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Festival di Halle – Giulio Cesare in Egitto e Premio Händel per Andrea Marcon

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L’albo d’oro dei vincitori del Premio Händel del Festival di Halle, città natale del “Caro Sassone” e sede di uno storico festival a lui dedicato, è davvero prezioso. Dal 1993 fino a oggi la lista di direttori e cantanti che l’hanno ricevuto riflette il lungo e significativo cammino di rinascita delle esecuzioni affidate a musicisti che hanno curato e perfezionato nel tempo il suono di orchestre con strumenti storicamente informati, o di cantanti che si sono specializzati sempre più allo stile di questo repertorio. Fra i maestri, a partire da Nicholas McGegan, interprete händeliano noto anche per la sua intensa attività discografia che lo spinse per Harmonia Mundi ad affrontare opere a quel tempo per lo più ignote, si passa a nomi come Trevor Pinnock, John Eliot Gardiner, Jean-Claude Malgoire, Marc Minkowski, Paul Goodwin, Christopher Hogwood e Jordi Savall: il gotha dei direttori che hanno appunto approfondito la prassi esecutiva con strumenti originali; non solo bacchette esperte in questo repertorio, ma anche musicologi e studiosi meticolosi delle fonti originarie. All’appello mancava un italiano, Andrea Marcon, valente clavicembalista, organista e direttore d’orchestra formatosi alla gloriosa Schola Cantorum Basiliensis e fondatore, nel 1997, della Venice Baroque Orchestra, presto impostasi, anche a livello discografico, fra i migliori ensemble barocchi del mondo. Händeliano di ferro, con all’attivo uno sterminato numero di incisioni, alcune riconosciute e premiate come approdi di un stile esecutivo di riferimento, Marcon ha ricevuto il Premio Händel ringraziando la Händel House Foundation e l’Advisory Board così come il sindaco di Halle, Bernd Wiegand, per un riconoscimento che, come da lui stesso ricordato ricevendo il premio, è anche dovuto a “tutti i solisti, le orchestre, i teatri d’opera con i quali ho collaborato felicemente condividendo la musica sempre arricchente del nostro amato Händel: grazie Caro Sassone, grazie Halle!”. Rodelinda, Ariodante e Alcina sono fra le opere da lui più dirette, senza contare i recital eseguiti o incisi con i più grandi barocchisti vocali del nostro tempo, fra i quali scegliamo, a titolo esemplificativo, quello pubblicato dalla Archiv con arie di Händel cantate da Magdalena Kožená.

Oltre a questo ambìto riconoscimento, l’Händel Festspiele Halle, svolto quest’anno solo online a causa della situazione pandemica in corso, offre sul suo sito la possibilità di visionare in streaming un’edizione in forma di concerto di Giulio Cesare in Egitto registrata da Andrea Marcon nel maggio di quest’anno a Landgasthof Riehen vicino a Basilea, con il complesso La Cetra Barockorchester Basel.
Giulio Cesare in Egitto è oggi fra le opere più apprezzate ed eseguite di Händel, divenuta quasi un titolo di repertorio, ma in questa occasione si è presentata la prima esecuzione in tempi moderni dell’edizione approntata dall’autore per la ripresa del gennaio 1725, dopo la creazione londinese dell’anno precedente. Una versione, sfrondata di molti recitativi, che prevede la soppressione dei personaggi di Curio e Nireno e vede la parte di Sesto, figlio di Cornelia e del defunto Pompeo, affidata a voce di tenore. Il ruolo, alla prima, venne interpretato en travesti dal soprano Margherita Durastanti, mentre oggi viene spesso affrontato da un mezzosoprano o, talvolta, da un controtenore. Se Händel rivide la parte per voce di tenore è perché cominciò a collaborare con Francesco Borosini in anni in cui a Londra i castrati la facevano da padrone. Riuscì così a imporre la corda tenorile per ruoli di una certa importanza, alcuni davvero significativi, come, fra i molti pensati per lui, quello di Bajazet in Tamerlano, che Händel costruì per la sua vocalità di baritenore, capace di emergere in un canto colorato di accenti tragici, come al momento della scena della morte di Bajazet, quando il sultano turco si avvelena e spira dinanzi alla figlia dopo averle esternato tutta la sua sofferenza; lo fa in un recitativo secco che diviene accompagnato e poi sfocia nell’arioso “Figlia non pianger” al quale l’interprete deve donare tragica eloquenza. Ne sa qualcosa Placido Domingo, che quando affrontò la parte (e lo ha fatto spesso) giganteggiava in questa scena, da vero artista. Questo per dire che Händel non si occupava solo delle grandi evoluzioni belcantistiche nel canto acrobatico o patetico, ma badava, quando in possesso di cantanti di grande rilievo espressivo come fu Borosini, a mettere in luce gli accenti giusti correlati al sentire dei personaggi in tempi in cui le voci di tenore avevano minor spazio per emergere. Così fece anche per questa edizione di Giulio Cesare in Egitto, affrontata dal tenore modenese dopo aver già dato bella mostra di sé nel citato Tamerlano del 1724. L’idea di affidare Sesto a un tenore continuò a piacere a Händel, tanto che, in occasione dell’ennesima ripresa dell’opera nel 1730, la parte venne sostenuta da Annibale Pio Fabri, mentre nel 1732 da Giovanni Battista Pinacci.

