Venezia, Teatro La Fenice – Il trovatore

Dopo la velleitaria Traviata ambientata ai tempi del Covid, il Teatro La Fenice presenta una edizione del Trovatore più che dignitosa e accolta con vivo successo da parte del pubblico. Non è cosa da poco. Tra le opere della cosiddetta trilogia popolare, Il trovatore è la più inattuale e anche la più difficile da realizzare, e non tanto per la carenza di tenori. Teorema delle passioni allo stato puro, è un lavoro scomodo, che parla di guerra e violenza, ormai divenute quasi tabù per la cultura occidentale, che accetta e comprende il conflitto interiore, psicologico, ma tende a rimuovere l’aggressività esterna. Sottotraccia Verdi ci comunica che gli istinti violenti si possono comprimere, ma prima o poi finiscono per esplodere; che aggressività e ferocia, nei sentimenti amorosi, familiari, come nei rapporti sociali e tra le etnie, sono ineliminabili perché appartengono alla vita. E lo fa ammantando una storia truculenta con le melodie più ispirate e nobili che abbia mai composto. È un’opera scomoda per la sensibilità contemporanea anche perché parla dell’ambivalenza del Femminile e vede protagonista per la prima e unica volta nel teatro verdiano la figura di una madre (in Verdi, si sa, esistono solo i padri), che però è una madre/strega che accoglie, accudisce, nutre, ma allo stesso tempo soffoca, uccide e cova ossessivamente vendetta. Il trovatore è l’opera del fuoco, ma le fiamme che la percorrono non salgono verso il cielo a raffigurare lo slancio verso la purificazione, ma sono simbolo di regressione psichica: divorano, distruggono, asfissiano con il fumo.
Il trovatore è una sublimazione del melodramma, una favola dove le passioni e i sentimenti sono assoluti, e i personaggi – diversamente da quelli di Rigoletto e Traviata – sono chiusi in se stessi e relegati in numeri chiusi: monadi estranee a ogni comunicazione, a ogni evoluzione dinamica o drammatica. I registi non possono fare molto perché tutto, in quest’opera, si esprime attraverso la musica, il canto e il gesto epico, e i tentativi di attualizzarne il plot mitico-fiabesco in chiave politica, borghese, psicologica, sono destinati puntualmente a fallire. In altre parole, la nostra epoca non è all’altezza dell’epos mitico e delle iperboli vocali e musicali che animano un capolavoro come questo. Gli stessi cantanti e direttori sono più portati a scegliere la strada del distacco intellettuale, della filologia e dell’analisi, della lucidità a scapito dell’emozione e della passione.

Sono considerazioni valide anche per la nuova edizione veneziana, che nondimeno si distingue, come dicevo, per il buon livello complessivo. Il merito è in primo luogo della direzione di Daniele Callegari, che oltre a un’esecuzione integrale e filologicamente in regola, assicura tempi giusti, rispetto delle dinamiche, convincente proporzione fra orchestra e voci. Così se da un lato ritroviamo i ritmi serrati e le tinte corrusche che restituiscono l’impronta battagliera e il clima notturno incandescente e ferrigno che incombono sull’opera, dall’altro non manca una certa attenzione al versante intimistico-amoroso, accortamente commisurata alle possibilità dei cantanti. Non si può parlare di un disegno concertante raffinato, tuttavia la flessibilità narrativa, unita all’individuazione dei timbri necessari a sostenere il canto, consente a Callegari di mettere a fuoco i sentimenti e i contrasti che lacerano l’intimo dei personaggi e percorrono questo melodramma all’ennesima potenza.

