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Verona, Teatro Filarmonico – Lucia di Lammermoor

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Un tuffo nella memoria che porta lo spettatore indietro di qualche decennio. È la sensazione che si prova assistendo alla Lucia di Lammermoor proposta dalla Fondazione Arena al Teatro Filarmonico di Verona per l’apertura della stagione 2020. Non una nuova produzione, ma un allestimento firmato alcuni anni fa da Renzo Giacchieri per il Verdi di Salerno. La regia, di salda impronta tradizionale, cede il passo a qualche scontato simbolismo nella scena della pazzia, dove la protagonista, vittima innocente del ricatto e della sopraffazione, dimostra la sua dissociazione psichica tenendo fra le braccia una bambola, mentre il sangue imbratta, oltre alla candida veste, il fondo della scena. Ma è l’unica diversione in uno spettacolo dove il lavoro registico vero e proprio si muove nel solco della tradizione, sia nella gestualità risaputa dei singoli protagonisti, sia nella gestione delle masse, risolta in una staticità quasi oratoriale. A delineare l’atmosfera cupa e sinistra in cui si svolge la vicenda tratta dal romanzo di Walter Scott concorrono le scene gotiche e prevalentemente nere di Alfredo Troisi, che cura anche le videoproiezioni: sul fondo scorrono cieli ora plumbei ora stellati, immagini di rovine, una grande luna percorsa da rivoli di sangue e, alla fine, due colombe bianche a simboleggiare il ricongiungimento in cielo dei due amanti. Un contributo alla cifra notturna dello spettacolo viene dall’accurato e suggestivo gioco di luci di Paolo Mazzon, mentre i costumi, firmati dallo stesso Giacchieri, sono convenzionali e genericamente d’epoca.

In sintonia con uno spettacolo decisamente vecchio stile, anche la parte musicale ci proietta in una dimensione d’altri tempi, attenendosi a modalità esecutive che non tengono minimamente conto dei criteri della nuova filologia. Dal podio, Andriy Yurkevych non sembra infatti preoccuparsi di rispettare l’integrità testuale e pratica tutta la consueta serie di tagli di tradizione, a cominciare dalla soppressione della scena della torre: pagina che, oltre ad avere un suo valore musicale, svolge una funzione precisa nell’economia e nell’evoluzione del dramma. È probabile che la scena non fosse prevista già in partenza in questa edizione, ma è certo che tutti gli altri tagli a cui è sottoposta la partitura vengono avallati dal direttore. In compenso, sono ripristinati i finali all’insù e tutti gli acuti possibili immaginabili: Lucia, per esempio, conclude sistematicamente arie, duetti, concertati e il celebre sestetto “Chi mi frena in tal momento?” con puntature all’ottava superiore alla lunga stucchevoli. Tutte scelte che non rendono giustizia, anche drammaturgicamente, all’equilibrio originario della partitura. Se sotto questo profilo Yurkevych non si dimostra un sottile indagatore del melodramma donizettiano, gli va tuttavia riconosciuta la capacità di imprimere all’esecuzione un piglio teatrale non sempre spedito ma nell’insieme efficace. Il direttore ucraino mitiga le “funeste smanie”, le ire, i furori pre-verdiani cari ad altri interpreti e, pur assecondando quando necessario le impennate drammatiche, sembra collocare l’opera in zona preromantica, offrendone una lettura prevalentemente lirica, cui non sfuggono le tinte fosche e misteriose di alcune scene.

Il merito del grande successo che il pubblico decreta a questa produzione spetta soprattutto alla compagnia di canto. Nei panni della protagonista, Ruth Iniesta esibisce una voce chiara da soprano leggero: la sua interpretazione, tuttavia, non rientra nello schema datato delle Lucie flautate e soavi, ma riesce a conciliare il virtuosismo con una visione moderna del personaggio. Da un lato, quindi, il bagaglio tecnico è adeguato e l’emissione corretta (peccato che qualche sopracuto risulti un po’ sparato), dall’altro l’interprete non incorre mai in manierismi, sa rendere espressiva la coloratura e regge con partecipazione e controllo stilistico la complessità psicologica del ruolo.
L’osmosi fra stilizzazione belcantistica e drammaticità romantico-notturna che del capolavoro donizettiano è tratto peculiare si riflette con suggestione nel canto e nell’espressione di Enea Scala. Grazie a una voce ben timbrata in tutta l’estensione e squillante negli acuti, al fraseggio attentamente cesellato e alla dizione nitida, il tenore delinea un Edgardo a tutto tondo e comunicativo, anche nel tratteggio scenico. Scala è a suo agio nei ripiegamenti elegiaco-patetici, come pure nelle scene in cui prevalgono la concitazione e l’impeto nervoso: in queste ultime, la misura e la consapevolezza stilistica non lo portano mai a confondere la raffigurazione dei sentimenti e delle passioni romantiche con l’enfasi verista.
L’interprete forse più legato a una visione tradizionale del proprio ruolo è Alberto Gazale, che sostituisce l’indisposto Biagio Pizzuti. Il suo Lord Enrico risulta comunque credibile per la vocalità robusta, sempre salda negli acuti (tolta qualche occasionale forzatura), e per la altisonante protervia con cui si immedesima nei panni del baritono vilain. Simon Lim, come Raimondo, figura molto meglio qui che in una edizione alla Fenice di qualche anno fa: canta con voce ben timbrata e di buon spessore, emissione corretta, e l’interprete risulta credibile e nobile nell’espressione. Funzionale il Lord Arturo di Enrico Zara e puntuali gli interventi di Lorrie Garcia (Alisa) e Riccardo Rados (Normanno). Meno autorevoli del solito gli interventi del coro preparato da Vito Lombardi.
Alla prima, numerosi e prolungati applausi a scena aperta e, a fine recita, successo alle stelle per gli interpreti principali.

Teatro Filarmonico – Stagione lirica 2020
LUCIA DI LAMMERMOOR
Dramma tragico in due parti e tre atti
Libretto di Salvatore Cammarano
Musica di Gaetano Donizetti

Lord Enrico Alberto Gazale
Lucia Ruth Iniesta
Edgardo Enea Scala
Arturo Enrico Zara
Raimondo Simon Lim
Alisa Lorrie Garcia
Normanno Riccardo Rados

Orchestra, coro e tecnici dell’Arena di Verona
Direttore Andriy Yurkevych
Maestro del coro Vito Lombardi
Regia e costumi Renzo Giacchieri
Scene e projection design Alfredo Troisi
Movimenti mimici Barbara Pessina
Luci Paolo Mazzon
Direttore allestimenti scenici Michele Olcese
Allestimento del Teatro Comunale G. Verdi di Salerno
Verona, 26 gennaio 2020

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