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Vienna, Wiener Staatsoper – Roméo et Juliette

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Alcune considerazioni sull’edizione di Roméo et Juliette di Charles Gounod che la Wiener Staatsoper mise in scena nel marzo 2017 e che ieri sera, previa registrazione gratuita sul sito del teatro (qui il link), si è potuta seguire in streaming nell’ambito di un programma di serate annunciate da Vienna (stasera tocca a Tosca proposta nello storico allestimento di Magarethe Wallmann, con un terzetto di protagonisti di lusso: Sondra Radvanovsky, Piotr Beczala e Thomas Hampson). Questa, in particolare, destava interesse per sentire Juan Diego Flórez alle prese con la parte di Roméo al fianco della nuova stella del momento, il bel soprano russo Aida Garifullina nei panni di Juliette. Sul podio l’instancabile Plácido Domingo in veste di direttore, mentre l’allestimento è del gettonatissimo Jürgen Flimm, uno di quei registi che mandano in solluchero gli italici radical chic della critica musicale votata al teatro di regia; quelli che ritengono utili spettacoli come questo a far “pensare” il pubblico educandolo e sensibilizzando a non si sa bene cosa; forse a una sorta di “estetica del brutto”.

Insomma, sembrerebbero esserci tutti gli ingredienti per attirare l’attenzione e forse anche per mettere un nuovo punto fermo sull’esecuzione di un’opera che da alcuni anni è rientrata a pieno diritto nel repertorio dei teatri e che, ogni volta, colpisce per il flusso melodico che sgorga a corrente continua da un genere, quello dell’opéra-lyrique, il cui fascino non è facile da cogliere nella sua essenza più autentica. Per farlo è necessario comprenderne le radici stilistiche, quelle che donano alla bellezza dell’involo melodico piena consapevolezza del senso della parola, del fraseggio capace di andare alle radici dell’anima intima e carezzevole propria all’effluvio amoroso dei grandi duetti d’amore, ma anche ampiezza di respiro ai concertati, come quello dell’esilio o, nell’ultimo atto, giusta dimensione aulica al declamato di “Salut! tombeau!” affidato a Roméo. Se non si coglie tutto questo, se i cantanti non riescono, per limiti espressivi o perché poco ispirati dalla bacchetta, a farlo percepire, il rischio è la noia. Ed è così che, nonostante i nomi altisonanti della locandina di questa produzione viennese, ripresa dopo il debutto avvenuto l’anno prima, la delusione prevale sulle attese.

Plácido Domingo dirige appunto senza donare rilievo adeguato alla melodia, la sostiene ma non la sviluppa andandone a cercare l’incantata magia, così ad esempio nell’entr’acte che apre il secondo atto, che dovrebbe essere un sogno notturno di carezze e baci nella brezza di una notte stellata che prelude all’incontro fra i due giovani amanti. Non va buttato via, perché è funzionale al clima che poi chiude l’atto stesso con l’addio di Roméo alla sua amata, avvolto in una atmosfera notturna poeticamente ricamata da Gounod. Sappiamo che esiste un’alta tradizione di direttori francesi che, come Michel Plasson, hanno fatto di questa partitura un loro cavallo di battaglia, cercando di marcare quel lirismo che ha le sue ragioni nel respiro donato alle frasi, nei rallentanti e nei rubati che fanno acquisire valore aggiunto all’esecuzione, regalandone la verità espressiva.

