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Su Rai5, il Rinaldo di Händel e Leo ambientato fra le rockstar anni ’80

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È tornata in scena dopo 300 anni la versione napoletana del “Rinaldo” di Händel che Rai Cultura trasmette in prima tv mercoledì 5 agosto alle 21.15 su Rai5 (canale 23). Dopo l’accidentale ritrovamento del manoscritto nella biblioteca privata di un castello inglese nel 2012, la versione napoletana dell’opera assemblata da Leonardo Leo nel 1718 a partire dall’originale ma con innesti di pagine di altri compositori, è stata messa in scena per la prima volta in tempi moderni nell’estate del 2018 nell’Atrio del Palazzo Ducale di Martina Franca, per la 44esima edizione del Festival della Valle D’Itria. Sul podio il direttore musicale del Festival Fabio Luisi, mentre lo spettacolo è affidato alla regia di Giorgio Sangati. Riproponiamo qui la recensione di Fabio Larovere

Un pasticcio ben riuscito. Era forse il titolo più atteso della 44ª edizione del Festival della Valle d’Itria il Rinaldo di Händel, per la prima volta in età moderna nella versione napoletana del 1718. I fatti sono noti: il capolavoro che nel 1711 segna l’arrivo trionfale del compositore sassone a Londra, approda nella città partenopea nel 1718, in occasione dei festeggiamenti per il genetliaco dell’imperatore austriaco Carlo VI (all’epoca Napoli era capitale del viceregno austriaco dell’Italia meridionale). Secondo quanto ipotizzato dal giovane e brillante musicologo Giovanni Andrea Sechi, che ha ricostruito la partitura che si credeva perduta, il canale attraverso cui il capolavoro di Händel giunge in Italia fu l’allora celebre castrato Nicola Grimaldi, detto “Nicolini” (1673-1732). Costui, originario di Napoli, ebbe un’importante carriera internazionale e fu il protagonista londinese della prima assoluta di Rinaldo. Tornato in Patria con lo spartito händeliano, Grimaldi lo affida a Leonardo Leo perché lo adatti al gusto del pubblico partenopeo. Nasce così quello che in gergo si definisce “pasticcio” e che agli orecchi contemporanei può suonare come una sorta di eresia, ma che all’epoca costituiva la norma per i teatri d’opera. I pasticci sono opere realizzate attraverso l’innesto sull’originale di un numero variabile di estratti o rielaborazioni di composizioni precedenti.
Ora, del Rinaldo napoletano esiste una copia del libretto conservata nella biblioteca del Conservatorio “San Pietro a Majella”; nel 2012, poi, emerge, una partitura incompleta nella biblioteca privata del castello inglese di Longleat House. Proprio su questo importante documento ha lavorato Sechi, che ha anche ricostruito i recitativi mancanti nello stile dell’epoca.
Rispetto all’allestimento londinese, la versione napoletana è più colorita e variegata, con 39 scene complessive contro le 32 iniziali. La modifica più importante è riferita all’ingresso di due personaggi buffi, Lesbina e Nesso, servitori rispettivamente di Armida e Rinaldo, a cui sono affidate scene comiche non sostanziali ai fini della vicenda, che vennero musicate da Leo ma il cui spartito è perduto. A Martina si è deciso di affidare questi due ruoli ad attori/cantanti davvero bravi, Simone Tangolo e Valentina Cardinali, che hanno recitato i versi del libretto divertendo il pubblico tra un atto e l’altro del capolavoro händeliano.
L’allestimento napoletano conserva la divisione in tre atti ma modifica la distribuzione interna delle arie: in particolare, si pensa che Nicolini, desideroso di attrarre a sé il favore del pubblico, si sia appropriato di due arie riservate ad altri personaggi. Si tratta di “Mio cor che mi sai dir” di Goffredo e della celebre “Lascia ch’io pianga” di Almirena, spostata dal secondo al terzo atto e che Rinaldo canta con un testo modificato (“Lascia ch’io resti / con la mia pace, / e più non peni / pietoso amor”). Ma ci sono anche altre differenze tra le due versioni: anzitutto, l’inserimento di un prologo encomiastico pronunciato dal personaggio della Vittoria che, rivolgendosi a Carlo VI, ne loda i successi in campo militare. Poi, la trasformazione dei saraceni in turchi e una presa di posizione decisamente a favore dell’esercito cristiano. Se in generale la versione londinese punta molto sullo scontro religioso (nel finale Armida e Argante si convertono al Cristianesimo), quella napoletana mette l’accento sulle passioni dei protagonisti: non c’è più traccia della conversione e i due “infedeli” sono tratti in catene e derisi pubblicamente dopo la scena finale in cui Rinaldo e Almirena si giurano eterno amore.
Dal punto di vista musicale, l’unico personaggio che conserva le arie dell’edizione londinese è Rinaldo (giacché Nicolini le ha in repertorio) mentre gli altri interpreti farebbero ricorso alle cosiddette “arie da baule”, ovvero arie, magari scritte da altri compositori, che i cantanti portavano con sé da un teatro all’altro, adattandole all’opera che di volta in volta interpretavano.

