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Domenica all’opera su Rai5: dalla Fenice di Venezia, la Norma di Bellini

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A 220 anni dalla nascita, Rai Cultura celebra Vincenzo Bellini, tra i più grandi operisti dell’Ottocento, con un ciclo di opere in onda ogni domenica di novembre alle 10.00 su Rai5. Il primo appuntamento – domenica 7 novembre – è con la Norma dal Teatro La Fenice, nell’edizione curata da Kara Walker che firma regia, scene e costumi. Sul podio, Gaetano d’Espinosa. Nel cast Carmela Remigio, Gregory Kunde, Dmitry Beloselskiy, Veronica Simeoni, Anna Bordignon, Emanuele Giannino. La regia tv è di Francesca Nesler. Qui la recensione di Roberto Mori

Osservate da lontano, le silhouette nere stagliate su fondo bianco che Kara Walker espone in musei e gallerie danno l’impressione di scene vitali e gioiose. Ma basta avvicinarsi e si capisce che è solo un’illusione, un inganno. Quella che a prima vista sembra una palla da gioco, per esempio, è in realtà una testa mozzata. Dietro l’apparente innocenza di scene ludiche si scoprono situazioni di crudeltà e sopraffazione. Attraverso l’ironia e la provocazione di immagini intrise di allegorico primitivismo, la pittrice e scultrice statunitense denuncia gli orrori dello schiavismo e della segregazione. Rievoca la violenza della guerra di secessione americana, condannando oppressioni secolari ma anche le ingiustizie e i pregiudizi razziali e di genere nel mondo contemporaneo. Il linguaggio e le tematiche che appartengono alle creazioni della Walker si riversano inevitabilmente anche nell’allestimento di Norma firmato per la Fenice nel 2015: un progetto nato da una collaborazione del massimo teatro veneziano con la Biennale Arte.

La vicenda, anziché nella Gallia all’epoca della conquista romana, è ambientata in una colonia africana alla fine dell’Ottocento. Norma e Oroveso sono l’anziano capo e la sacerdotessa di una tribù che cerca di opporsi all’occupazione di una potenza europea. Si capisce che per la Walker la civiltà occidentale si fonda su atti di violenza, su una volontà di devastazione e morte. Che l’artista sia in sintonia con l’ossessione tipicamente americana del politicamente corretto e con quella che Robert Hughes ha definito “la cultura del piagnisteo”, è evidente anche nella scelta di non ricorrere alla tecnica del blackface per il trucco di interpreti e coristi: niente facce o corpi dipinti di nero, in scena tutti sono bianchi.
Il compito di evocare l’Africa è affidato ad alcuni fondali che, attraverso le sagome nere tipiche dell’artista, riproducono intrecci di vegetazione tropicale, lineamenti di volti femminili, tramonti e paesaggi lunari. Al centro della scena, inoltre, il profilo di una gigantesca maschera svolge la funzione di un accumulo di rocce. I costumi definiscono ulteriormente sia l’immaginario colonialista che quello tribale, anche se alcuni (penso alle lunghe vesti rosse indossate dai guerrieri africani) hanno un effetto involontariamente comico.
A prescindere dall’efficacia o meno di certe soluzioni visive, il punto è che la tragedia “barbarica” concepita dalla Walker resta appunto un concept: voglio dire che siamo di fronte a una specie di installazione, a una performance artistica dove la regia è di fatto rinunciataria, dove l’immobilismo è diffuso e la recitazione convenzionale. Niente di quello che si vede ci ricorda che il capolavoro di Bellini è anche drammaturgia, tragedia lirica, teatro.

Naturalmente Norma è anche canto e belcanto. In questa edizione, Carmela Remigio, avendo una vocalità che non coincide con quella del soprano drammatico di agilità, cerca di risolvere il suo personaggio in chiave lirica e intimista. Questo significa che, malgrado le buone intenzioni del fraseggio, il versante drammatico e passionale di Norma rimane irrisolto. Se non si dispone di una adeguata ampiezza vocale, della timbratura, delle agilità di forza e del temperamento necessari, è difficile dare efficacia al pathos declamatorio, agli anatemi e alle invettive furenti di una profetessa. Gregory Kunde dimostra invece di avere tutti i requisiti del tenore lirico di forza per sostenere il ruolo di Pollione. Sorprendenti, anche in rapporto agli anni di carriera, risultano il peso vocale, lo squillo degli acuti, il mordente delle agilità, il piglio fiero e spavaldo, ma anche la capacità di piegarsi quando necessario alle mezze tinte e a un fraseggio più sfumato.
Nonostante da qualche tempo sia ritornata appannaggio dei soprani lirici di agilità, qui la parte di Adalgisa è affidata alla vocalità mezzosopranile ben timbrata, soprattutto al centro, di Veronica Simeoni. Una prova attendibile per la duttilità del canto, pur con qualche forzatura negli acuti, e il lirismo composto. Figura bene anche Dmitry Beloselskiy, un Oroveso di forte impatto vocale e dal fraseggio incisivo. Completano la locandina Anna Bordignon (Clotilde) ed Emanuele Giannino (Flavio).

La direzione di Gaetano d’Espinosa, oltre a regolare con oculatezza il rapporto voci-orchestra e a dare pieno sostegno ai cantanti (fino ad avallare il taglio del “da capo” di “Ah! bello a me ritorna” da parte della Remigio), imprime all’esecuzione un ritmo narrativo efficace. Il piglio marziale, i tempi stringati, le sonorità corrusche danno vita a una visione dell’opera cupamente drammatica, che finisce per mettere un po’ in secondo piano l’aspetto patetico, l’estasi lirica e il gusto per le sfumature.

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