L’interesse di questa edizione non si esaurisce qui, ma schiera, nelle parti protagonistiche, il soprano Emöke Baráth (Cleopatra) e il già affermato controtenore italiano Carlo Vistoli (Giulio Cesare). Poi Rachele Raggiotti nei panni di Tolomeo, affidato a un mezzosoprano e tolto, come è invece uso fare oggi, a voce di falsettista, poi il baritono José Antonio López (Achilla), il mezzosoprano Beth Taylor (Cornelia) e Juan Sancho nei già citati panni tenorizzati di Sesto. Un cast di specialisti che Andrea Marcon guida con l’arte che gli è propria, occupandosi lui stesso di accompagnarli al clavicembalo. La profilassi del Covid-19 impone di indossare la mascherine per gli strumentisti che suonano gli archi e il dovuto distanziamento fra gli interpreti, inizialmente tutti schierati su un palcoscenico, poi ripresi con bei primi piani quando scendono dal palco per cantare le loro arie al fianco del maestro.

Marcon offre, alla guida dell’ottima orchestra La Cetra Barockorchester Basel, una lettura dalle dinamiche ben contrastate, con un suono sempre caldo e mai sfibrato, avvolgente, denso e intenso. Un Händel, il suo, consapevole, almeno dall’ascolto in streaming, di trovarsi dinanzi a un’opera che appartiene ai drammi per musica del “Caro Sassone” dalle venature eroiche, dove all’involo bellico si unisce quello amoroso, declinato nei vezzi della bella Cleopatra, nella sua astuzia seduttiva alla quale Marcon e la sua orchestra donano una varietà coloristica ben equilibrata. Così capita di percepire fin dall’aria di sortita di Cleopatra, “Non disperar, chi sa?”, che Emöke Baráth intona con pulizia di suono ma senza troppa consapevolezza espressiva. La medesima freddezza accompagna ahimè sempre il canto del bel soprano ungherese, puntuale nel canto patetico di “Se pietà di me non senti” e “Piangerò la sorte mia”, ma senza la dovuta sospensione elegiaca capace di donare incanto a questi sublimi lamenti, come nel virtuosismo compitato ma poco estroverso di “Da tempeste il legno infranto”, con dizione perfettibile e una voce sì luminosa ma senza troppe sfumature nello sbalzare un personaggio che dovrebbe ammaliare con la bellezza e, passando dalla frivolezza alla consapevolezza dell’amore, coglierne con maggior leggiadria e voluttà amorose la parabola sentimentale.
Anche Tolomeo, comunque ben cantato da Rachele Raggiotti, sembra smarrire nella versione en travesti affidata a un mezzosoprano la dimensione lasciva, l’ambigua perversione che solitamente caratterizza il personaggio votato al vizio, più marcatamente evidente quando affidato a un controtenore. Il cambio di registro per la parte di Sesto, invece, giova ascoltando il bravo Juan Sancho. Dimenticati gli impulsi adolescenziali, la parte acquista nelle sue arie un eroismo che viene da subito messo in luce in una efficace esecuzione dell’aria “Svegliatevi nel core”, ponendo il personaggio in una luce del tutto nuova ed espressivamente molto pertinente alle pieghe caratteriali della parte; qualità che si ritrovano anche nella pagina che conclude il primo atto, al momento in cui la versione del 1725 prevede la soppressione del duetto con la madre Cornelia. “Son nata/o a lagrimar”, per dare a Sesto un’altra opportunità solistica, con “S’armi a’ mei danni l’empio tiranno”, ulteriore riprova di come si carichi di eroismo vendicativo, con agilità e fitte fioriture ben dipanate dal bravo tenore spagnolo, stilisticamente irreprensibile e fra i migliori di oggi in questo repertorio, come ben conferma in questa occasione. Altre varianti riservate in questa edizione per Sesto si trovano al termine del secondo atto, quando l’aria “L’aura che spira” è sostituita” da “Scorta siate ai passi miei”, e nel terzo, con la soppressione di “La giustizia ha già sull’arco” per dar spazio a “Sperai, né m’ingannai”. Il dolore contrito e inconsolabile di Cornelia viene evidenziato dal bel colore di voce non troppo scuro di Beth Taylor.

