Chiudi

Bologna, Teatro Comunale – La bohème

Condivisioni

Il palcoscenico del Teatro Comunale di Bologna è vuoto, il sipario è aperto. Ma è vuoto proprio come quelli che – ai tempi – immaginavano Strehler o Puggelli, vuoto per raccontare storie, riempirsi di contenuti, (s)travolgere lo spettatore. È un vuoto da cui nasce quella sensazione di pienezza che solo i grandi artisti, solo pochi registi sanno suscitare, stimolare, realizzare. Il teatro felsineo aveva da tempo immaginato di riprendere le attività, prima e durante l’estate, con uno dei ‘gioielli di famiglia’, quella Bohème firmata da Graham Vick, per l’inaugurazione della stagione del 2018, che l’anno successivo era stata incoronata dal Premio Abbiati come miglior spettacolo. Nessuno, tuttavia, avrebbe potuto immaginare che il grande regista britannico si sarebbe spento meno di un mese dopo il debutto della ripresa, tre giorni prima della quarta recita. Accolta da un vibrante successo di pubblico, la penultima della serie, l’ultima con il primo dei due cast in alternanza, lascia un senso di sconforto e amarezza per una scomparsa tanto prematura quanto inaccettabile.

Perché questa Bohème è un piccolo, grande capolavoro. Non solo o non tanto perché riporta l’azione ai nostri giorni e fors’anche in questa città, hic et nunc, in una visione al tempo stesso tragicamente realistica e dolorosamente onirica, in un microcosmo tangibile eppur lisergico, accelerato ma calibrato al millimetro, autentica lezione di un teatro che lascia senza respiro per la giustezza di tempi, soluzioni, idee. Con scene e costumi (di Richard Hudson) che non sono solo terribilmente veri – basti pensare alle calzature maschili del quarto atto: sneakers e piedi nudi, sandali e infradito – ma difficili da immaginare diversamente: dalla ‘soffitta’, una «tana squallida» con pareti slabbrate in odor di Hermanis o di Marthaler, fino all’esplosione di profumi calori e colori, sgargianti e pure volgari, della festa del secondo quadro; dalle griglie della ‘Barriera d’Enfer’, vertigine di citazioni tra West Side Story e le periferie urbane di Olivier Py; fino al ritorno in una soffitta ormai completamente nuda, svuotata di uomini e cose, ma soprattutto di emozioni. Eppure anche questa è una Bohème delle ‘piccole cose’: di Colline filosofo alternativo e magari ambientalista, che torna a casa in bicicletta; e di uno Schaunard che del filosofo è magari anche più che amico; dell’incontro casuale tra un ragazzo e una ragazza che sviene, crolla senza motivo apparente, e i due si ritrovano alla luce di un alberetto di Natale da supermercato; della naturalezza con cui Rodolfo sgrana «O soave fanciulla» aprendo la scomoda branda di casa, in cerca tout simplement di quelle «dolcezze estreme» senza pensieri e conseguenze, mentre Mimì inaspettatamente decide di rinviare. E poi il precipitare degli eventi, negli ultimi due quadri: quando il sesso si consuma rapidamente e brutalmente, e tutto sembra trovare una sintesi in un bidone della spazzatura, che troneggia in soffitta, dove Rodolfo cestina anche la «cuffietta rosa», pegno di un amore ormai dimenticato. La bohème secondo Vick è un viaggio nella disillusione della giovinezza, un racconto di formazione segnato dal tramonto dei sogni, un ‘diventare adulti’ che è tutt’altro che diventare grandi. Con un ritmo asciutto, sferzante, diretto, che rende lo spettacolo una bomba a orologeria, pronta a deflagrare, ritrovando la forza della denuncia e del ribellismo che, forse, erano stati anche di Puccini al crepuscolo di un secolo dalle troppe certezze.

