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Bologna, Teatro Manzoni – Il castello del principe Barbablù

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Composta per il concorso Ferenc Erkel del 1911, puntualmente non vinto, Il castello del principe Barbablù, o se vogliamo usare l’originale ungherese, A Kèkszkállú herceg vára, è come Fidelio per Beethoven e Pelléas et Mélisande per Debussy, l’unica incursione operistica di un compositore, Béla Bartók, principalmente votato a musica da eseguire nelle sale da concerto. Rimane tuttavia curioso come queste opere si siano ritagliate un posto nel repertorio, esercitando un loro fascino sugli spettatori e i compositori successivi. Lo stesso lavoro di Bartók e Béla Balázs risente di suggestioni derivate sia dalla musica di Debussy che dai drammi di Maurice Maeterlink, autore tra l’altro di Ariane et Barbe-bleue, una delle fonti primarie per il soggetto del Kèkszkállú. Tuttavia, se il lavoro di Maeterlink vede dipanarsi una azione concreta, pur inserita in un contesto favolistico, i due ungheresi compongono un insieme talmente saturo di immagini e colori sia nei dialoghi che nella musica che può funzionare bene anche in una esecuzione concertante.

Il Teatro Comunale di Bologna, spostatosi all’Auditorium Manzoni per una serie di concerti denominati “Primavera Sinfonica” in attesa di tornare nella sala del Bibbiena tra poche settimane, decide dunque di dare un primo assaggio operistico post chiusura presentando l’opera di Bartók nella elaborazione di Eberhard Kloke, che, pensata per organico ridotto, ben si adatta a questa epoca di distanziamento.

Alla guida dell’Orchestra del Teatro Comunale, davvero in ottima forma, troviamo ancora una volta Juraj Valčuha. Al netto di qualche clangore eccessivo che rischia di soverchiare le due voci soliste, la sua direzione narra la vicenda con agilità e speditezza. Attraverso un gesto piuttosto controllato, riesce a mettere in evidenza i vari interventi strumentali senza tuttavia perdere la visione d’insieme. Segue alla lettera il libretto nell’idea di portare la luce nel Castello e dispiega una tavolozza di colori sempre più ampia, non priva comunque di un certo nervosismo serpeggiante, in una accumulazione che si stempera nell’accompagnamento tenero e cantabile alla descrizione delle spose nel finale, fino a rarefarsi negli accordi conclusivi. Questa si conferma dunque un’altra ottima prova per il direttore slovacco dopo l’ampio successo del Tristan che ha inaugurato la stagione 2020.

La coppia protagonista, composta da madrelingua ungheresi, si rivela alquanto solida. Károly Szemerédy tratteggia un Barbablù innamorato ma preda del disincanto. La voce non è enorme ma supera senza problemi anche i passaggi orchestrali più corposi, come la quinta porta. La linea di canto autorevole sa ammorbidirsi in frasi appassionate grazie anche a un timbro baritonale caldo e seducente, che trova il suo apice nella già citata descrizione delle spose a fine opera, in cui si avverte bene la sensazione dei bei ricordi che riaffiorano accompagnati dalla malinconia.
Più ordinaria, ma comunque convincente, appare Atala Schöck, che tratteggia una Judit quasi ingenua nel suo innamoramento. Perfettamente a suo agio nella tessitura, tanto che domina senza problemi l’impervio passaggio che precede l’ultima porta quando crede di aver capito cosa vedrà all’interno, il mezzosoprano si distingue per una voce dal bel timbro brunito, mentre il fraseggio e l’espressività appaiono più prevedibili.
Dopo un piccolo momento di sospensione, segno di un pubblico attento e partecipe, i cantanti, il direttore e l’orchestra vengono alla fine omaggiati con convintissimi applausi, che testimoniano il successo di una tale proposta.

Teatro Comunale di Bologna – Primavera Sinfonica
IL CASTELLO DEL PRINCIPE BARBABLÚ
(A Kèkszkállú herceg vára)
Opera in un atto, op. 11
Libretto di Béla Balázs
Musica di Béla Bartók
Elaborazione di Eberhard Kloke (2019)
Prima esecuzione italiana

Kèkszkállú Károly Szemerédy
Judit Atala Schöck

Orchestra del Teatro Comunale di Bologna
Direttore Juraj Valčuha
in forma di concerto
Bologna, Teatro Auditorium Manzoni, 8 giugno 2021

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