Chiudi

Un critico da Nobel: in un volume le recensioni di Montale su Verdi alla Scala

Condivisioni

L’opera poetica di Eugenio Montale non necessita di presentazioni, ma meno noto, forse anche agli appassionati di musica, è che il Premio Nobel per la letteratura fu per molti anni critico militante per il Corriere della Sera e per la sua edizione pomeridiana, il Corriere d’Informazione. Negli ultimi anni della sua vita, egli stesso, con la collaborazione della curatrice Gianfranca Lavezzi, ne curò un’antologia pubblicata con il titolo Prime alla Scale nel 1981 da Mondadori. La stessa Lavezzi lavorò, in un secondo momento, a un’altra raccolta confluita nel volume Il Secondo Mestiere pubblicato sempre da Mondadori nel 1996 nella collana I Meridiani. Sebbene dunque gli scritti musicali montaliani fossero già accessibili al lettore, il volume Verdi alla Scala. Le recensioni (1955-1966) e altri scritti, appena dato alle stampe da Il Canneto Editore e curato da Stefano Verdino e Paolo Senna, che firmano l’uno una precisa nota bibliografica e filologica – senza essere pedante – la quale introduce la seconda parte dell’antologia, l’altro il prezioso saggio introduttivo, che analizza con chiarezza l’opera di Montale recensore, presenta molteplici punti di interesse che ne suggeriscono la lettura, piacevolissima e illuminante.

Innanzitutto, come si evince dal titolo, sono qui raccolte le recensioni e altri scritti che Montale dedicò a Giuseppe Verdi e alle rappresentazioni verdiane alla Scala, non limitandosi ad attingere ai volumi sopra ricordati, ma recuperando scritti che finora erano rimasti fra le pagine dei giornali: se ne ricava una sorta di saggio monografico sul compositore, analizzato da punti di vista originali. Montale, che per otto anni circa aveva studiato canto come baritono e non era pertanto digiuno di studi musicali, ha una visione lucidissima della produzione del Cigno di Busseto e la analizza non limitandosi alla partitura, sempre presente, ma soprattutto in considerazione della prassi esecutiva e del quadro sociologico della ricezione verdiana (si legga ad esempio lo splendido Il genio che compì il lavoro di molte vite del 1951 che apre questa raccolta). Montale, come egli stesso ricorda, ha seguito “le sorti del verdismo e dell’antiverdismo italiano fin quasi dall’inizio del secolo” e ce ne offre, nelle sue recensioni, una testimonianza diretta, sfaccettata e schietta. Apertamente ribadisce di essere fra coloro che “preferiscono il primissimo Verdi, quella vena che va dal Nabucco e dai Lombardi fino ai miracolosi recitativi del Don Carlos, e vedono in lui, potenzialmente, una specie di più grosso Musorgskij italiano …pur ammettendo che il Verdi più grande e più italiano sia quello del Trovatore…”. Questa visione costituisce il leitmotiv delle recensioni; ma, se da un lato, Montale non è affatto acritico, perché sempre chiara è la parabola culturale e, pertanto, del gusto e della prassi esecutiva che si è compiuta sia nell’opera verdiana che nel cinquantennio che separa la morte del musicista dal tempo a cui questi scritti datano, dall’altro essa viene di volta in volta approfondita, corretta, motivata con puntiglio, spiegata, anche quando, a distanza di anni, Montale si trovi a parlare di uno stesso titolo. Le sue letture di Simon Boccanegra, per citare un esempio, rivelano come chiare in lui fossero le ragioni che fanno di quest’opera un capolavoro, imperfetto, ma pur sempre un capolavoro.