Difficile, in questo contesto, pronunciarsi sulla parte musicale: che risulta semplicemente perfetta anche quando, a tratti, si palesano cenni di stanchezza o di parziale non adeguatezza. Per cominciare perché la bacchetta di Francesco Ivan Ciampa è semplicemente in stato di grazia: non ha paura di una lettura a nervi scoperti, non rinuncia mai all’empito melodico che è sale della scrittura pucciniana; e anzi la potenzia facendo ricorso a due strategie, diverse ma concorrenti, che ne esaltano la caratura: l’uso del rubato, da una parte, che scioglie autentiche oasi di lirismo, ampio, disteso, totalizzante; e dall’altra una teatralità incalzante, pressante, che se da un lato traduce il soffio vitale di questa gioventù bruciata, dall’altra corre sull’orlo del baratro, avanzando a grandi falcate verso un cupio dissolvi che tutto investe e trascina, sradicando vite perdute, prima ancora di essere autenticamente vissute. Ciampa sostiene magnificamente le voci, permette soste ma non indugi, dipana un magma vitalissimo e poetico, lancinante e lacerante. Al quale tutti si adeguano con convinzione e partecipazione, a cominciare dallo splendido Rodolfo di Francesco Castoro, tenore in costante ascesa e provvisto di un timbro di rara lucentezza e bella proiezione, qui pronto a incantare con una «gelida manina» che diventa un notturno trapunto di preziose stelle. Benedetta Torre è una Mimì di grande sensibilità, pronta a mettere a profitto uno strumento forse non di grande ampiezza ma usato in maniera estremamente accorta, sempre attenta alla costruzione dell’arco espressivo della frase, soprattutto nella sortita e nella scena finale. E ancora il Marcello positivo e propositivo, vitaminico e mercuriale di Andrea Vincenzo Bonsignore, insieme con la Musetta virago e pure un tantino castrante di Valentina Mastrangelo – con tanto di tatuaggio in bella evidenza – prima dell’apparente ripiegamento per la preghiera finale; la sorgiva spontaneità giovanile del Colline di Francesco Leone, con la contagiosa simpatia dello Schaunard di Paolo Ingrasciotta; e i due cammei di Benoît e Alcindoro, miracolosamente tutti cantati da Bruno Lazzaretti.

Nell’intervista rilasciata a Jacopo Pellegrini durante le prove, riprodotta sul programma di sala, Vick si sofferma sulla morte di Mimì, che non ha voluto caratterizzare in alcun modo: «Non è volutamente precisata nel mio spettacolo; d’altra parte, oggi non si sa più di che si muore: la medicina, in genere, ci consente di stare relativamente bene fino all’ultimo, di lavorare, di vivere attivamente, e poi, zac!, non ci siamo più. La rabbia provocata dall’incapacità di curare, nell’opera dovuta alla povertà, è anche la nostra: quante volte anche con i soldi non riusciamo a procurarci la salute.» Ecco, la stessa rabbia coglie lo spettatore, in tempi di pandemia, rivelando l’universalità del messaggio pucciniano, sottolineato dalla lettura di Vick. Che mette in scena in maniera devastante il rifiuto della morte: da parte di Rodolfo, che si scioglie precipitosamente dall’abbraccio di Mimì e fugge via, seguito a ruota da Marcello; da parte di Musetta, che prontamente si ricompone e finanche recupera i soldi racimolati da Colline; e da parte di Schaunard e Colline, che – coperto, occultato il cadavere con un pietoso lenzuolo – quasi scappano, chiudendo per sempre la porta delle loro coscienze.

Teatro Comunale di Bologna
LA BOHÈME
Operain quattro quadri di Giuseppe Giacosa e Luigi Illica
Musica di Giacomo Puccini

Rodolfo Francesco Castoro
Marcello Andrea Vincenzo Bonsignore
Schaunard Paolo Ingrasciotta
Colline Francesco Leone
Benoît Bruno Lazzaretti
Alcindoro Bruno Lazzaretti
Mimì Benedetta Torre
Musetta Valentina Mastrangelo
Parpignol Ugo Rosati
Un venditore Enrico Picinni Leopardi
Un doganiere Sandro Pucci
Un sergente dei doganieri Raffaele Costantini

Orchestra, Coro e Coro di voci bianche del Teatro Comunale di Bologna
Direttore Francesco Ivan Ciampa
Maestro del coro Alberto Malazzi
Maestro del coro di voci bianche Alhambra Superchi
Regia Graham Vick
Scene e costumi Richard Hudson
Luci Giuseppe Di Iorio

Bologna, 4 agosto 2021

 

image_print
Connessi all'Opera - Tutti i diritti riservati / Sullo sfondo: National Centre for the Performing Arts, Pechino