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Torino, Teatro Regio – Violanta

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Singolare figura di compositore quella di Eric Wolfgang Korngold. Divenne celebre a Hollywood come autore di musica da film dopo esser stato costretto, essendo di origine ebraica, a lasciare la nativa Austria per fuggire alle persecuzioni naziste, ma il mondo in cui fin da giovanissimo si formò fu quello della Vienna di Richard Strauss e Gustav Mahler. Quest’ultimo ebbe parole di lode nei suoi confronti, così come le ebbe Giacomo Puccini. Prima di dare alla luce quella che è la sua opera più celebre, Die tote Stadt (La città morta), mai uscita dal repertorio, come dimostrano le recenti esecuzioni, a partire da quella scaligera della scorsa primavera, Korngold compose, da giovanissimo (aveva appena diciassette anni), Violanta, che andò in scena a Monaco di Baviera nel 1916, diretta nientemeno che da Bruno Walter; la sua seconda opera dopo Der Ring des Polykrates. Molti si erano già accorti, compreso il padre, che fu un noto critico musicale, del suo talento e, come bambino prodigio, iniziò gli studi al conservatorio ad appena nove anni. Non tradì mai se stesso e la sua visione di musicista tardoromantico imbevuto di cultura mitteleuropea che in quel lirismo melodico incantato, nostalgicamente carezzevole, guardava allo stile musicale di Strauss e di Mahler, ma anche all’operetta austro-ungarica.

L’ascolto dell’atto unico di Violanta, che il Teatro Regio mette in scena oggi in prima assoluta per l’Italia in un nuovo allestimento, rivela, nell’ora e mezza o poco meno di ascolto, il carisma del genio, del compositore capace di assimilare tutto l’humus culturale viennese in cui si formò e visse la sua giovinezza. Anche la trama stessa dell’opera, che narra una vicenda di amore e morte che in altro modo si ripresenterà di lì a poco in Eine florentinische Tragödie (Una tragedia fiorentina) di Alexander von Zemlinsky (che non a caso fu maestro di Korngold al Conservatorio), sembra seguire l’impianto dell’opera verista, ma poi fa parlare il subconscio dei protagonisti rivelandone l’indole, andando al di là di quello che appare essere un dramma borghese sulla incomunicabilità coniugale, ambientato in una Venezia quattrocentesca dai tratti dannunziani, per divenire riflesso dell’interiorità tormentata dei personaggi. Ed ecco il capitano Simone Trovai, il marito tradito, che non comprende la freddezza della moglie Violanta, donna ligia al proprio dovere coniugale ma tutta protesa al desiderio di vendicare l’onta subita dalla sorella Nerina, novizia sedotta dal figlio illegittimo del re di Napoli, il fascinosissimo Alfonso, e che per questo si uccise annegandosi nel mare. Violanta attira Alfonso nella sua dimora dopo aver convinto il marito Simone a mettere in essere un piano per uccidere il seduttore, così da toglierla dallo stato di prostrazione che l’ha trasformata nel costante pensiero della sorella, rendendola fredda e distaccata anche nei confronti del consorte. Ma quando Violanta e Alfonso sono uno dinanzi all’altro e la donna svela all’uomo l’agguato di morte in cui sta per cadere, avviene qualcosa di inaspettato e le carte in tavola si capovolgono: Violanta, da vendicatrice si tramuta in donna innamorata, colpita dal racconto dell’uomo pronto alla morte che ora gli si prospetta; morte addirittura agognata dopo aver rivelato di essere cresciuto senza la gioia degli affetti domestici e aver condotto una vita infelice, priva di amore puro, sostituito dalle mille avventure libertine dei suoi trascorsi. Violanta è improvvisamente toccata da un sentimento di tenerezza che si tramuta in passione quale mai aveva fino a quel momento aveva provato, tanto meno per il marito. La tragedia comunque si consuma. Simone, impaziente per l’attesa del segnale che, secondo l’accordo con la moglie, lo deve avvertire di entrare in scena dopo aver udito la stessa fatidica canzone di Carnevale con la quale Violanta ha attratto Alfonso a sé, fa irruzione nella stanza, ma la donna confessa apertamente il suo amore per Alfonso, tenta di frapporsi fra i due rivali e viene trafitta dal marito spirando fra le sue braccia non senza avergli confessato di essere nuovamente e finalmente sua dopo essersi tolta da dosso il senso di colpa per quell’inaspettato colpo di fulmine. Il finale sembra dirci che cedere alla passione è sempre e comunque per la protagonista un errore da espiare, un desiderio dal quale liberarsi. Una donna, Violanta, che non riesce mai ad amare realmente, chiusa nella sua nevrosi vendicativa che assume connotati a tratti inquietanti e lunari, diremmo, per semplificare, decadenti, o addirittura psicanalitici. Odio e amore sono sentimenti che hanno una radice comune. Musicalmente l’opera, che si snoda in sette scene precedute da un preludio, ha inizialmente i caratteri illustrativi dell’opera verista per poi virare, nel grande duetto d’amore fra Violanta e Alfonso, in una voluttà melodica carica di dense armonie cromatiche, in un connubio fra tese accensioni drammatiche e lirismo emotivamente connotato, che trova il suo apice nel sublime cantabile “Reine Lieb”.