Il discorso montaliano non può naturalmente trascendere da un’analisi anche linguistica e metrica dei libretti, oltre che drammaturgica: e anche qui risulta naturale la sua difesa di versi giudicati orridi (“sento l’orma dei passi spietati”) rispetto ad altri più estetizzanti: Piave meglio di Boito, perché più autentico, perché lontano da quel gusto da quell’estetica che per decenni ha portato a preferire Otello e Falstaff alla produzione precedente, considerata erroneamente alla stregua di un percorso di preparazione ai due titoli maggiori. L’analisi che si dipana fra queste pagine sulla ricezione italiana ed europea di Verdi emerge, in questo brillante volume sorretto da un criterio antologico monografico, con grande forza e chiarezza e si lega all’altro grande tema, quello più curioso forse, che rimanda, in maniera apparentemente più diretta, ma incompleta, al compito del recensore. Si consideri, ad esempio, il decennio a cui appartengono gli scritti qui raccolti: 1955-1966 (con qualche eccezione). È l’epoca d’oro della lirica, quella che per noi appartiene al mito, e i miti si sa, resistono anche alle testimonianze sonore, tanto più se confrontate a certe esecuzioni affidate alle voci d’oggi. Ma a leggere Montale si sarebbe tentati di asserire che egli pensasse lo stesso, antedatando l’era mitologica agli inizi del secolo. Anche in questo caso il Montale recensore è puntale, garbato, equilibrato. Nondimeno, non risparmia appunti a nomi che oggi molti pronunciano con devozione: così la Callas è eccessivamente espressionista, Di Stefano canta “a tasto”, Corelli “potrebbe essere un Manrico ideale se possedesse (…) anche quel mezzoforte che solo può rendere sublime l’andante “Ah, sì, ben mio”; la Tebaldi è dotata di voce bella “forse non resistentissima”. E gli esempi potrebbero continuare, ma si badi che allo stesso tempo Montale è pienamente consapevole del valore di questi stessi nomi e degli altri, anche i cosiddetti “comprimari”, che ascolta. Voglio cioè dire che anche davanti a mostri sacri, anche davanti a chi era ormai il “mito di se stessa”, egli con garbo non risparmia quella che, forse, è improprio chiamare critica, ma una nota di interpretazione, che ricava dalla conoscenza dell’arte del canto, dalla lettura della partitura e dal confronto con una tecnica di cui egli era stato testimone. Perché questi scritti ci rendono anche un saggio sull’evoluzione della vocalità considerata sempre su quel doppio binario cronologico che da un lato si riferisce agli anni di vita di Verdi, dall’altro al primo cinquantennio del secolo scorso.

Non si pensi tuttavia che il suo sguardo fosse rivolto solo al passato: è anzi bene attento al presente, ascolta con fascino e interesse le nuove voci (Freni, Pavarotti…). Come i grandi, egli sa anzi spingere il suo sguardo verso il futuro, ma, pure nella consapevolezza di trovarsi davanti a spettacoli ed esecuzioni talora irripetibili e che hanno segnato una data, Montale ha chiari i loro limiti e, talvolta, gli errori. Un esempio per tutti: la storica Traviata di Visconti, occasione – come pure il Falstaff diretto da Karajan nel 1957 – di una riflessione sul ruolo del regista nello spettacolo d’opera, che ci fa nascere il desiderio irrealizzabile di poter conoscere direttamente quello che sarebbe il pensiero del poeta innanzi al nuovo corso della prassi registica d’oggi, giacché Montale già allora evidenziava i rischi di letture calate in “un clima di elefantiasi” dove l’ego di un singolo prevaricasse gli altri. Il miglior regista per lui era quello che insegnasse ai cantanti la parte.
Un così illustre critico ha dunque chiaro ciò che debba essere l’esecuzione verdiana? A tratti si risponderebbe affermativamente, ma a leggere – e rileggere – questi scritti si è piuttosto tentati a rispondere non con le parole del critico militante, ma con quelle del Poeta:
Codesto solo oggi possiamo dirti,
ciò che non siamo, ciò che non vogliamo.

EUGENIO MONTALE – VERDI ALLA SCALA
Le recensioni (1955-66) e altri scritti
A cura di Stefano Verdino e Paolo Senna
Pagg. 183
Il Canneto Editore, 2020

image_pdfimage_print
Connessi all'Opera - Tutti i diritti riservati / Sullo sfondo: National Centre for the Performing Arts, Pechino