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Firenze, Auditorium Zubin Mehta – Fidelio

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A dieci anni dall’apertura del Teatro del Maggio, si inaugura finalmente anche l’Auditorium destinato principalmente ai concerti: una sala dalla capienza massima di 1100 posti, tutti di ottima visibilità e con una acustica eccellente, per quello che sembra dal primo ascolto in loco. Per tale occasione il teatro ha risistemato anche il foyer, posizionandovi alcuni arredi provenienti dal vecchio Comunale, come i bellissimi lampadari di Carlo Scarpa, e adesso in tutto il complesso si respira un’aria diversa, sicuramente più internazionale, meno tetra e asettica rispetto a prima.

La scelta per la prima opera da rappresentare nel nuovo spazio, dopo l’inaugurazione dello scorso 21 dicembre con un concerto sinfonico tenutosi alla presenza del capo dello Stato, cade su Fidelio di Ludwig van Beethoven, un titolo ormai canonizzato per queste occasioni. Il mancato completamento della buca orchestrale porta tuttavia Matthias Hartmann a mutare il progetto registico verso una rappresentazione che potremmo definire semiscenica, per quanto il sovrintendente Pereira anche prima della recita si affretti a dire che si tratta di una regia completa a tutti gli effetti. L’orchestra è sul palco e gli interpreti vi agiscono davanti, in uno spazio piuttosto ridotto, aiutati solo da pochi oggetti e da pedane mobili con teli su cui sono riprodotte i disegni delle Carceri di Giovanni Battista Piranesi, ravvisabili anche sugli abiti di quasi tutti i protagonisti. Hartmann deve così lavorare principalmente su di loro e il risultato si rivela alquanto interessante: tutti recitano benissimo e sono perfettamente calati nei loro ruoli, in un continuo fluire di gesti e azioni semplici ma non banali e aderenti alla musica; vengono sfruttati anche elementi della sala, come le scale ai lati dell’orchestra per simulare la discesa nella profonda cella di Florestan. Dopo aver aderito al libretto per la maggior parte dell’opera, con l’entrata di Don Fernando il tocco drammaturgico si fa più libero: il governatore è infatti un politicante approfittatore e vagamente populista che non vuol fare altro che apparire bene di fronte ai potenziali elettori; non a caso l’unica sua preoccupazione nei confronti dei prigionieri liberati è metterli in fila per una foto finale e vantarsi dell’operato di Leonore, quasi appiattita in questo sfruttamento della propria storia, mentre Marzelline guarda tutti più sconvolta e inorridita che mai (salvo poi quasi ricredersi sulle ultime note). In sostanza, una regia curata che si rivela anche non scontata.

Zubin Mehta diresse il suo primo Fidelio fiorentino in occasione del 32° Festival del Maggio nel 1969, protagonisti Sena Jurinac e James King, con la regia di Giorgio Strehler. Sicuramente si avvertono gli anni che avanzano nella direzione del direttore indiano, anche rispetto alla più recente edizione in loco del 2015. I tempi sono per lo più lenti, meditabondi, quasi distaccati, con sonorità da vecchia scuola che vede Beethoven come il primo romantico. Alla fine dei conti è una lettura che funziona e, a parte qualche attacco impreciso nell’Ouverture, l’Orchestra del Maggio Musicale Fiorentino suona bene, se non benissimo, con certe sferzate memorabili degli archi, specie nell’introduzione all’aria di Florestan, e una esecuzione della Leonora III, inserita a dividere in due parti il secondo atto secondo prassi mahleriana, precisissima, nitida, limata nella sua bellezza iperuranica e tolta dallo scorrere del tempo. Certo ci si potrebbe chiedere cosa può comunicarci un Fidelio del genere oggi che si sta lavorando a livello internazionale al recupero di una prassi esecutiva che potremmo definire “filologica”, intendendo quest’opera come nata tra le ceneri dell’operato mozartiano e l’ascendente cherubiniano (vedere in tal senso la recente edizione diretta da Rafaël Pichon all’Opéra Comique), ma sarebbe forse chiedere troppo a un direttore come Mehta, uno degli ultimi epigoni della vecchia scuola direttoriale tedesca uscita dalle ali di Swarowski.

