Chiudi

Trieste, Teatro Verdi – Petite messe solennelle

Condivisioni

La Petite messe solennelle di Gioachino Rossini costituisce il terzo appuntamento della rassegna estiva pensata dal Teatro Verdi di Trieste per riaccogliere il pubblico dopo la chiusura imposta dalla pandemia di Covid-19. Si potrebbe quasi pensare che l’ossimoro del titolo rimandi non più, solamente, ai caratteri formali dell’ultima opera del Pesarese (una messa solenne per un organico da camera), ma contenga anche una sorta di programmatico riferimento allo spirito della serata: la solennità del riappropriarsi di uno spazio e di un rito collettivi che mantengono, nonostante i secoli, una scintilla dell’originaria sacralità greca, è, per necessità di legge e pubblica sicurezza, riservata a un piccolo, sparuto gruppo di persone: duecento spettatori possono accedere in sala. Ecco dunque che un caso, un virus nuovo, ipotizzato certo da più parti, ma mai pensato come possibile e prossimo a verificarsi, ha riportato questo capolavoro musicale alla sua più intima natura, vincolando gli interpreti al rispetto quasi letterale – non fosse per la presenza del coro, a cui la prassi esecutiva ci ha abituati, al posto delle 8 voci volute da Rossini in aggiunta alle 4 soliste – delle indicazioni e intenzioni dell’autore; piccolo organico, pubblico privato, ristretto, quasi un cerchia di amici. E se la Messa solenne diviene dunque un fatto per pochi, ricondotto all’intimità, ecco che anche questo evento solenne di riapertura al pubblico, sembrerebbe diventare una cosa intima. Purtroppo, tuttavia; e per molte ragioni che impattano da un lato la sopravvivenza economica del teatro, e dall’altro la vita culturale della città. Ma purtroppo anche perché l’esecuzione a cui abbiamo assistito meritava di essere ascoltata, ma si vorrebbe dire celebrata, da un numero di persone assai maggiore e prossimo all’idea che il secondo termine dell’ossimoro rossiniano ci dà: solenne.

La versione dell’opera eseguita è stata, dunque, quella originale per due pianoforti, armonium, coro e quattro voci soliste: scelta quasi certamente dettata, in questo caso, da ragioni contingenti, ma felicissima. La modernità della partitura in questa sua prima stesura è sempre sconcertante per l’impasto timbrico e armonico creato da Rossini. Francesca Tosi in questa occasione non limita il suo ruolo a quello di Maestro del coro, ma è chiamata ad assumere quello di direttore (ricordiamo per altro che è allieva del Maestro Bellugi). La sua è una lettura attenta, concentrata, che si avvantaggia delle distanze imposte a tutti gli artisti sul palcoscenico per mettere in risalto le sezioni del coro dando risalto alla scrittura contrappuntistica di questo Rossini, in cui il rigore di uno stile antico, che evoca Palestrina e Bach, si carica, a tratti, in una insolita commistione di echi operistici, di intuizioni e suggerimenti nuovi. È piaciuto molto l’equilibrio trovato con i solisti e i pianoforti anche se forse un po’ più di voce all’armonium di Ilario Lavrencic non sarebbe guastata. Se Alberto Macrì si è rivelato puntuale e preciso al pianoforte di ripieno, Adele D’Aronzo ha offerto una prova in crescendo trovando sonorità asciutte e fraseggiando con arte: il suo non è mai stato un semplice accompagnamento ma un dialogo costante con tutte le parti; valga, come esempio, la pagina Qui tollis dove gli arpeggi del pianoforte respirano con i solisti con dinamiche che restituiscono l’urgenza del reiterato miserere nobis. Intensa la lettura del Preludio religioso in cui sa trarre il meglio dal superbo strumento, un Fazioli grancoda che non si smette mai di ammirare, in un ispirato equilibrio fra echi bachiani e premonizioni frankiane, risolvendo con un’interrogazione pregna di aspettativa la cadenza finale modulante per cambiamento enarmonico.

Il Coro della Fondazione Teatro Lirico Giuseppe Verdi di Trieste è come sempre ottimamente preparato e riesce, al netto di alcuni suoni nelle voci femminili che, scoperti, appaiono a tratti, specie nel Kyrie e nel fugato del Cum Sancto Spiritu, impoveriti nel timbro, a ottenere effetti di grande intensità e spiritualità soprattutto nella seconda parte della Messa.

Ottimi anche i quattro solisti. Giulia Della Peruta ha voce chiara di timbro non personalissimo forse, ma bello e bene educata. Trova i giusti accenti nello sgomento incredulo del Crucifixus e fraseggia molto bene O salutaris hostia, che, con l’aria del tenore, è, come noto, il brano più operistico della composizione. Daniela Barcellona è eccellente e, se nei duetti risulta timbricamente il giusto accostamento alla voce di Della Peruta, tocca forse, con il coro, il momento di massima intensità di tutta la serata nell’esecuzione, concentratissima e toccante, autentica preghiera, dell’Agnus Dei. Il duo maschile non è da meno: Antonino Siragusa riconferma le sue qualità tecniche e artistiche: trova l’esatto equilibrio fra il carattere sacro e il profano della scrittura vocale, che discende dall’Arnoldo del Guglielmo Tell, in Domine Deus, si dimostra interprete attento alle dinamiche e ai colori, sicuro nell’emissione in ogni registro. Bel timbro di basso esibisce Abramo Rosalen, che, se talora pare gonfiare alcuni suoni, non è interprete meno curato e ricco di sfumature dei colleghi, offendo una lettura pregnante e pienamente convincente del Quoniam tu solus sanctus.
Il pubblico, piccolo nell’accezione del titolo, ha applaudito calorosamente gli interpreti di questa Messa, assaporata nell’intimità di un ascolto che la distanza, imposta da un virus, ha reso forse privato nella forma, ma non per questo meno collettivo e, pertanto, solenne come vuole essere questa Messa, per il ritrovarsi in un medesimo luogo a condividere una medesima esperienza.

Il Verdi in concerto
PETITE MESSE SOLENNELLE
per soli, coro, armonium e due pianoforti
Musica di Gioachino Rossini

Soprano Giulia Della Peruta
Mezzosoprano Daniela Barcellona
Tenore Antonino Siragusa
Basso Abramo Rosalen

Coro della Fondazione Teatro Lirico Giuseppe Verdi di Trieste
Direttore Francesca Tosi
Primo pianoforte Adele D’Aronzo
Pianoforte di ripieno Alberto Macrì
Armonium Ilario Lavrencic
Trieste, Teatro Verdi, 4 luglio 2020

image_pdfimage_print
Connessi all'Opera - Tutti i diritti riservati / Sullo sfondo: National Centre for the Performing Arts, Pechino