Veniamo ora all’esecuzione martinese, nel complesso di alto livello musicale. Merito di un cast che presentava le sue punte di eccellenza nelle due protagoniste. Il mezzosoprano Teresa Iervolino, anzitutto, al suo debutto nel ruolo, ha offerto un’interpretazione memorabile per intensità d’accento, bellezza di voce e solidità tecnica, reggendo perfettamente l’impegno di cantare a lungo in una condizione non ottimale (per quanto si sia in estate, cantare all’aperto è sempre difficile). Il pubblico le ha tributato una meritatissima ovazione non solo a seguito dell’ispirata, commovente esecuzione di “Lascia ch’io resti” (come detto sopra, la versione napoletana di “Lascia ch’io pianga”), ma anche dopo aver letteralmente gareggiato in bravura con la tromba solista nella parimenti stupenda “Or la tromba”, affrontata con piglio eroico. La Iervolino non solo vanta una voce ragguardevole per volume e colore brunito, da autentico mezzosoprano, omogenea, estesa, ma la utilizza anche con estrema proprietà stilistica e giustezza d’accento. Per di più, risulta scenicamente disinvolta e credibile. Lo stesso può dirsi di Carmela Remigio, perfettamente a suo agio nelle vesti della sulfurea – ma anche seducente – Armida, che ha interpretato con uno straordinario carisma scenico: la sua voce di soprano chiara, agile e duttile contrastava non solo con il diverso colore dello strumento di Rinaldo, creando un dualismo di grande impatto emotivo, ma anche con i bei costumi neri indossati dalla maga e dai suoi sodali. L’impressione è che la cantante ami questo ruolo e lo senta profondamente suo.
Ottimi gli altri interpreti, a cominciare dalla fascinosa Almirena di Loriana Castellano, anche lei mezzosprano, ma più chiaro della Iervolino, e dotata di una voce dalle morbide screziature ambrate nella parte grave del registro. Più efficace dal punto di vista della recitazione che del canto l’Argante di Francesca Ascioti, comunque dotata di voce e piglio interessanti, così come l’Eustazio di Dora Savinova. Ha invece accusato alcune difficoltà l’unico uomo del cast, il tenore Francisco Fernández-Rueda, apparso non perfettamente in parte. Apprezzabile l’apporto degli altri cantanti: l’araldo di Dielli Hoxha, lo Spirito in forma di donna di Kim-Lillian Strebel e il Mago Cristiano di Ana Victória Pitts (tutti allievi dell’Accademia del Belcanto “Rodolfo Celletti”).

Pulita, precisa, estremamente musicale e attenta al canto la direzione di Fabio Luisi, alla guida dell’eccellente orchestra “La Scintilla”, gruppo svizzero che si dedica alle esecuzioni storicamente informate. Il lavoro di cesello compiuto dal direttore, nonché la sua nota predilezione per il dilatarsi dei tempi, ha il merito di evidenziare le peculiarità timbriche e contrappuntistiche della partitura, nel segno di una olimpica politezza e lepidezza (per dirla con due aggettivi ormai in disuso). Tuttavia, un simile repertorio richiederebbe forse un maggiore slancio ritmico e un più vigoroso insistere sui contrasti dinamici, agogici e timbrici, nel segno di quello stupore che sappiamo essere un elemento costitutivo dell’estetica barocca.

Sulla carta, la regia di Giorgio Sangati si presentava ardita. L’idea, interessante e potenzialmente vincente, è quella di trasportare la rivalità tra Rinaldo e Armida al mondo del rock anni Ottanta (sì, siamo ancora nell’ambito del “ba-rock”…) e così da una parte troviamo Rinaldo/Freddy Mercury e dall’altra Armida/Cher, che si contendono la supremazia sul mercato musicale. Tutti gli altri personaggi sono incarnazioni di altrettante star mondiali, impegnate a sostenere l’una o l’altro protagonista: Almirena/Madonna (la cantante, çà va sans dire), Argante/Gene Simmons dei Kiss, Goffredo/Elton John, Eustazio/David Bowie.
Tutto questo, sulla carta. Perché in scena, lo spettacolo si è svolto lungo i binari di una quieta convenzionalità, illuminata invero da qualche bella intuizione (la scena con gli uccellini in gabbia, ad esempio, per la bellissima aria di Almirena “Augelletti che cantate”, peraltro stupendamente eseguita da Loriana Castellano). Comunque funzionali le cupe scene di Alberto Nonnato e belle le luci di Paolo Pollo Rodighiero. L’ardimento del regista è rimasto così confinato ai costumi firmati da Gianluca Sbicca, ma, si sa, i costumi non sono la regia.

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