Sostanzialmente valida anche la prova di José Antonio López come Achilla, ma su tutti spicca il bravissimo Carlo Vistoli, un Giulio Cesare ragguardevolissimo, soprattutto se rapportato alla vastità e difficoltà della parte, pensata per il Senesino, cantore evirato prediletto da Händel, prototipo dell’eroe amoroso filtrato dall’artificio barocco. In Vistoli la scuola controtenorile italiana tocca vertici qualitativi supremi. Il colore di voce è bello, il vibrato controllato anche nel dominare una tessitura che spesso gravita nei centri e richiede una espansione di suono non comune in un falsettista, qui percepita anche all’ascolto in video. Ha buona dizione ed è un ottimo virtuoso; usa con saggezza il registro di petto, con affondi nel grave ben marcati (evidenti nell’aria di sortita “Presti ormai l’egizia terra”), sfoggiando, grazie alle caratteristiche stesse del timbro, un calore e un temperamento che non tardano a mettersi in mostra nelle pagine belcantisticamente più ardite, come “Va tacito e nascosto”, con accompagnamento obbligato del corno, e “Se in fiorito ameno prato”, con violino, dove lo si ammira nei trilli, eseguiti assai bene anche verso la fine dell’aria patetica “Aure, deh, per pietà”, attaccata con una messa di voce morbida ma non estatica e incantata come mi era capitato di sentire in altre occasioni (soprattutto da Andreas Scholl, ma anche da Lawrence Zazzo e Bejun Metha). La vorticosa baldanza e l’impeto guerresco donati a “Al lampo dell’armi” sono risolti più che bene, al pari dei lunghi vocalizzi di “Quel torrente che cade dal monte”. Un solo appunto. Nel recitativo accompagnato “Alma del gran Pompeo”, monologo di alto respiro tragico sull’urna che racchiude le ceneri di Pompeo e offre occasione di esternare pensieri sulla caducità della vita, Vistoli difetta di abbandono e di meditativa contemplazione. Solo piccole notazioni dinanzi a una prova che lo conferma comunque fra i migliori controtenori dei nostri tempi.
Ottima la qualità del suono per una registrazione video che contribuisce a gettare nuova luce sulle diverse versioni che Händel preparava per le riprese delle sue opere, in base alle caratteristiche dei cantanti che di volta in volta aveva a disposizione.

Händel Festspiele Halle
GIULIO CESARE IN EGITTO
Dramma in musica in tre atti su libretto di Nicola Francesco Haym
Musica di Georg Friedric Händel

Cleopatra Emöke Baráth
Cornelia Beth Taylor
Giulio Cesare Carlo Vistoli
Tolomeo Rachele Raggiotti
Sesto Juan Sancho
Achilla José Antonio López
Direttore d’orchestra e maestro al clavicembalo Andrea Marcon
La Cetra Barockorchester Basel

Registrazione effettuata a Landgasthof Riehen vicino a Basilea nel maggio 2021
Streaming dal sito dell’Händel Festspiele Halle:
https://haendel.digital/giulio-cesare-egitto-hwv-17-konzertant

 

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