1

’A voce sola, Favourite Arias – Francesco Divito, sopranista (Kicco Music CD)

Francesco Divito è pugliese, nato in una terra che diede i natali a molti celebri cantori evirati, a partire dal più leggendario fra tutti, Carlo Broschi detto Farinelli. Oggi l’immagine perduta della loro vocalità, nelle diverse forme in cui si presentava (contraltile, o sopranile, ma in casi eccezionali capace di coprire entrambe le caratteristiche), rivive, seppure sbiadita, nella specifica miscela canora di alcuni sopranisti abili nel proiettare le loro voci su tessiture tutte acute, chiare e cristalline, capaci appunto di dominare una estensione del tutto simile a quella di un soprano. Divito, infatti, appartenente alla categoria vocale che oggi, per comodità, viene erroneamente accumunata nella famiglia dei controtenori, è in realtà un soprano (soprano uomo, o male soprano per dirla, come spesso si legge, in inglese), o meglio un sopranista, un cantante che con un’emissione “naturale” (non di falsetto), senza ricorrere alla barbara mortificazione del proprio fisico, sfrutta le cavità di risonanza alte della voce, con suoni argentei e trasparenti. Un surrogato di quello che nel Settecento si otteneva, con l’orchiectomia, bloccando la muta vocale per preservare le fresche qualità timbriche proprie all’adolescente.

Divito aveva già inciso, da giovanissimo, un cd per la Tactus, intitolato In turbato mare irato, dedicato ad arie di bravura del secondo barocco, con pagine di Vivaldi, Duni, Giacomelli e Händel nelle quali mostrava già la caratteristiche di una voce oggi sviluppatasi per donare il meglio di sé in questo nuovo album, ’A voce sola, pubblicato dalla Kicco Music in occasione del quarantesimo anniversario di un’etichetta uscita dalla mente di una regina della musica leggera come Giovanna Nocetti, in arte Giovanna, che iniziò il suo cammino di produttrice discografica proprio con un lp di musica antica e oggi ritorna su questo repertorio con Francesco Divito, giovane cantante diplomatosi in musica vocale da camera al Conservatorio di Napoli sotto la guida di Antonio Florio (per la stessa etichetta Divito aveva già inciso la bella cantata per soprano e basso continuo Già la notte s’avvicina di Nicola Antonio Porpora). Proprio nella città partenopea questo promettente sopranista ha realizzato il cd, registrato nel periodo del lockdown imposto dalla pandemia del Covid-19, fra il novembre del 2020 e il gennaio 2021, con diversi complessi, dall’Ensemble La Primavera, per i brani di Monteverdi e Frescobaldi, alla London Musical Arts Orchestra e alla Bulgarian National Radio Symphony Orchestra, entrambe dirette da John Landor, rispettivamente per le pagine di Händel e Mozart; dall’Orchestra Gli Archi della Camerata Dogale condotta da Sandra Sofia Perulli per il “Vocalise” di Rachmaninov, al pianista Salvatore Gaglio per il rossiniano “Crucifixus”.

Le quindici tracce della compilation offrono un ritratto di una voce che si muove, come detto, su una vocalità sopranile spaziando dal barocco di Monteverdi (“Si dolce è ‘l tormento”) e Frescobaldi (“Se l’aura spira tutta vezzosa”), passando per quello inglese di Purcell (“When I am laid in earth da Dido and Aeneas), fino ad Händel, con pagine da opere (“Lascia ch’io pianga” da Rinaldo e “Ombra mai fu” da Serse) e oratori (“Disserratevi, oh porte d’Averno” da La Resurrezione, “Rejoice greatly, O daughter of Zion” e “I know that my Redeemer liveth” dal Messiah, “Let the bright Seraphim” da Samson e “Oh, had I Jubal’s lyre” da Joshua), toccando Mozart (l’aria di Cherubino, “Voi che sapete”, da Le nozze di Figaro e quella di Sesto, “Parto, ma tu ben mio”, da La clemenza di Tito), Rossini (“Crucifixsus” dalla Petite Messe Solennelle, incisa anche da Alessandro Moreschi, l’”Angelo di Roma”, ultimo cantore evirato della Cappella Sistina), Fauré (“Pie Jesu” dal Requiem), per finire con il “Vocalise” di Rachmaninov, pagina in genere affidata a soprani di coloratura.

Un percorso vocale che abbraccia tre secoli di musica, scelto per mettere alla prova una vocalità sicuramente singolare, impegnata non solo in pagine che nel Settecento furono pensate per cantori evirati, ma anche per soprani puri. Emerge anche la scelta, non inedita (già David Hansen lo fece portando sulle scene l’intera parte a Sassari), di eseguire una delle arie del personaggio en travesti di Cherubino dalle Nozze di Figaro mozartiane secondo un’usanza che oggi non fa più arricciare il naso a nessuno, anzi dovrebbe rendere più plausibili gli ardori adolescenziali di un giovinetto che si affaccia all’amore, come Cherubino, con più credibilità scenica rapportata al realismo psicologico che il genio salisburghese esalta in quest’opera.

