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Vienna, Wiener Staatsoper – Don Carlos

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Il Don Carlos di Verdi trasmesso in streaming sulla piattaforma dalla Wiener Staatsoper (in replica sabato 28 novembre), ripreso in video lo scorso 4 ottobre, è stato uno degli ultimi spettacoli proposti su questo palcoscenico prima che la pandemia costringesse anche il glorioso teatro viennese a chiudere i battenti in attesa di tempi migliori. Con coraggio e uno sforzo produttivo davvero ammirevoli in tempi in cui già la serrata era alle porte, la Wiener Staatsoper ha appunto rimontato l’opera verdiana, senza mascherine o altri accorgimenti del caso, proponendola nella versione francese pressoché integrale, completa di quasi tutte quelle pagine poi eliminate prima dell’andata in scena della prima sulle scene parigine nel 1867, quando a Verdi venne detto che lo spettacolo sarebbe durato troppo, più che un’opera di Meyerbeer. Don Carlos resta nella struttura un grand-opéra, ma allo stesso tempo sappiamo che il “Cigno di Busseto”, col suo genio, affronta un dramma storico all’interno del quale lo scontro fra Stato e Chiesa si riverbera sui personaggi, apre voragini di solitudine e incomprensioni senza speranza, li abbandona nel vuoto della loro interiorità e della loro incomunicabilità. La maturità e il genio verdiano nel tratteggiare in musica l’animo umano sono tali da coniugare con equilibrio il piano pubblico con quello privato nella maniera che sappiamo, caricando appunto il peso della storia di una dimensione oppressiva tale da schiacciare la vita dei singoli, condannandoli all’infelicità.

Qui lo spettacolo di Peter Konwitschny, nato a Vienna nel 2004 e rivisto dal regista nel 2012, viene ora ripreso con un nuovo cast e con la direzione di Bertrand de Billy, una bacchetta che ben conosce questa monumentale partitura e la dirige con un rendimento complessivo in armonia fra il giusto respiro donato alle scene di massa ma soprattutto agli intimismi di lancinante malinconia. Non c’è forse quella profondità tale da regalare alla sua concertazione momenti da ricordare, ma tutto scorre con solida tenuta. L’allestimento è francamente confuso, quand’anche talvolta incomprensibile. Fra i momenti più astrusi, c’è quello del “sogno” di Eboli, inventato ovviamente dal regista e posto nel terzo atto, con in scena Eboli in dolce attesa, Carlos, Elisabeth e Philippe che imbastiscono una pantomima piccolo borghese senza alcun giustificabile senso drammaturgico in una stanza con pareti tappezzate a fiori e mobili in stile anni Sessanta quando si ascolta la musica per le danze del Ballet de la Reine. C’è anche l’Autodafé preceduto da riprese della TV spagnola che inquadra da un lato le umiliazioni ai danni di oppositori religiosi malmenati e trascinati a forza all’ingresso della Staatsoper e dall’altro celebra i fasti del corteo reale, con il coro in giacca e cravatta che mostra un popolo di borghesi asservito al potere mentre gli schermi mostrano sul finire dell’atto le esecuzioni di massa e Una voce dal Cielo si materializza sul palcoscenico apparendo in carne ed ossa in veste di starlet pronta a farsi prona dinanzi alle esternazione mediatiche e omicide di questa inquisizione in salsa finto borghese contemporanea. Gli stessi costumi sono per lo più in bianco e in nero, così come l’impianto scenico sostanzialmente fisso a pannelli bianchi illuminati da luci turchine, che creano un ambiente astratto, sobrio e atemporale, con porte che talvolta si aprono. Nulla di più o quasi. Credo che per giustificare le trovate di questo spettacolo, che quando non vuole forzatamente provocare appare se non altro di stilizzato modernismo (così lo spoglio quadro della foresta di Fontainebleau, che poi non differisce tanto, nelle scene, da quello del chiostro del convento di San Giusto, da quello successivo ancora e così via: insomma alla fine la scena è sempre la stessa…), si dovrebbe adoperare lo stesso impegno che molti hanno creduto di mettere in essere cercando reconditi ma poco pertinenti significati drammaturgici dietro l’impianto scenico/registico del recente Marino Faliero bergamasco del Donizetti Opera, da chi scrive visto in streaming. Facendolo si aprirebbero infinite discussioni, tali da far riflettere sulle pieghe di un teatro d’opera ormai asservito ai capricci del teatro di regia. Perché questo spettacolo viennese è uno dei tanti che oggi dividono pubblico (che in questo caso resta un po’ spiazzato) e critica (oggi per lo più “conquistata” da allestimenti come questi), creando spaccature sempre più marcate e forse anche pericolose per la fruizione futura di un mondo dell’opera ormai concepito per pochi pseudo-intellettuali che l’hanno pericolosamente trasformato condannandolo potenzialmente alla sua definitiva rovina post Covid.

