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Su Rai5 il discusso Don Giovanni scaligero di Mussbach e Dudamel

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Doveva essere il Don Giovanni dell’anno, se non proprio del secolo. Una miscela esplosiva di trasgressioni visive e incandescenze sonore. E invece, nel 2006, la montagna scaligera finì per partorire il proverbiale topolino. Uno spettacolo datato, noioso, e una direzione orchestrale discontinua, estranea alle complessità e ambiguità mozartiane.

Come risulta anche dalla registrazione che mercoledì 13 maggio va in onda su Rai5 alle ore 10, l’allora venticinquenne Gustavo Dudamel rivela al debutto operistico scaligero tutta la sua inesperienza. Il direttore venezuelano alterna momenti di generica estroversione drammatica ad altri espressivamente inerti. Non arriva a dominare l’arco evolutivo della partitura, né a costruire il discorso drammatico all’interno dei canoni dell’opera buffa. Si ferma in superficie. Non tenendo presente il retroterra operistico settecentesco, la sua lettura manca di senso stilistico coerente e unitario. Dudamel, inoltre, si dimostra acerbo come concertatore vocale. Gli accompagnamenti delle arie sono poco espressivi, a volte quasi evanescenti. E non parliamo dei recitativi. Ogni tanto mette il turbo, e allora abbiamo qualche episodio più spigliato e brillante. Ma la direzione, nel complesso, è frammentaria e non aiuta certo i cantanti a dare il meglio di sé.

Quanto a Peter Mussbach, regista di forte impronta problematica, sceglie la strada della semplificazione e della spoliazione scenica, proponendo una lettura giocata sulle suggestioni simboliche. Almeno nelle intenzioni. Annunciato come uno spettacolo intrigante e trasgressivo per gli standard di un teatro come La Scala – dove le opere della trilogia Mozart-Da Ponte erano state affidate nei precedenti decenni alle messinscene tradizionali di Strehler e Hampe – l’allestimento non mancò di suscitare scandalo. Una parte del pubblico dissentì vivacemente e buona parte della critica stigmatizzò la produzione.
Vero è che il Don Giovanni di Mussbach risultava improntato a soluzioni scenotecniche già viste in tutte le salse e a trovate registiche più banali che provocatorie. Non c’è molto da dire, in effetti. La scenografia, più che minimalista o astratta, pare inesistente. Si limita a due muri neri semoventi, simili a monoliti, attorno ai quali ruota l’azione. L’attrezzeria scenica, a parte un ombrello bianco, un paio di spade e una pistola, si riduce alla Vespa (sì, proprio il motociclo della Piaggio) sulla quale scorrazza Donna Elvira. Un impianto insignificante, insomma, buono a tutti gli usi e consumi, adattabile a decine di altre opere. I costumi sono atemporali e spesso di cattivo gusto: quello del protagonista, che si aggira con la palandrana, a torso nudo e con le bretelle, priva il grande seduttore di eroicità e magnetismo sensuale.
Nemmeno la regia fa la differenza. È accurata nella recitazione, ma priva di idee drammaturgiche. Le indicazioni del libretto vengono puntualmente disattese: non c’è battuta che coincida con il gesto o l’oggetto scenico di riferimento. Tutti si agitano, corrono, si stendono a terra, si palpano, mimano amplessi dall’inizio alla fine. Ma non escono caratteri, personaggi veri e subentra presto un senso di assuefazione. In definitiva, uno spettacolo datato, noioso. Un avanzo di modernismo teatrale alla tedesca insipido e in odore di convenzione, come tutte le pseudo-avanguardie che aspirano alla normalità. Altro che trasgressione.

DON GIOVANNI di Wolfgang Amadeus Mozart
Direttore Gustavo Dudamel, regia e scene di Peter Mussbach, costumi di Andrea Schmidt-Futterer.
Con Monica Bacelli, Carlos Álvarez, Carmela Remigio, Francesco Meli, Ildebrando D’Arcangelo, Veronica Cangemi, Alex Esposito. Teatro alla Scala, 2006

Photo credit: Marco Brescia

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