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Su Rai5, la Adriana Lecouvreur della Scala con Daniela Dessì

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Non era certo un musicista prolifico, Francesco Cilea. Compose in tutto cinque opere e di queste solo una, Adriana Lecouvreur (1902), è rimasta in repertorio. La partitura, a parte qualche riciclaggio dell’orchestrazione di Massenet e dello stile di conversazione pucciniano, rivela la mano di un compositore “gentiluomo” dalla vena melodica sorgiva, più raffinata e nobile rispetto all’enfasi esuberante di altri esponenti della “giovane scuola” italiana. Il soggetto – ispirato alla vita e alla leggenda della grande attrice della Comédie française avvelenata da una rivale in amore – consente un singolare ricorso all’espediente del “teatro nel teatro”. Un continuo contrappunto fra realtà e finzione, fra pittoresca commedia sentimentale ed echi della grande tragedia classica, fra intrighi da vaudeville e forte dramma passionale. In questa fusione di commedia e dramma in una cornice di ambiente settecentesco, si staglia precisa e coerente la fisionomia tragica della protagonista. E proprio qui sta il vero segreto del successo di Adriana. Datele una grande attrice-cantante e il gioco è fatto: il pubblico rimarrà inchiodato alla poltrona e la partitura di Cilea gli sembrerà il capolavoro che non è.

Nell’edizione andata in scena nel 2000 al Teatro alla Scala di Milano e che viene trasmessa venerdì 15 maggio alle ore 10 su Rai5, la protagonista è la compianta Daniela Dessì, qui al suo debutto nel ruolo. Professionista seria, interprete sensibile, Dessì non esibisce le caratteristiche tipiche delle attrici-cantanti stile Olivero o Kabaivanska. La sua Adriana è poco emotiva, rinuncia agli slanci veementi e alla sensualità estroversa per puntare a una radicale intimizzazione. È una figura dimessa, tutta giocata sul filo del lirismo, degli accenti patetici e dell’espressione malinconica. Soluzione non solo rispettabile, ma anche intelligente, in rapporto al temperamento e alle peculiarità vocali  del grande soprano. Aggressività e mordente non mancano invece a Olga Borodina (principessa di Buillon) che canta con voce pastosa, incisiva e acuti squillanti. Non convince il Maurizio di Sergej Larin. Voce tendenzialmente dura, stentorea, disuguale, cerca di smorzare e assottigliare, ma la tecnica incompleta non gli consente di emettere suoni adeguatamente morbidi e timbrati. Carlo Guelfi delinea un discreto Michonnet, anche se l’espressione potrebbe essere più affettuosa e il fraseggio miniato con maggiore patetismo. Disomogeneo il quartetto dei “soci della Comédie”.

Sul podio, troviamo Roberto Rizzi Brignoli (che qui sostituiva Bruno Bartoletti). L’esito, nonostante il non perfetto aplomb di qualche concertato, è soddisfacente. Le sfaccettature e i diversi livelli di espressione musicale della prismatica partitura di Cilea vengono dispiegati con puntualità. Rizzi Brignoli riesce di fatto a contemperare sinuosità, trasparenze e motivi floreali liberty con i colori forti e passionali del teatro musicale verista. Inoltre asseconda con naturalezza il fluire della cantabilità.

L’allestimento con le scene di Paolo Bregni e la regia di Lamberto Puggelli modella la teatralità di Adriana in una cornice settecentesca tradizionale, a tratti un po’ macchinosa. È tutto un salire e scendere di tendaggi e sipari, un riverberare di specchi e citazioni figurative non privo di cadute kitsch. Nel complesso, però, la regia snoda i fili della vicenda con ritmo convincente.

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