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Veni, Vidi, Vinci – Franco Fagioli, Il Pomo d’Oro, Zefira Valova (Deutsche Grammophon CD)

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Dopo l’omaggio a Händel, con l’album che raduna alcune delle più note arie tratte da opere del “Caro Sassone”, la Deutsche Grammophon pubblica un nuovo cd (la data di uscita è annunciata per l’8 maggio prossimo venturo) dedicato a Leonardo Vinci, intitolato “Veni, Vidi, Vinci”: una collana di arie, molte di esse in prima registrazione assoluta, che fanno luce sulla produzione operistica di uno dei massimi compositori della cosiddetta Scuola Napoletana del Settecento. Lo affida ancora al controtenore Franco Fagioli, la cui notorietà è ormai un dato di fatto. Il cd, prima ancora che per la qualità esecutiva, si segnala per la volontà di far ricerca analitica sulle fonti che confermano come la migrazione di arie da un’opera all’altra fosse consuetudine assodata nell’opera seria settecentesca, con quella ben nota interscambiabilità che non arrivava mai a compromettere il filo della narrazione essendo alle arie demandato il compito di fermare l’azione per far luce su un sentimento o uno stato d’animo di ciascun personaggio, approdo espressivo interiore di un intreccio portato invece avanti dai recitativi. Vinci, impostosi come autore di commedie per musica passò poi all’opera seria; in essa fece valere la gradevolezza di una fluente vena melodica applicata all’arte della fioritura vocale e sposò l’estetica della metafora barocca in tutte le sue sfumature. Ampio fu poi il suo ricorso ai libretti più utilizzati di quel tempo, quelli di Pietro Metastasio, alcuni dei quali musicati per la prima volta proprio da lui, come avvenne per il leggendario Artaserse, l’ultima sua opera. Permise ai cantanti dell’epoca, che fossero essi castrati, prime donne o tenori, di mostrare il meglio delle loro possibilità vocali.

Questo cd lo attesta perché raduna diverse pagine che, appena intonate da determinate voci, subito migrarono in altre opere affidate a nuovi divi, anche di diverso registro vocale. Si parte dalle arie “Sembro quell’usignolo”* e “Più non so finger sdegni”* da Il trionfo di Camilla, la prima cantata dalla celeberrima Faustina Bordoni, la seconda sempre dalla Bordoni, per poi passare all’altrettanto famosa rivale Francesca Cuzzoni quando l’aria finì nell’Elpidia. Lo stesso avvenne per “Sorge talora fosca l’aurora” da L’Ernelinda, cantata in prima battuta da Carlo Scalzi, castrato che per cinque anni collaborò spesso con Vinci per poi divenire al King’s Theatre di Londra uno dei cantanti favoriti da Händel e poi (anche se senza il recitativo, “Ove corri? Ove vai?”, che la precede) alla Bordoni quando l’aria si ascoltò ne Il trionfo di Camilla. Così avvenne ancora per l’aria “Nube di denso orrore”* che, cantata da Scalzi ne L’Ernelinda, passò poi al castrato Giacinto Fontana, detto il “Farfallino”, per i panni femminili di Cunegonda in Gismondo re di Polonia, dalla quale opera si ascolta anche “Quell’usignolo ch’è innamorato”* affidata al castrato Filippo Balatri e “Nave altera, che in mezzo all’onde”, quest’ultima cantata dal tenore Antonio Barbieri ma poi accolta nel pasticcio L’abbandono di Armida e interpretata dal soprano Caterina Giorgi. Al tenore Giovanni Paita fu affidata l’aria “Gelido in ogni vena” da Siroe re di Persia, anche se le note di copertina del cd, firmate da Roberto Scoccimarro, ricordano che il manoscritto utilizzato per questa pagina sia scritto in chiave di soprano, così da non escludere l’utilizzo che in altre occasioni fu fatto della stessa per voce di castrato, mentre l’aria “Barbara mi schernisci”, inizialmente cantata da Carlo Scalzi ne La Rosmira fedele fu reimpiegata nel pasticcio di Händel Elpidia e questa volta cantata dal celebre castrato Francesco Bernardi, detto “Il Senesino”. Dopo aver citato le arie “Sull’ali del suo amor”*, ancora da L’Ernelinda e l’acrobatica aria con tromba obbligata “Vil trofeo d’un’alma imbelle”* da Alessandro nell’Indie, affidata al contralto castrato Raffaele Signorini, talvolta definito anche soprano, il cd si completa con due arie, tratte dal dramma per musica Medo, che Vinci scrisse per il leggendario castrato Farinelli: la prima “Scherzo dell’onda instabile”* (che Farinelli si portò come aria di baule quando eseguì il Catone in Utica di Leonardo Leo) e “Sento due fiamme in petto”.

