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“Faccio musica”: in un libro, scritti e pensieri di Ezio Bosso a un anno dalla scomparsa

Si intitola Faccio musica. Scritti e pensieri sparsi il volume di e su Ezio Bosso, curato da Alessia Capelletti per i tipi mondadoriani di Piemme, in libreria in coincidenza con il primo anniversario della prematura scomparsa del musicista. Ma se c’è una frase che immediatamente conquista il lettore non è forse la prima del volume («Il mio nome è Ezio Bosso, e nella vita faccio la musica»), quanto quella immediatamente successiva: «E sono un uomo fortunato». Difficile associarla alla vita di un musicista stroncato da una malattia degenerativa, alla carriera di un artista che si è visto costretto a rinunciare a una parte significativa della sua attività – il contrabbasso e poi il pianoforte – a causa di una situazione di handicap destinata ad aggravarsi progressivamente. Per questo, però, è importante leggere questo corposo contributo, in cui Capelletti – che dalla fine del 2016 ha curato la comunicazione di Bosso – ha collazionato scritti, interviste, bozze di dichiarazioni, articoli e perfino semplici messaggi telefonici, che nel tempo sono diventati strumenti di condivisione di un pensiero critico al quale è facile acclimatarsi.

Grazie a un encomiabile spirito filologico, infatti, la curatrice ha deciso di rispettare e mantenere le «peculiarità linguistiche» dell’autore, «vera cifra stilistica della sua ricerca verbale», di un flusso di coscienza talora sovrabbondante e randomico – ma che in realtà ne rivela il talento innato «da poeta simbolista, acmeista», destinato a tracimare in queste pagine. Forse è proprio merito di queste felici scelte editoriali se s’impone la grandezza dell’artista, «come uomo e come cittadino», come sottolinea Quirino Principe nella sua magistrale prefazione. Già il primo testo – la bozza di una presentazione biografica al pubblico tedesco, redatta nel 2017 – sta in bilico tra la poesia di una favola (im)possibile e la violenza della cruda realtà, con quel continuo sottolineare «l’indiscutibile fatto di essere un essere fortunato» in barba al rosario di contraddizioni e avversità che sgrana con disarmante sincerità: l’adolescenza nella periferia operaia di Borgo San Donato, ai primi anni Settanta, e poi le difficoltà degli studi in Conservatorio (accompagnati dal tormentone del «Non ce lo possiamo permettere», più volte manifestato con la dignità dell’etica post-bellica), ma anche quell’«esigenza della musica» che appare subito quale comandamento non scritto ma ineludibile della sua esistenza.

E allora il racconto prende quota. Viene quasi da sorridere a leggere degli studi di fagotto, e poi di violoncello, quindi di contrabbasso, e infine di pianoforte, condotti con una curiosità onnivora e mai doma; e la fuga a sedici anni a Vienna, fino al debutto con l’European Community Youth Orchestra, all’incontro con la Chamber Orchestra of Europe di Claudio Abbado e – adombrato quasi en passant – finanche con John Cage, «parte delle fondamenta della mia carriera e del mio pensiero musicale.» Sarà travolto, il lettore, dal vortice di nomi e di esperienze che hanno scritto la storia del far musica in Europa a cavaliere tra due secoli. Ma su questa parabola esaltante plana rapidamente un interesse per la composizione che lo porta alla musica applicata, nell’impossibilità di rispondere a un quesito («perché scrivere ancora musica dopo Beethoven») fecondo di potenzialità euristiche: teatro, danza e cinema diventano così i primi campi da dissodare, presto seguiti dall’attenzione dapprima alla musica barocca, quindi al repertorio contemporaneo, grazie allo sprone di Philip Glass, di cui dirige la prima di Icarus on the Edge of Time. La malattia, gli interventi, le cure mediche, nulla lo ferma: ricomincia dai trii con pianoforte di Schubert, e quel nuovo inizio gli restituisce «una nuova gioia», quella di diventare «un direttore che dirige col pianoforte», ma soprattutto quella che deriva da «ricerca, impegno e desiderio di dare.»

La favola si trasforma allora in labirinto. Interviste e dichiarazioni ripercorrono e quasi rincorrono l’impegno solistico, l’attività di direttore, il fervore compositivo, fors’anche la missione di testimonial della volontà di non arrendersi alle difficoltà: lo scorrere della vita, in una parola, che non esclude l’impegno politico («sono un anarchico malatestiano», afferma nell’autunno del 2019, prima di avvicinarsi al movimento delle Sardine); anche a favore di periclitanti istituzioni musicali, come quando accoglie l’invito a diventare ambasciatore internazionale dell’Associazione “Mozart 14”, costituita per perpetuare l’eredità di un direttore militante come Claudio Abbado. Con leggerezza e al tempo stesso grande profondità, il musicista trascorre da una stanza all’altra del suo «fare» musica, fino a quella 12th Room – la sua Sonata per pianoforte in sol minore – in cui finalmente focalizza che ogni fermata nasconde una ripartenza, ogni stanza buia dell’esistenza può celare una straordinaria opportunità.

Tra «caffè e sigarette» scorrono rapide le pagine di un volume appassionante come tutto quello che Bosso «fa», quasi per affermare con forza il valore di una positività che si schiera dalla parte della musica sempre e comunque: la lunga conversazione con Paolo Romano, parzialmente confluita sull’«Espresso» nel 2019, si sofferma per esempio sulla scelta dell’impervia tonalità di do diesis minore per The Roots, la Sonata per violoncello e pianoforte, perché «ogni brano ha la sua tonalità, quella capace di esprimere meglio le tensioni […] che sono il volto vero dell’integrità morale con cui si fa il mestiere del musicista.» Allo stesso periodo risale l’intervista pubblicata su queste colonne e firmata da Stefano Bisacchi (qui il link), realizzata all’indomani dell’inaugurazione della stagione sinfonica del Teatro Verdi di Trieste, di cui era stato nominato direttore stabile residente, e della controversa partecipazione al Festival di Sanremo: tra amarezza e disincanto («la fama è una forma di solitudine», afferma citando García Márquez) ma con la certezza della necessità di programmare musica in vista di un fine più alto della mera esibizione («bisogna suonare con un’identità che diventi identità stessa della comunità»).

Non è una favola a lieto fine, tuttavia, quella di Bosso. E non solo per la consapevolezza di forzature e speculazioni possibili («Vogliono il pianista disabile che fa piangere tutti e dice qualche frasetta da pubblicare nei meme con i glitter e i gattini»); ma anche per una mercificazione del dolore che gli ripugna e che esplode durante il lockdown: «la malattia non rende nessuno migliore», afferma in un gesto di rivolta, «è come un fiume carsico» che periodicamente riaffiora – e suscita rabbia. È l’11 maggio del 2020 quando – intervistato da Simona Antonucci per «Il Messaggero» – cerca di sensibilizzare la classe politica all’esigenza di riprendere la produzione musicale: «L’arte è necessaria per vivere», afferma perentoriamente; e conclude: «senza musica siamo tutti malati». L’eco di quel grido di dolore, oggi, rimbomba con una forza inaudita e lascia doppiamente sgomenti: per la perdita di un grande artista, ma soprattutto per i pericoli di assuefazione a un silenzio che rischia di diventare assordante.

Foto copertina: Flavio Ianniello