Venezia, Teatro La Fenice – A Hand of Bridge e Il castello del principe Barbablù

Con la regia di Fabio Ceresa, le scene di Massimo Checchetto, i costumi di Giuseppe Palella e il light design di Fabio Barettin, sono state rappresentate al Teatro La Fenice due opere in un atto: A Hand of Bridge di Samuel Barber e Il castello del principe Barbablù di Béla Bartók. Sono lavori che hanno poco in comune, anche se affrontano, in maniera assai diversa, il tema della crisi dei legami di coppia.

Su libretto di Gian Carlo Menotti, A Hand of Bridge è tra le opere più brevi in repertorio. Dura una decina di minuti circa, cioè il tempo di una mano di bridge, e vede impegnate due coppie di amici, infelicemente sposate. La prima rappresentazione assoluta di questa mini-azione avvenne nel 1959 al festival dei Due Mondi di Spoleto. Barber abbozza con grande efficacia i desideri insoddisfatti, le solitudini e le delusioni dei quattro protagonisti. Attinge alla musica jazz e costruisce eleganti contrappunti melodici. Rimane il rammarico che tutti questi elementi non siano maggiormente sviluppati: la frustrazione dei personaggi diviene una sorta di non appagamento dell’ascoltatore, che probabilmente avrebbe voluto conoscere di più delle due coppie. La noia e la monotonia della loro vita sono rese sulla scena da un predominante colore grigio; efficaci interventi di ballerini-mimi, in tonalità di rosa, visualizzano i sogni irrealizzati confessati dal canto.

Al Castello di Barbablù Bartók lavora non meno di un decennio, fino alla versione definitiva del 1921, quella proposta alla Fenice. Il compositore ungherese fonde sapientemente caratteristiche simbolico-espressioniste con un linguaggio musicale arricchito dagli elementi folclorico-etnici della sua terra. Il libretto, di Béla Baláz, si basa sulla fiaba di Charles Perrault e sul dramma Ariane et Barbe-Bleue di Maurice Maeterlinck. Oltre a Barbablù e all’ultima moglie, Judit, anche il castello partecipa all’azione, come fosse a tutti gli effetti un altro personaggio. Figura anche un bardo che declama il prologo introduttivo. In questo caso, l’attore Karl-Heinz Macek recita il testo in italiano, mentre l’opera è cantata in lingua originale.

Il regista Fabio Ceresa, con le belle scene di Checchetto, i ricchi costumi di Palella e l’accurato gioco di luci di Barettin, ci offre una personale lettura introspettiva. Barbablù è costretto dall’ultima moglie, Judit, a fare un bilancio della propria esistenza. Attraverso l’apertura delle sette porte, compie dunque un esame di coscienza. Tutto, naturalmente, avviene nella sua mente. Domina il palcoscenico una grande testa che aprendosi di volta in volta ci fa intravedere tutti i trapassi psicologici del protagonista. I colori caratterizzano le diverse situazioni: dal nero al bianco attraverso tutte le gradazioni fondamentali. Nelle varie visualizzazioni, in un gioco di luci e specchi di grande effetto, sono sempre presenti dei doppi di Barbablù. Judit li bacia e sembra assolverli prima che cadano in un sonno profondo. Il regista ci presenta anche un quadro veneziano: il lago di lacrime è attraversato da una gondola luttuosa, quasi un omaggio a Mann. Aprendo la settima porta, Judit scopre, come previsto dall’opera, che le precedenti mogli sono vive e riccamente vestite. Ma in realtà, qui l’ultima sposa, la donna della notte, rappresenta la morte. L’esperienza umana di Barbablù si completa dunque con la conoscenza della fine cui s’abbandona. Nel reiterato gioco teatrale che scambia vittime e carnefici, la scelta di Ceresa conserva comunque una plausibile coerenza.

Sul podio Diego Matheuz, trentacinquenne venezuelano, già direttore principale dell’Orchestra della Fenice dal 2011 al 2015, risulta complessivamente adeguato, con una certa propensione alle accensioni sonore bartókiane. Nel cast, equilibrato, troviamo il soprano Aušrine Stundyte (Geraldine, Judit) e il basso-baritono Gidon Saks (David, Barbablù), impegnati in entrambi i titoli, affiancati dal tenore Christopher Lemmings (Bill) e dal mezzosoprano Manuela Custer (Sally) nel Bridge di Barber. In particolare, la Stundyte dà spessore e rilievo scenico a Judit, convincendo di più che nel piccolo ruolo di Geraldine. Saks è un Barbablù credibile nel ruolo di vittima della sua ultima tentazione. In scena anche i danzatori della Fattoria Vittadini (Noemi Bresciani, Maura Di Vietri, Sebastiano Geronimo, Pia Mazza, Samuel Moretti, Francesca Penzo, Filippo Porro, Filippo Stabile), che accortamente realizzano i movimenti coreografici di Mattia Agatiello. [Rating:4/5]

Teatro La Fenice – Stagione lirica 2019/20
A HAND OF BRIDGE
Opera in un atto op.35
per quattro voci soliste e orchestra da camera
Libretto di Gian Carlo Menotti
Musica di Samuel Barber

David Gidon Saks
Geraldine  Aušrine Stundyte
Nill Christopher Lemmings
Sally Manuela Custer

IL CASTELLO DEL PRINCIPE BARBABLÙ
Opera in un atto op.11 SZ 48
in lingua originale con prologo in italiano
Libretto di Béla Balázs
Musica di Béla Bartók

Judit  Aušrine Stundyte
Il principe Barbablù Gidon Saks
Il bardo Karl-Heinz Macek
Le mogli di Barbablù Pia Mazza, Francesca Penzo, Noemi Bresciani

Orchestra del Teatro La Fenice
Direttore Diego Matheuz
Regia Diego Ceresa
Scene Massimo Checchetto
Costumi Giuseppe Palella
Light designer Fabio Barettin
Movimenti coreografici Mattia Agatiello
Danzatori Fattoria Vittadini
Venezia, 19 gennaio 2020