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Como, Teatro Sociale – Il trovatore

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Il mese di dicembre si apre, al Teatro Sociale di Como, nel nome di Giuseppe Verdi, con il secondo titolo della cosiddetta “trilogia popolare”: Il trovatore. Assente dalle tavole lariane dall’autunno 2006, quando inaugurò la stagione comasca tra applausi e non pochi fischi, l’opera su libretto di Salvadore Cammarano e Leone Emanuele Bardare torna ora con successo in una nuova, apprezzata produzione, che ha debuttato nelle scorse settimane a Cremona per poi approdare a Pavia.

Debutta, nella città di Alessandro Volta, il trentaseienne Jacopo Brusa. Sul podio dell’Orchestra I Pomeriggi Musicali di Milano, il maestro pavese propende, con gestualità precisa e scattante, per una lettura fortemente chiaroscurata, giocata su contrasti nitidi. L’agogica risulta, infatti, dinamica e variegata, passando da tempi maggiormente spediti e rapinosi (quali, a esempio, nel Finale primo “Di geloso amor sprezzato) ad altri dilatati e di ampio respiro, vere e proprie oasi di lirismo (si citino le arie di Leonora, o il duetto tra Manrico e Azucena “Perigliarti ancor languente”, dove si apprezza un efficace rallentamento sulle parole “No, soffrirlo non poss’io… / Il tuo sangue è sangue mio! / Ogni stilla che ne versi / Tu la spremi del mio cor!”, per meglio sottolineare l’aspetto malinconico e dolente della frase della zingara). Diversificata è, altresì, la consistenza del suono, susseguendosi sonorità corrusche ed enfatiche, a tratti soverchianti, a soffici pennellate lunari, screziate di cangianti preziosismi. Interessante e riuscita, infine, la scelta di Jacopo Brusa di adottare alcune variazioni e correzioni attinte da Le Trouvère, versione in francese del 1857 della partitura verdiana.

Dal punto di vista della compagnia di canto, a Como si ascoltano giovani artisti complessivamente validi. Matteo Falcier è un Manrico dalla vocalità tenorile rifinita e mediterranea, in maschera ed emessa con omogeneità. Timbricamente squillante, si distingue per un’innegabile facilità alle note alte, risuonanti gagliarde e luminose, e per un fraseggiare sfumato e curato, dovizioso di accenti e inflessioni. Discostandosi dalla tradizione, Falcier delinea un personaggio appassionato e romantico e, al contempo, intimistico e notturno; superata a pieni voti l’attesa cabaletta “Di quella pira”, risolta con generosità e trasporto.
Sugli scudi la Leonora belcantistica del soprano kosovaro Marigona Qerkezi. La voce, di suadente timbro cremoso venato di seducenti bruniture, appare emessa con morbidezza, tornita e duttile, correndo con facilità nella sala teatrale; si ammirano acuti brillanti e torrenziali, medi levigati e gravi corposi. Se in “Tacea la notte placida […] Di tale amor che dirsi” la Qerkezi sciorina con fluidità cadenze virtuosistiche cristalline e agilità puntute, la gran scena del IV atto è cesellata con grazia e intensità, regalandoci un’interpretazione dell’aria “D’amor sull’ali rosee” emozionante e carica di commozione, nella quale esibisce ampie arcate melodiche e filati adamantini.
Il baritono sudcoreano Leon Kim dipinge con convinzione un Conte di Luna tormentato e tetro, solido e crudele, dilaniato da dubbi. Lo strumento vocale è sonoro e voluminoso, di pregnante colore scuro, emesso non sempre con naturalezza; dizione e fraseggio risultano a volte poco sfumati e approfonditi. Tutto sommato persuasiva la resa dell’aria “Il balen del suo sorriso”, accolta da numerosi applausi a scena aperta.
Ruolo mostruoso, quello di Azucena, anche per il passato illustre che lo riguarda (come non menzionare, almeno, nomi del calibro di Fedora Barbieri, Fiorenza Cossotto, Giulietta Simionato e, in tempi, più recenti, Dolora Zajick e Violeta Urmana?). Alessandra Volpe ne viene a capo, nel complesso, con sufficiente peso drammatico e bastante immedesimazione. La voce è, nell’insieme, di buon tonnellaggio, disinvolta nei passaggi tra i vari registri e timbricamente vellutata; svettante in acuto, risuona ben appoggiata nei medi e profonda nei gravi. Le due celebri “Stride la vampa” e “Condotta ell’era in ceppi” sono affrontate con pathos contenuto, una linea di canto pulita e una recitazione misurata; saggiamente l’artista evita, anche nel concitato finale, di calcare la mano nell’interpretazione attoriale e vocale.
Elegante il Ferrando del basso bielorusso Alexey Birkus, dalla bella voce pastosa e dal fraseggiare aristocratico, scenicamente altero. Squillante e vigoroso il Ruiz del tenore Roberto Covatta, musicale e preciso; gradevole e puntuta l’Ines del soprano Sabrina Sanza; corretti Riccardo Dernini (Un vecchio zingaro) e Davide Capitanio (Messo). Incisivi e penetranti gli interventi del Coro OperaLombardia, guidato con nerbo da Diego Maccagnola.

