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Su Rai5, il Nabucco areniano firmato de Ana con Renato Bruson

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Rai Cultura propone – mercoledì 12 agosto alle 21.15 su Rai5 (canale 23) – il Nabucco di Giuseppe Verdi, nell’allestimento di Hugo de Ana, che firma anche scene e costumi, all’Arena di Verona nel 2000. Sul podio Daniel Oren. Protagonisti sul palco Renato Bruson, Nazzareno Antinori, Ferruccio Furlanetto, Sylvie Valayre, Gloria Scalchi, Carlo Striuli, Angelo Casertano e Antonella Bertaggia. La regia tv è di Pierre Cavassilas. Qui la recensione di Roberto Mori

Che Nabucco detenga a Verona la capacità di presa popolare più perentoria, insieme con Aida e Carmen, non è una novità. Primo capolavoro del talento melodrammatico verdiano (ancora un po’ ruvido, se vogliamo), questa partitura sprigiona una forza e una eloquenza che hanno fatto battere da sempre milioni di mani e di cuori. Nabucco è l’opera che si scrolla di dosso ogni paludamento classicheggiante e scende per così dire in piazza. Proclama l’autonomia di una genialità sovvertitrice che ha, per la prima volta, legami con il panorama storico e psicologico che le fa da sfondo.

L’allestimento andato in scena all’Arena di Verona per l’apertura del festival del 2000, e ora riproposto da Rai5,  sembra quasi ignorare questo retroterra per proiettare la vicenda storica in una dimensione fantarcheologica. Hugo de Ana, all’epoca enfant terrible emergente della regia lirica, escogita una colossale piattaforma inclinata, incorniciata sul boccascena da un ammasso di pietre. La superficie ramata è percorsa da rilievi che fanno pensare a circuiti stampati di microchip. Nel corso della rappresentazione l’impianto si scompone e si apre per accogliere i protagonisti, le masse e i pochi, simbolici oggetti di scena. A seconda dei momenti e dell’illuminazione, sembra di vedere ora un’astronave, ora la mappa di una città sepolta o la superficie di un gioiello. I riferimenti al cinema fantascientifico (dai film di Spielberg a Matrix) sono evidenti. Una commistione di antico e futuribile che vive anche nei costumi raffinati e sontuosi, garantendo comunque un impatto visivo rutilante. Ne esce uno spettacolo che certamente può spiazzare gli amanti della tradizione, ma non manca di logica e coerenza. Si potrebbe obiettare, semmai, che una impaginazione scenica di questo tipo è un fin troppo generica e potrebbe tranquillamente adattarsi a decine di altri titoli operistici, verdiani e non. A non convincere del tutto, inoltre, sono la gestualità e le insistite movenze ballettistiche rituali (a metà fra l’aerobica e le arti marziali) imposte da De Ana alle masse, soprattutto nel primo atto.

Dal podio, Daniel Oren assicura la tenuta dell’esecuzione con accompagnamenti dosati, timbri orchestrali ben amalgamati e fonicamente in accordo con il palcoscenico. Le pulsazioni teatrali, gli scatti cabalettistici e la necessaria dose di emotività si alternano con equilibrio alle parentesi lirico-patetiche. Anche il respiro maestoso e biblico delle pagine a sfondo corale-religioso viene colto da Oren con sensibilità e compostezza. E’ il caso di “Va’ pensiero”, ottimamente interpretato dal coro dell’Arena e bissato come di prammatica.

Nei panni del protagonista c’è il glorioso Renato Bruson. Le intenzioni interpretative sono sempre quelle di un grande interprete, ma già qui iniziano a pesare i segni dell’usura. Le emissioni a tratti oscillano, e anche la ricchezza del patrimonio timbrico appare qua e là intaccata. Al suo Nabucco, tuttavia, restano la classe, l’accento autorevole, l’inarrivabile nobiltà. Sylvie Valayre regge senza vistosi cedimenti l’impervia tessitura del ruolo di Abigaille. Certo gli acuti non squillano sempre come dovrebbero, né la coloratura ha il mordente desiderato. L’interprete è tuttavia sensibile e compensa i limiti sul versante pugnace e aggressivo con apprezzabili sottigliezze di fraseggio nei momenti di ripiegamento interiore. Autorevole la presenza di Ferruccio Furlanetto come Zaccaria. Nazzareno Antinori è un Ismale dai tratti vocali un po’ ruvidi. Puntuale la Fenena di Gloria Scalchi.

Photo credit: Fainello

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