Il cast vocale è sulla carta assai interessante. La versione francese avvantaggia molto alcuni interpreti, a partire da Michele Pertusi (Philippe II), che non avrà, come tutti sanno, la “voce verdiana” ideale in termini di ampiezza e non solo, soprattutto quando il monarca sale sull’alto scranno della sua autorità regale. Lo si percepisce anche dall’ascolto in streaming, ma la visione dolente e regale donata al suo Philippe lasciano il segno, per la carica di un’umanità sofferta e vocalmente ascritta a una linea di canto morbida, elegante e intimamente legata alla solitudine dell’uomo solo dinanzi al potere che lo opprime e alla mancanza di pilastri affettivi sui quali cercare consolazione per la condizione di monarca stanco e avvinto dalle delusioni. La stanchezza psicologica del personaggio si riflette su un canto sempre contenuto, sofferto e nobile, anche nei momenti dove Philippe mette a nudo un’autorità schiacciata da una toccante interiorità; caso emblematico di come un grande artista, consapevole dei propri mezzi, sappia metterli al servizio delle ragioni espressive della figura che incarna per delineare una regalità sfinita ma pur sempre evidente nel gesto come nell’espressione. L’ultimo attacco a mezza voce su “Elle ne m’aime pas!” è un capolavoro, un suono che è specchio dell’anima vinta dalla sofferenza per non sentirsi amato. Il duetto con Le Grand Inquisiteur del sempre autorevole Roberto Scandiuzzi, lui davvero autentica voce di basso verdiano, è uno dei vertici esecutivi della serata.
Jonas Kaufmann (Don Carlos), al pari di Pertusi, è un grande artista. Pure lui, seppure vocalmente meno corretto sul piano dell’emissione, mette la sua costante ricerca espressiva al servizio del personaggio, che qui appare, come giustamente deve essere, tormentato, addirittura in preda a uno spaesato smarrimento che la regia talvolta accentua. La voce di Kaufmann non sembra in questa occasione allo zenit della forma (come appare fin dal recitativo e aria di ingresso), ma l’artista, al di là di sporadiche manchevolezze vocali, è tale che pregi e difetti contribuiscono alla creazione di un personaggio teatralmente ed espressivamente avvincente, dove la mezza voce non sempre ortodossa ma utilizzata a fini artistici, l’emissione un po’ ingolfata ma astutamente gestita e la voce scura e brunita creano nell’insieme l’immagine dell’Infante di Spagna ribelle e disincantato, al servizio di un canto plasmato sulle ragioni della parola, in funzione del dramma. Siamo, al di là di ogni considerazione vocale, sempre e comunque dinanzi a un fuoriclasse.
Di grande interesse anche la prova del Rodrigue, Marquis de Posa di Igor Golovatenko, baritono russo che vanta presenze stabili al Teatro Bolshoi di Mosca ma anche importanti affermazioni a livello internazionale. La voce, come spesso capita per i cantanti che provengono della sua terra, è ricca di suono, morbida, avvolgente e timbrata, col colore baritonale giusto per la parte. Qualche suono strascicato o non perfettamente a fuoco e una perfettibile espressività non inficiano una prova più che attendibile, come dimostrano la ricerca del legato e la nobiltà adoperata nell’intonare “L’Infant Carlos, notre espérance” e l’intera scena della morte. Un baritono che, a inizio carriera, fece interessanti apparizioni in Italia, poi, ahimè, non vi è più tornato. Qui conferma il suo valore.
E veniamo alle signore, dinanzi alle quali il livello esecutivo scende e di molto, a partire dal soprano svedese Malin Byström, pure lei ben nota su importanti palcoscenici internazionali e che lo scorso marzo avrebbe dovuto essere protagonista di Salome nella nuova produzione scaligera di Damiano Michieletto diretta da Riccardo Chailly poi cancellata per il Covid-19. Almeno a valutare dall’ascolto in streaming è una Elisabeth di bell’aspetto, alla quale però, nel gesto, manca autentica regalità, mentre vocalmente, a onta di una tutto sommato solida resa complessiva, difettano colori, sfumature che diano senso a una voce di bel velluto timbrico, ma sempre assestata su un canto mezzoforte che nel passaggio all’acuto rischia talvolta evidenti sbavature e nel grave sonorità più ricercate che naturali. Il mezzosoprano svizzero Eve-Maud Hubeaux, nei panni della Princesse Eboli, si disimpegna come può. Inizia in maniera accettabile nella canzone del velo, poi si dimostra via via impari alle necessità della parte, soprattutto sul piano vocale, come appare evidente nell’aria del quarto atto.
Fra gli altri interpreti segnaliamo il basso Dan Paul Dumitrescu, Un Moine alla vista quasi Fra Melitone, che nel secondo atto la regia chiama all’inedito ruolo di saggio ammonitore di Don Carlos, mentre all’inizio dell’aria di Elisabeth del quinto colto nell’atto di consolare la regina, poi alla fine porta via con sé entrambi conducendoli per mano fuori dalla scena; un modo incomprensibile per risolvere un finale che già di per sé crea problemi quando si vuole far apparire il fantasma di Carlo V. Figuriamoci così!
Al termine applausi, fin troppo generosi. Meglio così.

Wiener Staatsoper
DON CARLOS
Opera in cinque atti di Joseph Méry & Camille du Locle
Musica di Giuseppe Verdi

Philippe II Michele Pertusi
Don Carlos Jonas Kaufmann
Rodrigue, Marquis de Posa Igor Golovatenko
Le Grand Inquisiteur Roberto Scandiuzzi
Un Moine Dan Paul Dumitrescu
Elisabeth de Valois Malin Byström
La Princesse Eboli Eve-Maud Hubeaux
Thibault Virginie Verrez
Une Voix d’en Haut Johanna Wallroth
Le Comte de Lerme, Un Héraut Royal Robert Bartneck

Orchestra e Coro della Wiener Staatsoper
Direttore Bertrand de Billy
Regia Peter Konwitschny
Scene e costumi Johannes Leiacker
Luci Hans Toelstede
Video Vera Nemirova
Drammaturgia Werner Hintze

Vienna, 4 ottobre 2020

 

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