Francesco Divito asseconda la retorica barocca che abbatte tutte le barriere nel rapporto fra timbro e ruolo, non temendo di vestire i panni di una donna quando intona il sublime lamento di Didone che conclude il Dido and Aeneas di Purcell, o di incarnare quelli asessuati di un Angelo quando si affida alle evoluzioni belcantistiche di una pagina acrobaticissima come “Disserratevi, oh porte d’Averno” da La Resurrezione, scritta per cantore evirato, ma dalla tessitura così acuta che spesso la si ascolta affidata a voce di soprano. La tipologia vocale di questo ragazzo dai boccoli biondi e dagli occhi azzurri entra negli schemi ben noti alle caratteristiche dei sopranisti che si sono imposti da Aris Christofellis in poi, passando per Robert Crowe e Dominique Visse, per arrivare fino a Radu Marian, il più emblematico nel mostrare la fragranza del timbro infantile e, oggi, a Bruno de Sá e Samuel Mariño; di quest’ultimo si è riferito su questo colonne recensendo un cd che sembra aver definitivamente aperto la strada ai falsettisti soprani. Per la verità molti di loro affermano di non utilizzare il falsetto, bensì di cantare con quella naturalezza che sembra mostrare in loro una voce che non ha subito la muta mantenendo connotati femminei, o meglio accomunando e fondendo nel timbro le caratteristiche del soprano acuto con quelle del bambino, alla ricerca di una voce angelica e, quindi, asessuata, o protesa verso un ideale di eterna fanciullezza. Il timbro eternamente adolescenziale di Philippe Jaroussky, oggi fra tutti il sopranista più noto al mondo, ha fatto scuola e crea proseliti anche fra i cantanti italiani, come appunto il giovane Francesco Divito.

Soffermiamoci su una pagina celeberrima come quella di Didone. Il nostro la trasforma in un addio privo di rimembranza umana. Non si percepisce il lamento della donna abbandonata dall’amato Enea che muore di dolore composto ma struggente, bensì si coglie, nella purezza dell’emissione tutta acuta di Divito, una malinconia che si fa felicità nel sentirsi tristi. La stessa malinconia che traspare da “Lascia ch’io pianga” ha un qualcosa di immacolato, senza che la voce assuma mai durezze; il pianto, insomma, diviene quasi delizia. L’emissione resta sempre leggera, forse non morbida, ma cristallina e di vitrea trasparenza, proiettata nelle sfere acute anche nelle variazioni del “da capo”, dove il rischio di cadere in un canto chioccio è scongiurato dal buon controllo dell’emissione. Si ha poi ampia prova che Divito sia un ottimo virtuoso in “Disserratevi, oh porte d’Averno”, nel quale sfoggia agilità saettanti; solo talvolta ricorre a suoni fissi nelle note tenute, rischio forse inevitabile in voci come la sua, mostrando di possedere per di più un bel trillo. Certo l’effetto è straniante, ma è forse quello che l’artista intende ottenere col suo canto plasmato su tessiture acute facendo cogliere, in chi ascolta, l’androginia del suo timbro, che si perde nelle spire di un canto impalpabile, come quando, sul “soave più” che conclude il celebre largo da Serse, si abbandona in un lungo suono flautato che pare il canto di un angelo. I risultati migliori, quelli che in qualche modo lasciano il segno, si registrano nelle pagine dagli oratori händeliani, dove la padronanza dello stile e la fredda purezza del suo cristallo vocale, sospeso in nuvole di suono senza carnalità timbrica, sembrano nati per questo ambito di repertorio. Sentirlo gareggiare con la tromba in “Let the bright Seraphim”, o muoversi con aggraziata naturalezza sulle note di “Oh, had I Jubal’s lyre” rappresentano i momenti più alti del cd.

Alle pagine mozartiane, seppure bene eseguite, manca l’anima del personaggio, perso nelle sfere di una dimensione vocale angiolesca che non permette, ad esempio, di coglier il turbamento adolescenziale di Cherubino, che ancora non sa cosa sia veramente l’amore (ecco perché Mozart gli fa vestire gli ambigui panni en travesti di tradizione settecentesca), eppure già ne sente i sommovimenti ormonali e le pulsazioni erotiche.

In sostanza, dall’ascolto davvero interessante di questo valente sopranista, emerge la volontà di mostrare l’indubbia particolarità del timbro, regalando il ritratto di una voce che per approcciare le tavole del palcoscenico necessiterebbe di maggior corpo espressivo. Ma gli angeli, viene da chiedersi, hanno un corpo? No, sono pura anima. Quindi ammiriamolo per quello che è e può comunicare in un canto senza peso come il suo, uscito dalle sfere celesti. Perché il cielo non sempre riesce a mettersi in sintonia con la caducità delle passioni umane.
Per altro lo stesso Jean-Loup Charvet scrisse in un suo illuminato saggio: “Il Barocco è forse questo: il desiderio di vivere nel doppio per meglio raggiungere l’uno, di partecipare al molteplice per accedere all’unità. Il sogno impossibile di un mondo dove l’assoluto non sia costretto a essere unico”. In tal senso, la voce di Francesco Divito risponde appieno al significato di tale teorema. [Rating:3.5/5]

’A VOCE SOLA
Favourite Arias

Monteverdi, Frescobaldi, Purcell, Händel,
Mozart, Rossini, Fauré, Rachmaninov

Francesco Divito, sopranista
Ensemble La Primavera
London Musical Arts Orchestra, John Landor
Bulgarian National Radio Symphony Orchestra, John Landor
Orchestra Gli Archi della Camerata Dogale, Sandra Sofia Perulli
Salvatore Gaglio, piano
Etichetta: Kicco Music
Formato: CD
Registrazione effettuata novembre/gennaio 2020/2021