Chiudi

Catania, Teatro Massimo Bellini – Norma

Condivisioni

Ruolo monstre nella storia del melodramma, Norma chiede alla cantante scelta per interpretarla capacità tecnico-vocali assolutamente fuori dal comune. Tant’è che pochissimi soprani, nel corso dell’ultimo secolo, possono vantare di averne data una interpretazione completa. Ogni appassionato, probabilmente, indicherebbe in Maria Callas, Montserrat Caballé e Joan Sutherland le uniche che, seppur sotto angolazioni estremamente differenti fra loro, hanno saputo essere una attendibile Norma dagli anni cinquanta del Novecento a oggi. Alle altre che si sono immolate nel tentativo di rendere con credibilità i furori, le pene e gli smarrimenti della sacerdotessa druidica è sempre mancato qualcosa. A volte il volume e la risonanza delle note gravi non convincevano (soprattutto nei recitativi), a volte erano le agilità di forza a fare difetto.

È dunque quasi con stupore che si deve salutare il “quasi” debutto di Marina Rebeka nel difficilissimo ruolo belliniano. La cantante lettone aveva in repertorio Norma già da tempo, ma per sua stessa ammissione mai l’aveva interpretata cantando il “Casta Diva” in Sol maggiore, come Vincenzo Bellini l’aveva scritto. Com’è noto il compositore fu costretto ad abbassarla al Fa maggiore per compiacere Giuditta Pasta, prima interprete del ruolo al Teatro alla Scala nel 1831. Da allora, tranne rarissime eccezioni, quasi tutte le interpreti di Norma scelgono la versione meno acuta, e meno perigliosa, del celeberrimo brano. Per le celebrazioni belliniane catanesi, nella bella cornice del Teatro Massimo, si è tornati alla tonalità originaria per merito di  una Marina Rebeka in ottima forma.

La serata, lodevolmente trasmessa da Rai5 (ma ahimè con ripresa audio più che discutibile – sbalzi e saturazioni sonore erano evidenti), ha consentito di ascoltare il capolavoro belliniano in una edizione che, seppur registicamente opinabile, ha riportato (almeno per una sera) lo splendido teatro catanese ai fasti del passato dopo un lungo e travagliatissimo periodo. L’allestimento di Davide Livermore inscenava una sorta di sogno-incubo, durante il quale l’ormai anziana Giuditta Pasta riviveva  la sua immortale interpretazione di Norma. La commistione fra elementi e costumi ottocenteschi con quelli romano-druidici ingenerava una certa confusione, ma non del tutto priva di suggestione, così come la presenza incombente dell’attrice che interpretava il ruolo della Pasta (l’immedesimata Clara Galante), una sorta di fantasma vaneggiante e allucinato, che a tratti ricordava l’Istitutrice del Giro di Vite di Britten in preda alle sue allucinazioni più che una Diva dell’Ottocento. La regia non sarà piaciuta a molti melomani ma, se non altro, ha avuto il merito di non disturbare troppo l’esecuzione musicale.

Affidata alla esperta bacchetta di Fabrizio Maria Carminati, la vicenda di Norma si è dipanata fra accenti barbarici (la Sinfonia, quasi tutti gli interventi di Pollione) ad altri di stupefatto lirismo (i duetti fra Adalgisa e Norma, il sublime finale ultimo). L’orchestra, prevalentemente posizionata in platea, ha ben suonato (per quello che si è potuto capire dalla ripresa televisiva) e altrettanto bene si è comportato il coro istruito da Luigi Petrozziello.

Marina Rebeka ha colpito fin dal suo recitativo di entrata, “Sediziose voci”, per l’accento aggressivo e la risonanza del registro grave. Il “sacro vischio” è stato mietuto con prodezza, il “Casta Diva” argenteo e luminoso è parso ottimo: siamo fra le stelle in un magnifico plenilunio. Ritorniamo sulla terra con una cabaletta “Ah bello a me ritorna” un po’ accidentata e con qualche sospetto di acuti non esattamente a fuoco, nonostante il lodevole tentativo di variare belcantisticamente la ripresa. Da qui in avanti tutta l’esecuzione della Rebeka è stata in crescendo, con un magnifico duetto con Pollione (ottime le difficili agilità di forza) e uno struggente finale. Pollione era Stefan Pop, gagliardo (fin troppo) nella sua aria di sortita, poi via via sempre più attento interprete con una esecuzione del concertato finale (“Qual cor tradisti, qual cor perdesti”) assolutamente plausibile. Annalisa Stroppa, mezzosoprano, interpretava Adalgisa con fraseggio chiaroscurato ed espressivo. La sua voce si fondeva molto bene con quella della Rebeka nei loro duetti, il secondo dei quali variato con bravura dalle due cantanti nella ripresa. È parso strano, però, che in una esecuzione con pretese filologiche non si sia scelto di affidare il ruolo di Adalgisa a un soprano, come Bellini voleva. Dario Russo, infine, ha reso con autorità e bel timbro di basso il tormentato ruolo di Oroveso, padre della blasfema e straziata sacerdotessa. Saverio Pugliese (Flavio) e Tonia Langella (Clotilde) completavano il cast.

Qui il link per vedere l’opera su Raiplay

image_print
Connessi all'Opera - Tutti i diritti riservati / Sullo sfondo: National Centre for the Performing Arts, Pechino