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Ravenna Festival 2020 – Concerto diretto da Riccardo Muti, con Rosa Feola

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Un messaggio di fiducia per tutti gli operatori della cultura, con una particolare attenzione ai giovani, e un rinnovato appello alla politica perché si prenda a cuore le sorti della musica. Così il maestro Riccardo Muti ha voluto commentare il concerto che domenica sera ha inaugurato la 31ª edizione del Ravenna Festival nel suggestivo spazio all’aperto della Rocca Brancaleone. Alla guida della “sua” Orchestra Giovanile Luigi Cherubini, Muti ha diretto un programma incentrato su Mozart, con la partecipazione del soprano Rosa Feola, alla presenza di un pubblico di oltre 300 persone – distanziate nel rispetto della normativa vigente -, tra le quali la presidente del Senato Elisabetta Alberti Casellati, il ministro della Cultura Dario Franceschini e il presidente della Regione Emilia Romagna Stefano Bonaccini. “Ravenna – ha detto il maestro dal palco prima dell’inizio -, città che nella sua storia è stata tre volte capitale, che vanta otto monumenti dichiarati patrimonio dell’umanità dall’Unesco, compie un atto di fiducia e di coraggio. Oggi – ha proseguito il direttore – è la festa della musica ed è il solstizio d’estate; ci apprestiamo a programmare le celebrazioni dantesche e ricordiamo i 500 anni dalla morte di Raffaello: tutte queste cose danno l’idea di cosa sia la cultura dell’Italia. Grazie ai ragazzi della Cherubini che hanno lavorato insieme e suonano in una condizione non ideale”. Poi, Muti si è rivolto in lingua inglese a tutti coloro che seguivano il concerto via radio o in streaming: “I wish you all the best for the future with love and friendship”, ha concluso.

La serata, emozionante per tante ragioni, si è aperta con Rêverie op. 24 di Aleksandr Skrjabin (“un brano con il significato di un augurio” aveva detto Muti): l’orchestra ha esibito un fraseggio duttile e immaginifico, elegante e fluido, rendendo ragione dell’attenzione ai colori nella scrittura del grande compositore russo. È stata quindi la volta di due gemme sacre mozartiane affidate alla voce luminosa di Rosa Feola, la cui chiarezza di dizione non è mai disgiunta da una spiccata musicalità nel porgere la frase musicale. Gioiosa nell’incipit del magnifico mottetto Exultate, jubilate, ricca di sfumature nella preghiera Tu virginum corona, precisa nei virtuosismi dell’Alleluia conclusivo, in brillante competizione con gli strumenti dell’orchestra. Rosa Feola ha quindi esibito una religiosità più affettuosa e intima nello stupendo Et incarnatus est dalla Messa in do minore del Cigno di Salisburgo. Di alto livello la sua esibizione per sensibilità e tecnica: la voce ha centri di bella consistenza, gravi sonori e acuti ben proiettati. Vivo il successo di pubblico.

Se nelle pagine sacre l’orchestra ha avvolto con calore e vaporosità la voce, nell’esecuzione della monumentale Sinfonia Jupiter, Muti ha adottato una prospettiva improntata a un olimpico classicismo. La dilatazione dei tempi generava così una assorta nobiltà di eloquio, con l’effetto di stemperare la dimensione più dionisiaca del capolavoro a favore di un apollineo che si tinge di sapore tragico ancor più dolente nei ripiegamenti in minore. Straordinaria la capacità di Muti di far cantare l’orchestra, nel segno di un discorso musicale che si dipana con adamantina chiarezza di fraseggio e valorizza la scrittura mozartiana senza perdere di vista il senso complessivo della partitura. Molto bello il secondo movimento, dal suono particolarmente levigato e tornito, con quella sottolineatura degli archi gravi che sostengono un canto sempre sorgivo. Così, per Muti, la tensione creativa sembra sciogliersi in una superiore visione ove la luce della ragione domina incontrastata, accendendo di senso ogni cosa. Calorosi gli applausi del pubblico.

Al termine del concerto, Muti si è intrattenuto con noi giornalisti per rispondere alle domanda e condividere alcune riflessioni, contrappuntate dalla sua nota verve, che non ha fatto mancare gustosi aneddoti. “Nel periodo del lockdown – ha detto – sono sempre stato in contatto con la musica. Io personalmente ho studiato a casa la Missa solemnis di Beethoven (la dirigerà per la prima volta in settembre a Chicago, ndr): sono stato quindi in compagnia di una altissima cattedrale della musica. Stare a casa obbligato – ha aggiunto – mi dava molto fastidio e non vedevo l’ora, come anche i ragazzi della Cherubini, di ritrovarmi con loro”. Muti ha quindi ricordato l’ultima volta che si era esibito alla Rocca Brancaleone (trent’anni fa, con l’Eroica di Beethoven, insieme ai Wiener Philarmoniker): “Questo fortilizio veneto è per me pieno di ricordi musicali – ha detto -: come ritornare in un luogo, con 30 anni in più ma con dei giovani, in condizioni non normali. Tuttavia, abbiamo superato le difficoltà del distanziamento pensando che finalmente si ricomincia. Il sentimento che provo – ha proseguito – è di gioia misto a nostalgia, un sentimento che riguarda anzitutto noi esecutori. Forse non abbiamo suonato solo per il pubblico, ma anzitutto per noi, perché so che il futuro per questo gruppo di giovani costituisce ancora un punto interrogativo”. Il maestro ha quindi stigmatizzato l’atteggiamento di chi non è capace di distinguere tra cultura e intrattenimento: “Che cultura è quella che mette sullo stesso piano Beethoven e una canzonetta?” si è chiesto.
“In questi giorni non ho sentito nessuno – ha spiegato – parlare delle bande, che sono state la gloria del nostro Paese nell’Ottocento. La prima volta che ho ascoltato la Marcia funebre di Beethoven è stato proprio dalla banda di Molfetta, un Venerdì santo di molti anni fa. Una volta vi suonavano operai, artigiani, insegnanti e lo facevano per diletto; oggi molti degli strumentisti delle bande sono ragazzi del Conservatorio che lo fanno per mantenersi”. Muti ha poi ripetuto un pensiero espresso già in altre occasioni e che ha pure manifestato agli autorevoli esponenti politici presenti al concerto: “Lo dico da quarant’anni. In Italia, ci sono regioni intere prive di orchestre stabili: non è giusto che chi nasce in certe regioni sia svantaggiato rispetto a chi invece nasce in altre. Per contro, il nostro Paese è pieno di teatri: perché non restaurarli, aprirli e affidarli ai giovani?”.

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