Un bel florilegio belcantistico che ci pone dinanzi all’evidenza di quanto assai poco contasse nel Settecento il rapporto timbro ruolo e di quanto invece, all’opposto, fosse importante far vivere la magia virtuosistica che una stessa aria poteva mantenere passando da un’opera all’altra, o da una voce all’altra anche quando non necessariamente appartenente allo stesso registro. Franco Fagioli, che è un virtuoso assoluto, e qui ancora una volta lo conferma, esegue tutte le arie, che siano esse per castrato, soprano, contralto o tenore, con il puntuale e morbido accompagnamento del complesso strumentale Il Pomo d’Oro, guidato da Zefira Valova senza eccedere in frenesia ritmica “baroque rock” ma anche con grande attenzione ai colori nelle pagine di risvolto patetico. Il grande controtenore argentino subito si impone per quell’arte di fiorire la linea vocale con trilli, nei quali credo nessun controtenore al mondo oggi lo eguagli, e con quella funambolica sicurezza nel gestire la voce nei salti di registro che hanno sempre contraddistinto una vocalità dall’estensione particolarmente ampia, dall’acuto al grave e viceversa, con quella tinta brunita che dona alle note gravi una timbratura all’occorrenza imperiosa. La dizione, invero, non è mai stata il suo forte, ma sul versante puramente virtuosistico arie come “Nave altera, che in mezzo all’onde”, “Sull’ali del suo amor”, “Vil trofeo d’un’alma imbelle” e “Scherzo dell’onda instabile” lo vedono vincente in ornamenti d’ogni genere: trilli, passaggi vocalizzati, note ribattute, scale discendenti e ascendenti e tutto ciò che contribuisce a stupire con un virtuosismo che fa a gara, in termini di acrobatismo e fantasia espressiva, con quello di Cecilia Bartoli.

Se l’avvento di Franco Fagioli ha contribuito a donare alla figura del controtenore un volto completamente rinnovato, ciò è avvenuto grazie a una nuova consapevolezza nell’utilizzare il proprio registro di testa, donandogli, se non omogeneità d’emissione in senso assoluto nel dosaggio tra i diversi registri, almeno una carnosità di suono e una ricerca di proiezione dello stesso che fino a pochi anni or sono erano impensabili a voci di controtenore utilizzate in parti pensate per voce di castrato. Ancora oggi – sia detto con chiarezza in tempi che hanno definitivamente e non sempre opportunamente sdoganato l’utilizzo dei controtenori in questo ambito, preferendoli spesso e volentieri a un più opportuno utilizzo di mezzosoprani e contralti – non tutti sanno, come lui, cosa significhi possedere gli strumenti vocali necessari per plasmare a regola d’arte un’emissione che ha finito per vincere i limiti stessi del falsetto. Fagioli lo ha fatto ricercando soluzioni assolutamente nuove sul piano di un canto che, pur apparendo costruito con una forza di volontà ferrea e una consapevolezza tecnico-stilistica che rasenta il prodigioso per voci come la sua, non appare mai esile, quindi lontano dai languori angelicati dei falsettisti anglosassoni o dalle filigranature adolescenziali di certi sopranisti di scuola francofona che oggi vanno per la maggiore. Sentire come la sua voce giochi con le note, ammirare i funambolici salti di ottava, sentir sgranare agilità con arcate di fiato da primato e bearsi delle minute fioriture con cui inghirlanda le pagine che maggiormente insistono sulla pittura della parola, vedasi l’aria “Quell’usignolo ch’è innamorato” con due flauti obbligati, o sul cullante incedere galante e soave di “Più non so finger sdegni”, o ancora sull’incertezza sentimentale di un animo, quello di Giasone, diviso fra due amori in “Sento due fiamme in petto” (lunga aria farinelliana che chiude la compilation), non fanno che confermare come il controtenorismo moderno, grazie a lui e a ben pochi altri eletti abbia, oggi più che mai, toccato vertici esecutivi tali da far addirittura recuperare una visione stilisticamente attendibile di quello che fu il canto dei cantori evirati settecenteschi, perduto nel tempo ma recuperato in qualche modo a nuova vita.

Per altro merita ricordare che è proprio di Leonardo Vinci l’aria di tempesta di Arbace “Vo solcando un mar crudele” (video) scritta per un altro castrato leggendario, Giovanni Carestini, e tratta da Artaserse, opera che Fagioli ha registrato dal vivo in Cd come in Dvd in un fortunato spettacolo dell’Opéra National de Lorraine a Nancy. Si vede Fagioli in elegante giustacuore settecentesco, imparruccato e con il viso incipriato come un aristocratico dell’età dei lumi, che supera prodezze vocali inimmaginabili; su YouTube il video ha superato di gran lunga il milione di visualizzazioni e manda letteralmente in visibilio il pubblico, pronto a tributargli al termine dell’aria un applauso che definire trionfale è poco, mentre le ancelle che fin lì l’hanno attorniato assistendo all’esternazione dei sentimenti tradotti in belcanto lo coprono di coriandoli dorati. Davvero un bel traguardo per un controtenore e, insieme, per la barocco renaissance, che ormai annovera, piacciano o meno, i suoi nuovi divi.

VENI, VIDI, VINCI
Arie di Leonardo Vinci
Franco Fagioli, controtenore
Il Pomo d’Oro
Zefira Valova, direttore e primo violino
Etichetta: Deutsche Grammophon
Formato: CD
Registrazione effettuata a Villa San Fermo, Lonigo, marzo 2019
*Prime registrazioni assolute

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