Il cast assemblato per la produzione rispetta questa visione ed è innegabilmente lussuoso, a partire della protagonista. Finché ci si ostinerà a chiamare per Leonore i soprani wagneriani, Lise Davidsen infatti è la migliore soluzione possibile al problema. La voce è impressionante per volume e bellezza del timbro, sale verso le zone alte del pentagramma con facilità, in acuti folgoranti, e non incontra troppi problemi ad affrontare le asperità del ruolo, venendo aiutata assai anche dalla bacchetta, che nel “Komm, Hoffnung” accomoda tempi adeguati per far dispiegare al meglio lo strumento della cantante norvegese. Pur con alcune soluzioni un po’ prevedibili di fraseggio, non si può negare che il personaggio le calzi a pennello anche dal punto di vista recitativo: per tutta la prima parte sembra infatti un vero ragazzone impacciato, ma sa anche emanare un’aura di donna forte dal momento dell’agnizione. In sostanza si assiste a una prova davvero notevole.
Klaus Florian Vogt ha affrontato Florestan varie volte nel corso della carriera, compresa una inaugurazione scaligera, e a parte il timbro biancastro, non certo dei più suadenti, e alcune forzature di troppo nella prima aria, ha le qualità vocali adatte ad affrontare il ruolo, a partire dall’iniziale crescendo sul primissimo “Gott”, fino alla varietà di accenti profusa nei suoi vari interventi. Tomasz Konieczny interpreta un Pizarro disumano, che colpisce per le asprezze della voce, comunque di volume ragguardevole, usate in modo espressivo, motivo per cui viene accolto da una ovazione al termine della sua aria “Ah, welch ein Augenblick”. Peccato che dopo la voce perda spesso di intonazione, non risultando così sempre a fuoco.
Franz-Josef Selig è un Rocco bonario ma mai farsesco, grazie a uno strumento ancora apprezzabile per colore e volume, perfettamente applicato all’umanità del ruolo. Colpisce assai la Marzelline di Francesca Aspromonte, in primis per la buona emissione, per cui risulta sempre perfettamente udibile anche nei momenti di insieme, e per i centri rotondi e belli, conditi da alcuni acuti con qualche ascendenza barocca di discreto fascino; l’interprete usa poi accenti appropriati, convogliandoli in un fraseggio variegato, che impreziosisce l’interpretazione insieme a una buona presenza scenica.
Luca Bernard è uno Jaquino ben centrato sia vocalmente che scenicamente, mentre Birger Radde riesce a dare a Don Fernando il rilievo scenico e musicale che giustamente gli compete. Ottimi infine risultano i due prigionieri interpretati da Leonardo Melani e Nicolò Ayroldi, e tutta la compagine corale che distilla una splendida esecuzione di “O welche Lust” e un finale un pelo muscolare ma ben fatto.
L’atmosfera di festa è percepibile nel pubblico che non lesina sugli applausi a scena aperta, tributati dopo quasi tutti i numeri chiusi. Alla fine, grande successo per tutti gli interpreti e i fautori della messa in scena con vere e proprie ovazioni per Davidsen e Mehta.

Teatro del Maggio – Stagione 2021/22
Opera inaugurale della Sala “Zubin Mehta”
FIDELIO
Opera in due atti op. 72
Libretto di Joseph Sonnleithner e Georg Friedrich Treitschke
Musica di Ludwig van Beethoven

Don Fernando Birger Radde
Don Pizarro Tomasz Konieczny
Florestan Klaus Florian Vogt
Leonore Lise Davidsen
Rocco Franz-Josef Selig
Marzelline Francesca Aspromonte
Jaquino Luca Bernard
Erster Gefangener Leonardo Melani
Zweiter Gefangener Nicolò Ayroldi

Orchestra e Coro del Maggio Musicale Fiorentino
Direttore Zubin Mehta
Maestro del coro Lorenzo Fratini
Regia Matthias Hartmann
Scene Volker Hintermeier
Costumi Sophie Leypold
Luci Valerio Tiberi
Nuova produzione

Firenze, Auditorium Zubin Mehta, 23 dicembre 2021

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