Per quanto riguarda l’aspetto visivo, ritroviamo con piacere il trio Catalano-Sinisi-Ariemme, già applaudito dal pubblico comasco nel 2018 in Falstaff; un team sempre molto affiatato, che ha mosso i primi passi proprio in seno al Sociale di Como e ai progetti AsLiCo, con due deliziose edizioni “pocket” di Madama Butterfly e La traviata, recensite per Connessi all’Opera da chi scrive. Per l’occasione la squadra propone un allestimento, coprodotto dai teatri di OperaLombardia, ripreso dalla produzione del 2019 dell’Ente Concerti “Marialisa De Carolis” di Sassari; il risultato è uno spettacolo essenziale e sobrio, potentemente umano e icastico, che lascia il segno. Nell’ottica del regista Roberto Catalano, motore dell’intera vicenda è l’immane dolore che attanaglia Azucena (e, verrebbe da dire, l’umanità che la circonda e, perché no, anche noi spettatori), il trauma per la morte della madre e per l’involontario omicidio del figlioletto: una ferita profonda causata dal fuoco. Il fuoco, ben appunto, elemento quanto mai fondamentale nell’economia di Trovatore: la “vampa” che stride, la “tetra fiamma che s’alza al ciel”, la “pira” della cabaletta di Manrico; ma anche il cocente desiderio di vendetta della zingara, la gelosia divorante del Conte di Luna e il fuoco d’amore che arde nel cuore di Leonora, disposta a sacrificarsi pur di salvare l’uomo amato. I personaggi della vicenda, relegati in un non-luogo, un mondo compromesso e perduto, un deserto nero e solitario, trascorrono la loro desolata esistenza cercando di rimuovere colpe, traumi, sofferenze dalla propria anima, alla ricerca di una “pace bianca”, della parte più autentica e illibata del proprio io, di una luce di speranza alla quale aggrapparsi. Visivamente, questo dolore è raffigurato da mucchi di cenere nera che, via via, vengono levati e prelevati, per far emergere il nitore e la purezza. Alla buona riuscita di tale intrigante, intensa chiave di lettura concorrono anche la nudità e il rigore delle scene di Emanuele Sinisi; il palcoscenico è occupato da pochi elementi (una libreria in fiamme, allusione a una memoria straziata e all’impossibilità di verificare e attestare i fatti narrati nella storia; un pennone al quale viene incatenata Azucena), filtrati da un sipario in trasparenza che mostra il progetto incompiuto di una città-palazzo rinascimentale, richiamante alla mente il linguaggio di stampe e incisioni, lo scheletro di una città-fantasma dalla quale ripartire per la ricostruzione di un nuovo mondo immacolato. Nell’economia di siffatto allestimento, ben si coniugano i costumi severi di Ilaria Ariemme, di taglio quattrocentesco e di nitida pulizia formale, giocati sulle cromie del nero, del grigio e del bianco; sapienti e fondamentali i giochi di luci e ombre, curati da Fiammetta Baldiserri e qui ripresi da Oscar Frosio, di forte impatto estetico, incentrati anch’essi su tinte neutre (eccezion fatta per il rosso durante il duetto d’amore del III atto, che vira però subito in un bianco sempre più accecante). In questo ambiente disastrato, solisti e masse vengono mossi con geometrica precisione e gestualità calibrata, scarnificata, quasi ridotta all’osso, così da sbalzare con prepotenza i sentimenti e le emozioni. Al termine, Manrico e Leonora si salvano tramite la morte, Azucena placa in parte la propria veemente disperazione, il Conte è condannato a sopravvivere con un rimorso perenne: e, sulle ultime note, dal cielo cade un manto di cenere nera che macchia e contamina nuovamente il candore ritrovato a fatica.
Teatro quasi esaurito e festante successo da parte del folto pubblico presente in sala (un pubblico, invero, un po’ indisciplinato, con squilli di cellulare, porte dei palchetti che sbattono e applausi a scena aperta fuori tempo), con accoglienza entusiasta per tutti gli interpreti.
Per chi volesse recuperare questo affascinante Trovatore, potrà farlo a Brescia (10 e 12 dicembre) e Bergamo (18 e 20 febbraio 2022).

Teatro Sociale – Stagione 2021/22
IL TROVATORE
Dramma in quattro parti
Libretto di Salvadore Cammarano, Leone Emanuele Bardare
Musica di Giuseppe Verdi

Manrico Matteo Falcier
Il Conte di Luna Leon Kim
Leonora Marigona Qerkezi
Azucena Alessandra Volpe
Ferrando Alexey Birkus
Ines Sabrina Sanza
Ruiz Roberto Covatta
Un vecchio zingaro Riccardo Dernini
Messo Davide Capitanio

Orchestra I Pomeriggi Musicali di Milano
Coro OperaLombardia
Direttore Jacopo Brusa
Maestro del coro Diego Maccagnola
Regia Roberto Catalano
Scene Emanuele Sinisi
Costumi Ilaria Ariemme
Luci Fiammetta Baldiserri riprese da Oscar Frosio
Assistente scenografo Piero De Francesco
Coproduzione Teatri di OperaLombardia
Allestimento ripreso dalla produzione dell’Ente Concerti “Marialisa De Carolis” di Sassari

Como, 2 dicembre 2021

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