Piero Pretti è un valido Manrico. Anche se il timbro non è ammaliante e resta l’impressione che la voce non sia del tutto congeniale al repertorio verdiano, il tenore si fa valere: è corretto, canta bene, non forza mai i suoni, ha una linea di canto accurata e fraseggia con gusto, per quanto in termini belcantistici potrebbe dare di più in “Ah sì, ben mio”. Emette inoltre acuti sempre ben proiettati e affronta la cabaletta della “Pira” in tono: stranamente, omette la puntatura di tradizione nell’oteco, mentre nell’all’armi conclusivo si lancia in un do sicuro e squillante.
Leonora è Roberta Mantegna, qui più a suo agio rispetto al Roberto Devereux veneziano di qualche settimana fa. Lo strumento è pregevole, vanta un timbro molto bello, ricco di armonici, e si espande con risonanza nel registro medio-alto, risultando invece meno consistente e gradevole in basso. Se la vocalista ha il senso del canto sfumato ed è precisa nelle agilità, l’interprete fraseggia con cura ed espressione, ma come è logico che sia, vista la giovane età, ha ancora bisogno di maturare sotto il profilo drammatico e di approfondire la “parola scenica” verdiana.
Veronica Simeoni ripropone la sua collaudata Azucena. Il timbro chiaro e il volume non sarebbero l’ideale per un ruolo di questa portata e, dunque, non manca qualche disomogeneità di rendimento vocale, specie nei momenti pugnaci e vigorosi. Il personaggio è però costruito con le intenzioni giuste, senza forzature di matrice verista e nell’osservanza delle indicazioni verdiane: in “Stride la vampa” rispetta i contrasti dinamici prescritti (sorvola sui trilli, ma in teatro lo fanno tutte), cogliendo, qui come in altre pagine, i risvolti introspettivi e allucinati del ruolo.
Colpisce per molti aspetti la prova di Luca Micheletti nel ruolo del Conte di Luna. Il giovane baritono sfoggia una voce ampia e brunita nel registro medio-grave e nei primi acuti, mentre le note più alte tendono a perdere timbratura e denotano una certa fissità. Ha fiati lunghi, generalmente ben gestiti, e una linea di canto accurata, al di là di qualche occasionale imprecisione nell’aria del secondo atto. Ma, soprattutto, Micheletti è un interprete immedesimato, capace di uno scavo analitico dell’accento e del fraseggio, sostenuto oltretutto da un grande carisma scenico. Non a caso è anche attore di prosa e regista, e la differenza tra la sua recitazione e quella degli altri è abbastanza evidente: sembra quasi si muova autonomamente e si sia ritagliato una regia su misura.
Convincente il contributo di Simon Lim, un Ferrando dalla bella voce risonante e in grado di sgranare con disinvoltura le quartine di semicrome del racconto iniziale, e adeguate le prove dei comprimari: Andrea Lia Rigotti, Ines, Dionigi D’Ostuni, Ruiz, Emanuele Pedrini, un vecchio zingaro, Giovanni Deriu, un messo. Bene il coro della Fenice, ritornato con questa produzione al suo abituale strandard.

L’allestimento in forma semiscenica con la regia di Lorenzo Mariani non è pretenzioso come quello di Traviata visto la settimana precedente. È giocato sull’essenzialità di pochi elementi scenici: tavoli e sedie ordinati geometricamente nel corso della rappresentazione e alla fine ribaltati in una immagine di caos e distruzione, più un gran numero di candelabri che i protagonisti tengono spesso in mano a simboleggiare il fuoco (dell’odio o dell’amore) che li divora. Va da sé che la vicenda, come si intuisce anche dai costumi, è filtrata in un’ottica borghese: scelta che generalmente lascia il tempo che trova ma che in questo caso tutto sommato non disturba. Recitazione, gestualità, movimenti di cantanti e coro sono naturalmente rispettosi delle norme di distanziamento. Determinanti, nel rendere suggestive le atmosfere dei diversi quadri, gli accurati effetti luce di Fabio Barettin. [Rating:3.5/5]

Teatro La Fenice – Stagione 2019/20
IL TROVATORE
Dramma in quattro quadri
in forma semiscenica
Libretto di Salvatore Cammarano
Musica di Giuseppe Verdi

Il conte di Luna Luca Micheletti
Leonora Roberta Mantegna
Azucena Veronica Simeoni

Manrico Piero Pretti
Ferrando Simon Lim
Ines Andrea Lia Rigotti
Ruiz Dionigi D’Ostuni
Un vecchio zingaro Emanuele Pedrini
Un messo Giovanni Deriu

Orchestra e Coro del Teatro La Fenice
Direttore Daniele Callegari
Maestro del coro Claudio Marino Moretti
Regia Lorenzo Mariani
Light designer Fabio Barettin
Allestimento Fondazione Teatro La Fenice
Venezia, 2 ottobre 2020