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Superbo del mio affanno – Flavio Ferri-Benedetti, controtenore (Resonando CD)

Fece parte dell’Arcadia e apparteneva a una importante famiglia patrizia veneziana che gli permise di formarsi in un ambiente favorevole alle arti, ma Benedetto Marcello fu, oltre che compositore, avvocato e magistrato, anche scrittore arguto, passato alla storia per aver scritto Il teatro alla moda, pubblicato in forma anonima a Venezia nel 1720, che con stile sarcastico mise alla gogna i vezzi del teatro musicale dei primi decenni del Settecento, senza adottare nessuna indulgenza, anzi utilizzando una vivacità di penna e una felice invenzione satirica per farsi beffa delle cattive abitudini di librettisti e compositori e per marcare senza pietà i capricci dei cantanti. Il Conservatorio di Venezia porta oggi il suo nome. Come compositore sperimentò un po’ tutti i generi, compreso quello dell’opera, ma nella cantata il suo genio seppe esprimere al meglio la convinzione che la musica dovesse adattarsi ai testi, evidenziandone al massimo la forza espressiva. Scrisse cantate di argomento bucolico e pastorale, ma pure “eroiche”, ispirate ad argomenti mitologici e alla storia classica, queste ultime decisamente più articolate al punto da divenire quasi piccoli melodrammi in miniatura.

Questo nuovo cd del controtenore italiano Flavio Ferri-Benedetti, ora docente di canto barocco alla Università delle Arti di Zurigo e vocal coach alla gloriosa Schola Cantorum Basiliensis oltre che cantante giunto al culmine della sua maturità, offre una scelta di sei bellissime cantate, le prime cinque in prima incisione assoluta: “Ah, ch’io sento in lontananza”, “Arresta, arresta il piè”, “Cresci col pianto mio”, “Cantan lieti ne’ boschetti”, “Qual mai fato inumano”, “La Lucrezia”.
Ferri-Benedetti non ha nulla da invidiare ai colleghi italiani che oggi più di lui si ascoltano sui palcoscenici contribuendo a far guadagnare alla scuola italiana una posizione di eccellenza che prima era appannaggio quasi esclusivo di falsettisti di area anglosassone e francese. Lo si ammira per la voce timbricamente bella, calda, intensa e insieme setosa, nel segno dell’eleganza, mai soggetta a compiaciuta sovreccitazione ritmica nel canto melismatico o a uno svaporato abbandono in quello patetico, soprattutto pronta a piegarsi a un arcobaleno di tinte e sfumature che sfociano in arditezze belcantistiche possibili grazie alla solida tecnica. La dizione è accuratissima, addirittura ricercata in recitativi davvero miniati, l’intonazione perfetta (qualità non così scontata fra i falsettisti) e l’utilizzo dei vari registri mostra una vocalità che ad arte spazia dalle sonorità di testa a quelle di petto con il giusto mélange espressivo, sempre al servizio della parola.

Accompagnato dal clavicembalista Johannes Keller e dal violoncellista Daniel Rosin, entrambi bravissimi, la voce di Ferri-Benedetti si vota in senso totalizzante a sentimenti di dolore, rabbia, vendetta e tormento che fanno parte di amanti abbandonati o offesi, oggetto delle pagine incise. Nella cantata “Qual mai fato inumano” troviamo un innamorato che preferirebbe naufragare in una tempesta di sospiri piuttosto che sentirsi dimenticato dal suo bene. Qui, nel malinconico arioso “Cara, nel dirti addio”, Ferri-Benedetti sfoggia un calore avvolgente nell’esprimere l’idea di un affetto spezzato, di un cuore infranto colpito da un abbandono che si fa carico di sospiri equilibratamente divisi fra languore e densità di suono, declinati al massimo dei risultati nella magnifica messa di voce che si ascolta nel da capo; un canto concentrato sul dolore con toccante patetismo. Nella sezione finale della cantata poi, “Tuoni il ciel e s’apra il mar”, non una sola cadenza bensì l’aria stessa è scritta su due ottave, dal fa grave del contralto al fa acuto, quindi davvero impervia, eppure Ferri-Benedetti vince una sfida tanto complessa da vero virtuoso, utilizzando il canto come espressione sonora delle figure retoriche suggerite dalle parole.
Si capisce che sia un virtuoso anche ascoltando la parte conclusiva della prima cantata, quando in “Mora l’infido” la gioia nell’immaginare la morte del traditore come risoluzione di vendetta si esprime con drammatici salti anche di un nono magistralmente risolti, con un controllo dell’emissione e un dominio fra i diversi registri, dall’acuto al grave, di grande effetto.