Lo spettacolo, con regia, scene e costumi di Pier Luigi Pizzi, che già firmò un bell’allestimento di Die tote Stadt per il Teatro La Fenice di Venezia nel 2009, è magnifico. Tutto si svolge in una scena unica, una ariosa stanza purpurea con tendaggi in tessuto damascato rosso a decorazioni dorate, un elegante divano, anch’esso rosso, e un fondale sul quale si apre un grande cerchio dal quale si immagina, fra il sogno e l’incubo, una Venezia notturna e misteriosa, percorsa da presagi di morte. Anche il clima di festa del primo atto pare un rituale funebre più che una festa di Carnevale e l’ambientazione è spostata dal Rinascimento agli anni Venti del Novecento, al tempo stesso in cui visse Korngold. Violanta veste un lucente abito dorato di paillettes che la rende una sorta di dark lady Jugendstil, Alfonso entra in scena con un mantello nero che pare fatto di piume, Simone è in divisa militare con cappello bianco, così come i cadetti che sono al suo servizio. Il tutto rientra in un piano visivo di assoluta raffinatezza e sofisticazione, senza osare percorsi registici che, qualora accentuati in senso verista o addirittura granguignolesco, avrebbero rovinato l’effetto straniante che questa musica suscita, soprattutto quando dalla prima parte, di introduzione ambientale e di presentazione dei personaggi, si passa alla dimensione più emotiva del citato duetto fra Violanta e Alfonso, cuore pulsante dell’opera; esso conduce alla tragedia finale che Pizzi dipana senza mai far perdere alla musica quel clima adatto a connotare l’emotività dei personaggi, sottintendendo un desiderio di analisi introspettiva al quale lo spettacolo risponde pur nella sua visione estetizzante.

La stessa direzione di Pinchas Steinberg, alla guida di una Orchestra del Regio in forma smagliante, coglie nella ricca scrittura orchestrale di Korngold le leggerezze di una dimensione sinfonica connotata da nuclei strumentali che divengono riflessi emozionali, trovando il giusto equilibrio fra la tensione interiore di pagine attraversate da sinistri presagi e distensioni liriche straussiane dalle sembianze quasi cameristiche. Il tutto appunto condito con la consapevolezza che questa musica debba colpire per la sua forza drammatica talvolta carica di inquietudini come pure di abbandoni di suadente cantabilità che parlano di sentimenti non vissuti o soffocati sul nascere, quindi sofferti, carichi di struggente malinconia.

Cast omogeneo e di alto profilo vocale e interpretativo. Il soprano Annemarie Kremer è una Violanta di bel rilievo scenico, con voce piena nei centri oltre che luminosa; svetta in acuto anche se il suono sembra talvolta raccogliersi più del dovuto, eppure il carisma interpretativo e il fascino con cui tratteggia il passaggio dal desiderio delittuoso di vendetta a quello della scoperta della passione sono condotti con piena consapevolezza espressiva nel cogliere la metamorfosi interiore della protagonista. Non gli è da meno il Simone Trovai ruvido come deve essere un militare, giustamente sospettoso nei confronti della moglie e di incisiva e solida timbratura vocale del baritono Michael Kupfer-Radecky. Il tenore americano Norman Reinhardt, che certamente ha il physique du rôle per essere un Alfonso ideale, azzarda, dopo aver affrontato per lo più ruoli di belcanto, la carte del tenore di impronta straussiana; non possiede il peso specifico adatto, ma in virtù della musicalità e di un sentire espressivo duttile e ispirato si mette in bella luce, soprattutto quando intona con eleganza la serenata “Der Sommer will sich neigen”, con sostegno di coro a bocca chiusa, e poi la magnifica aria “Sterben wollt ich oft”, nella quale racconta a Violanta la sua storia così da muoverla a compassione per poi convincerla a cadere nei suoi lacci d’amore. Addirittura un lusso è il mezzosoprano Anna Maria Chiuri per la breve parte di Barbara, nutrice di Violanta, che sfoggia un bel colore di voce scuro, denso e morbido. Discreti i due tenori Peter Sonn, Giovanni Bracca, e Joan Folqué, Matteo, come ben assortito il comparto di ruoli di contorno (Soula Parassidis, Cristiano Olivieri, Gabriel Alexander Wernick, Eugenia Braynova, Claudia De Pian).
Davvero uno spettacolo bellissimo, fra i più riusciti messi in scena dal Regio negli ultimi tempi, che verrà anche videoripreso e pubblicato in DVD dalla Dynamic, oltre che visibile in streaming dal 28 febbraio, e per i sei mesi a venire, sulla piattaforma di OperaVision. Successo pieno.

Teatro Regio Torino – Stagione 2019/20
VIOLANTA
Opera in un atto
Libretto di Hans Müller
Musica di Erich Wolfgang Korngold
Prima esecuzione in Italia

Violanta Annemarie Kremer
Simone Trovai Michael Kupfer-Radecky
Alfonso Norman Reinhardt
Giovanni Bracca Peter Sonn
Bice Soula Parassidis
Barbara Anna Maria Chiuri
Matteo Joan Folqué
Primo soldato Cristiano Olivieri
Secondo soldato Gabriel Alexander Wernick
Prima ancella Eugenia Braynova
Seconda ancella Claudia De Pian

Orchestra e Coro del Teatro Regio di Torino
Direttore Pinchas Steinberg
Maestro del coro Andrea Secchi

Regia, scene e costumi Pier Luigi Pizzi
Luci Andrea Anfossi
Assistente alla regia Matteo Anselmi
Assistente alle scene Lorenzo Mazzoletti
Assistente ai costumi Lorena Marin
Direttore dell’allestimento Pier Giovanni Bormida
Nuovo allestimento Teatro Regio Torino
In occasione del Giorno della Memoria
Torino, 21 gennaio 2020

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