciando nei loro stessi sentimenti scoprono l’ambivalenza della vita: la malinconia sorge dai momenti in cui il turbinio dell’azione teatrale si arresta, fino al finale luminoso ma disarmante. Mai quindi come in quest’opera il ritmo teatrale deve funzionare come una macchina da guerra, altrimenti sembrerà sempre un’infilata di arie, terzetti e duetti fin troppo lunga da reggere.

Per la nuova produzione fiorentina che ha chiuso la stagione 2020/21, vista in presenza da chi scrive lo scorso 28 marzo, e da domenica 13 giungo disponibile sulla piattaforma ITsART (qui il link), il sovrintendente Alexander Pereira ha chiamato Sven-Eric Bechtolf, una sua conoscenza di vecchia data, e gli ha affidato il terzo allestimento di Così fan tutte della sua carriera, dopo quelli di Zurigo (2008) e Salisburgo (2013), entrambi immortalati in DVD. Se le due precedenti versioni si assomigliavano nell’impianto scenico e registico, questa se ne discosta assai. La scena unica realizzata da Julian Crouch è costituita da una costruzione lignea cilindrica che si apre e si chiude all’uopo, creando ora un emiciclo, ora una torre protetta, ora un loggiato aperto sul giardino. In questa sorta di macchina teatrale di altri tempi, l’azione viene collocata in un pieno Settecento grazie ai costumi di Kevin Pollard, e soprattutto con le proiezioni di Josh Higgason, le quali, con la loro sobrietà da prime versioni a stampa dell’Encyclopédie, rendono la varietà di situazioni e sentimenti, mentre le belle luci pittoriche di Alex Brok aiutano a dare profondità e colore.
In questo allestimento così elegante da vedere in fotografia, la regia vera e propria finisce per essere la vera pecca. Tutti i gesti e i personaggi sono caricati fino al limite della parodia: le donne sono costantemente in posa stereotipata da tragedia, mentre gli uomini si esprimono spesso in maniera caricata, con riferimenti sessuali talmente convenzionali e vecchio stile che finiscono per annoiare. Solo Alfonso e Despina sono caratterizzati in modo più realistico, anche se il primo è costretto insieme agli altri due maschi a sostenere gag vetuste decisamente insopportabili, a partire dai balletti su “Bella vita militar” a cui partecipa anche il coro. A parte questo stile pesante che tanto piace ai registi tedeschi di medio calibro quando affrontano qualcosa di vagamente comico, la storia si dipana in modo sostanzialmente tradizionale; vi è giusto una insistenza maggiore sullo spiarsi a vicenda dei personaggi, soprattutto nel secondo atto, in cui i componenti delle coppie si guardano tutti a vicenda come se conoscessero indistintamente l’entità dello scherzo che tuttavia li porterà a trovare maggiore appagamento nelle nuove ricombinazioni.

Zubin Mehta tiene le redini della parte musicale con la sua solita sicurezza, anche grazie a un’Orchestra del Maggio Musicale Fiorentino in ottima forma. Respira con i cantanti e li sorregge con maestria, così che le voci non risultano mai prevaricate, mentre sotto di loro si dipana evidente la trama dell’orchestrazione mozartiana. A lasciare perplessi sono le scelte di tempi, solitamente molto dilatati (il finale primo risulta quasi estenuante nella sua lentezza), ma con delle riprese rapide, senza respiro e senz’anima in punti solitamente più distesi come i duetti “Ah, che tutta in un momento” o “Secondate, aurette amiche”; soffrono tuttavia anche i momenti concitati che appaiono spesso sfilacciati e poco incisivi. Nonostante non manchino alcuni bei passaggi, specialmente nel secondo atto, come l’accompagnamento leggerissimo di “Il core vi dono”, queste scelte non aiutano a dare una vera spinta teatrale all’opera e l’intera direzione sembra voler astrarsi dallo scorrere del tempo, come se fosse uscita da un’altra epoca, ma senza risultare alla fine paradigmatica.

Il cast presenta alcuni elementi degni di nota. Valentina Naforniţa è una Fiordiligi di piglio aristocratico che si fa valere soprattutto nei momenti lirici e sognanti, dove la voce connotata da un timbro scuro piuttosto affascinante può distendersi appieno sulle melodie. Lo strumento si trova più a suo agio nei centri e in acuto, mentre il registro grave di petto risulta ben padroneggiato anche se non è il punto di forza del soprano lettone. Perde invece consistenza nei passaggi in cui si richiede una maggiore padronanza delle agilità, dalla grande aria del primo atto, “Come scoglio” invero poco incisiva, al rondò del secondo, affrontato con prudenza. Vasilisa Berzhanskaya si distingue per la musicalità e per lo strumento omogeneo e ben proiettato che la rendono una Dorabella assai centrata. La voce si muove infatti sicura sul pentagramma sia negli afflati lirici che nelle agilità, eseguite con estrema sicurezza. L’interprete poi è ben spigliata e sa stare dignitosamente in palcoscenico. A completare il terzetto femminile è la azzeccata Despina di Benedetta Torre, soprano dalla voce agile e leggera che sa anche muoversi spigliatamente in scena. destreggiandosi bene in particolare nel travestimento da notaio.
Tra gli uomini spicca la prova di Mattia Olivieri, un Guglielmo molto efficace sotto tutti i punti di vista. Lo strumento è ampio e ben gestito, connotato da un bel timbro scuro, e non si fa mettere alla corda neanche dalla movimentata aria “Donne mie, la fate a tanti”. Si muove poi con scioltezza e agilità, prestandosi a servire la regia in ogni punto. Meno brillante appare la prova di Matthew Swensen, che a fronte di una omogeneità della linea di canto, presenta una voce che fatica a imporsi in sala, dal timbro poco seducente e un po’ sbiancato. L’interprete poi si limita a delineare un Ferrando piuttosto convenzionale. Il Don Alfonso di Thomas Hampson è ormai un uomo vissuto, che sa tuttavia vivere solo tra i giovani, anche a rischio di sentirsi a disagio. Il baritono americano è dotato di una voce piuttosto consistente, di timbro schiarito, e anche se in alcuni passaggi perde l’intonazione, si riscatta con lo scavo della parola e la presenza scenica degna di un grande artista. 

Teatro del Maggio – Stagione lirica 2020/21
COSÌ FAN TUTTE
Dramma giocoso in due atti K. 588 di Lorenzo Da Ponte
Musica di Wolfgang Amadeus Mozart

Fiordiligi Valentina Naforniţa
Dorabella Vasilisa Berzhanskaya
Guglielmo Mattia Olivieri
Ferrando Matthew Swensen
Don Alfonso Thomas Hampson
Despina Benedetta Torre

Orchestra e Coro del Maggio Musicale Fiorentino
Direttore Zubin Mehta
Maestro del coro Lorenzo Fratini
Regia Sven-Eric Bechtolf
Scene Julian Crouch
Costumi Kevin Pollard
Luci Alex Brok
Video Josh Higgason
Nuovo allestimento
Firenze, 28 marzo 2021

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