Se Domingo delude, anche Juan Diego Flórez, che è comunque l’elemento più interessante del cast, non convince. Una volta registrata l’innegabile correttezza di un canto che lo conferma tenore di alto rango, per la pulizia della linea e il dominio di una tecnica impeccabile, il suo Roméo trasmette un senso di freddezza che non si può negare di percepire, a partire dall’aria “Ah! lève-toi, soleil!” cantata sì superbamente, con eleganza e facile ascesa agli acuti, ma senza lasciare un segno indelebile. Il suo modello, sempre che di modelli si possa parlare, sembrerebbe essere Alfredo Kraus, anche per quel filo di distacco che, pur non rendendolo aristocratico come Kraus sapeva essere in questa parte, lo presenta interpretativamente un po’ distante dall’ideale dell’adolescente. Del grande cantante delle Canarie, che fu inarrivabile Roméo, Flórez non possiede però la varietà del fraseggio e il modo di porgere le frasi musicali caricandole di signorile allure scenica, di erotismo sorvegliato dall’eleganza più che dalla giovanile baldanza che sarà poi propria a Roberto Alagna, il miglior Roméo succeduto a Kraus, che nessuno è più riuscito a eguagliare sul piano di un perfetto stile alla francese.
Flórez, dopo la ben nota frequentazione col repertorio rossiniano, si è avvicinato, con attenzione oculata nelle scelte, a quello romantico italiano e francese. Come tenore da opéra-lyrique sembra che la sua voce manchi di spessore, calore e intensità; è sì gentile, anche garbato nella ricerca di finezze che negli anni si sono fatte più attente nello sfumare i suoni. Ma per Roméo ci vuole di più; ci si deve impossessare del personaggio se si vuole essere credibili anche nel canto. Bisogna che quando si intona “Va! repose en paix! sommeille!” sia la parola a colorare il flusso della melodia, quasi a dipingerla cercando di andare ben oltre la pulizia del suono che non può essere solo corretto e di belle maniere nel porgere, deve coinvolgere cogliendo l’anima seducente che sostanzia la melodia amorosa rendendola puro incanto febbrile nella bocca di un ragazzo innamorato che ha appena lasciato la sua amata e le augura buona notte. È chiaro poi che se Flórez offre il meglio di sé nei momenti lirici, nel duello con Tybalt e nel successivo concertato dell’esilio manca invece di autorevolezza vocale (il do acuto su “je veux la revoir!” sembra una stella, anche se arriva dopo aver prima mostrato poca eloquenza e ampiezza di fraseggio), così come nell’ultimo atto il suo declamato non offre spunti che possano avvicinarlo alla grande tradizione dei cantanti francesi che, anche quando in possesso di voci di spessore lirico contenuto come la sua, hanno comunque sempre avuto dalla loro quella consapevolezza stilistica tale da renderli più persuasivi, aiutandoli nell’impostare un canto che nasce dalla parola e la plasma sul suono, sia al momento di far valere la bellezza del timbro sul versante elegiaco e languoroso, sia quando il fascino della voce deriva dall’aulica scolpitezza degli accenti o dall’eloquio drammatico. Ovviamente si è pur sempre dinanzi a un artista di rango, quale Flórez indubbiamente è, ma le ragioni stilistiche del cantar alla francese richiedono più tenerezza, fantasia e una intimizzazione che ha regole espressive tutte sue e, forse, domanda anche maggior espansione di suono.

Sulla Juliette della bella Aida Garifullina c’è infondo assai ben poco da dire. Freddina sulla scena e con una voce timbricamente generica di soprano leggero, annoia dopo poche battute. Nel valzer, poi, non è neanche troppo precisa in acuto. Le si deve dare il merito di non omettere l’aria del veleno, “Amour, ranime mon courage”, come invece in passato molte sue colleghe facevano, ma si percepisce un senso di fatica negli sfoghi di un canto lirico che, nell’espressione concitata del momento, richiederebbe morbidezza e slancio febbrile più rifiniti. Insomma una delle nuove dive da copertina del momento, portata in palmo di mano da teatri e case discografiche, tant’è…
Funzionali gli altri interpreti, fra i quali ci piace citare solo il Mercutio atletico nel gesto e vocalmente ben definito da Gabriel Bermúdez.

Lo spettacolo di Jürgen Flimm schiera il solito armamentario di modernismo che, in questo caso, supera i limiti del sopportabile, talvolta anche del comprensibile, togliendo all’opera ogni fascino ricorrendo all’utilizzo di luci a faro sparate dietro fredde strutture metalliche o bianche piattaforme plastificate che si stagliano nel buio sostanziale che avvolge lo stilizzato impianto scenico. Uno spettacolo davvero infelice.

Vienna – Wiener Staatsoper
ROMÉO ET JULIETTE
Opera in cinque atti di Jules Barbier e Michel Carré
Musica di Charles Gounod

Juliette Aida Garifullina
Roméo Juan Diego Flórez
Mercutio Gabriel Bermúdez
Frère Laurent Dan Paul Dumitrescu
Capulet Wolfgang Bankl
Paris Igor Onishchenko
Tybalt Carlos Osuna
Grégorio Ayk Martirossian
Benvolio Martin Müller
Stéphano Rachel Frenkel
Gertrude Rosie Aldridge
Le Duc Alexandru Moisiuc

Orchestra e Coro della Wiener Staatsoper
Direttore Plácido Domingo
Regia Jürgen Flimm
Luci Patrick Woodroffe
Costumi Birgit Hutter
Wiener Staatsoper, 1 febbraio 2017
Streaming 8 novembre 2020

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