Passiamo alla seconda cantata del cd, “Arresta, arresta il piè”, dove l’anima dell’amante tradita cerca vendetta e chiede una spada e una face per metterla in atto per poi capire che sarà nel cerchio infernale dei traditori, “tra le turbe degli estinti”, a trovare soddisfazione. Qui a sorprendere è la cadenza che conclude la terza sezione, dove la voce di Ferri-Benedetti realizza un vero prodigio: un salto di tre ottave che porta la voce dal la acuto al la grave, tutta in un fiato, con scala e arpeggi discendenti.
Il capolavoro di questa raccolta è la cantata dedicata a Lucrezia. Benedetto Marcello ne scrisse due pensando alla donna romana come simbolo di virtù, pronta all’estremo gesto del suicidio dopo essere stata vittima della violenza di Tarquinio il Superbo, ultimo dei sette re di Roma. Composta dal compositore sullo stesso testo dell’omonima cantata di Händel, inizia con un recitativo, “O numi eterni, o stelle”, che esprime rabbia e sdegno; segue l’aria “Già superbo del mio affanno” nella quale, dinanzi alla donna attonita per la violenza subita, quasi si coglie lo sguardo di Lucrezia perso nel vuoto, pervaso di infinita tristezza, fino a quando si arriva, sulle parole “parte l’empio, lo sleal”, ad ascoltare un nota emessa in piano e d’un sol fiato, intonata da Ferri-Benedetti con dolcezza quasi ipnotica, così da evocare quello che si racconta fossero le note filate dei cantori evirati. Nel presto finale, il breve arioso “Nell’inferno farò la mia vendetta”, Lucrezia prima di spirare lancia i suoi strali e conclude la pagina con una lunga nota tenuta che si interrompe d’improvviso sulla morte dell’eroina.
Questi e altri ricami ancora si colgono in un canto che è riflesso di cultura vocale intrisa di conoscenza stilistica del canto barocco in tutte le sue coniugazioni belcantistiche, tali da fare di Ferri-Benedetti un poeta e un abile giocoliere del falsetto, capace di essere così eloquente proprio perché sa utilizzare il belcanto a fini emozionali oltre che vocali, mettendolo al servizio della parola, proprio come voleva Benedetto Marcello, convinto assertore che musica e canto dovessero prima di tutto esaltare i valori espressivi del testo. Ancora una volta, dopo tanti cd passati – si citino quello dedicato alle cantate italiane di autori diversi, un altro al castrato Domenico Annibali e infine alle arie d’opera di Geminiano Giacomelli – Flavio Ferri-Benedetti si conferma, con questa nuova registrazione, uno dei più sensibili, colti e preparati italici profeti del falsetto di oggi, fra tutti forse il più ricercato sul piano virtuosistico. [Rating:4.5/5]

SUPERBO DEL MIO AFFANNO
Benedetto Marcello – Cantate per Contralto

Flavio Ferri-Benedetti, controtenore
Daniel Rosin, violoncello
Johannes Keller, clavicembalo
Etichetta: Resonando
Formato: CD
Registrazione effettuata dal 2 al 6 marzo 2020 presso la
Chiesa di Santo Stefano (Therwil, Svizzera)

Immagine in evidenza: Photo credit Dirk Letsch