Chiudi

Su Rai5, la storica Vedova allegra firmata Bolognini con Raina Kabaivanska

Condivisioni

Martedì 29 dicembre alle ore 10.00 viene riproposta su Rai5, dal Teatro dell’Opera di Roma, La vedova allegra di Lehár, nell’edizione diretta da Daniel Oren, con la regia di Mauro Bolognini che ne cura anche la ripresa tv. Protagonisti sul palco Silvano Pagliuca, Daniela Mazzucato, Mikael Melbye, Raina Kabaivanska, Luca Canonici, Elio Pandolfi. Primo ballerino Raffaele Paganini.

È un’edizione della Vedova allegra che può definirsi storica, quella in onda martedì 29 dicembre su Rai5. Lo spettacolo, nato per il San Carlo di Napoli, poi rivisto per la Fenice di Venezia e riproposto quindi con scene diverse all’Opera di Roma nel 1990, restituisce felicemente l’atmosfera viennese di leggera follia e seducente futilità di cui è pervaso il capolavoro di Franz Lehár. Niente ammodernamenti, nessuna identificazione tra l’Austria felix sull’orlo del baratro e la società contemporanea: la nota vicenda della vedova erede di ventimila milioni, molto semplice ma ben congegnata nel suo gioco di amori, di finzioni e reciproche ipocrisie rigorosamente rispettate, viene raccontata da Mauro Bolognini in tutta la sua convenzionalità e artificiosità di teatro d’intrattenimento. Non ci sono cedimenti di ritmo e di gusto: lo stile asciutto della recitazione innerva tutto lo spettacolo ed evita le insidie di movenze sceniche da varietà, nonostante il frequente ricorso alla passerella. Se l’impianto con i fondali convenzionali di Umberto Bertacca risulta non più che funzionale, alla resa spettacolare dell’insieme danno un fondamentale apporto gli esemplari costumi belle époque di Piero Tosi, le spigliate grisettes del corpo di ballo dell’Opera di Roma e la partecipazione del primo ballerino Raffaele Paganini.

La compagnia di canto – un congegno quasi inappuntabile sia dal punto di vista vocale che scenico – è dominata da una carismatica Raina Kabaivanska. Il soprano bulgaro non è la tipica protagonista in grado esprimere il brio e l’effervescenza di una sentimentale “ochetta di campagna”. Ma al di là di tutti i possibili rilievi (a partire da quelli timbrici) che si possono fare a una grande cantante lirica prestata all’operetta, siamo di fronte a una creazione memorabile. L’eccezionale professionalità, la tecnica di prim’ordine, l’eleganza consentono all’artista di delineare una Glawari di classe, un personaggio connotato da risvolti di pateticità e nostalgia normalmente estranei alle “specialiste” del genere. La sua “Vilja” (che a teatro veniva bissata tutte le sere a furor di popolo), è un capolavoro di fluidità, nel suo fraseggio miniato con sofisticata finezza.

Nei panni del Conte Danilo, il baritono danese Mikael Melbye lascia a desiderare per la dizione italiana, ma si fa apprezzare per il bel timbro brunito, il temperamento esuberante e l’adeguato physique du rôle. Eccelle per tenuta vocale e scenica la Valencienne di Daniela Mazzucato, un’interprete che gli elementi portanti del linguaggio operettistico – scioltezza e verve – sembra davvero averli nel Dna. Al suo fianco l’ottimo Camille de Rossillon di Luca Canonici, qui al suo meglio per la bellezza del timbro e la fluidità di un canto vario e sfumato. Bravo anche Silvano Pagliuca nella parte del barone Zeta e straordinario per la vis comica misurata Elio Pandolfi nell’irresistibile caratterizzazione di Njegus.
Dal podio, Daniel Oren anima l’esecuzione con adeguata flessibilità: ricava dalla partitura brillantezza, slancio e senso ritmico adeguati, senza trascurare gli impasti leggeri e le mezze tinte.

image_print
Connessi all'Opera - Tutti i diritti riservati / Sullo sfondo: National Centre for the Performing Arts, Pechino