Chiudi

Rai5: La traviata della Fenice, versione 1853, con la regia di Carsen. Dirige Maazel

Condivisioni

Ha segnato la recente storia del Teatro La Fenice di Venezia La traviata di Verdi che Rai Cultura propone mercoledì 28 ottobre alle 21.15 su Rai5. Lo spettacolo, nel 2004, ha inaugurato il teatro dopo i lavori di ricostruzione seguiti all’incendio del 1996 e il capolavoro di Verdi viene proposto nella prima versione, andata in scena proprio alla Fenice il 6 marzo 1853. Sul podio è impegnato Lorin Maazel, scomparso nel 2014. La regia è del canadese Robert Carsen, che cura anche le luci insieme a Peter van Praet, mentre le scene e i costumi sono di Patrick Kinmonth. Protagonisti principali Patrizia Ciofi, Roberto Saccà e Dmitri Hvorostovsky, scomparso prematuramente nel 2017. La regia televisiva è di Patrizia Carmine, con la fotografia di Riccardo Topazio. Proponiamo qui la recensione di Roberto Mori.

La parabola da cortigiana a santa ha procurato a Violetta Valery valutazioni etiche articolate. Per alcuni è una meretrice redenta dall’amore e non dal pentimento. Per altri non è affatto redenta perché non ha nulla da cui redimersi. Per altri ancora muore, più che come fragile etera, quasi come un eroe beethoveniano. Quanto a Verdi, si sa che in proposito aveva le idee chiare: “una puttana deve essere una puttana”. Vero è che negli allestimenti di tradizione il personaggio è stato sottoposto tra Otto e Novecento a una sorta di beatificazione laica che ha finito quasi per occultare la storia di prostituzione. Non per niente Franco Zeffirelli, in teatro e al cinema, ha sempre presentato Violetta come una Santa Maria Goretti fin dal preludio.

Robert Carsen, nell’allestimento de La traviata firmato nel 2004 per la riapertura del ricostruito Teatro La Fenice, vuole invece cancellare ogni sovrastruttura di idealizzazione mistica, sottolineando che la prostituzione rappresenta il fondamento dell’azione e dell’interazione tra i personaggi. Soldi e sesso, le cose sporche dell’esistenza – per dirla con Freud – sono la molla di tutto. Di qui l’idea del denaro come forza distruttrice e immorale che compra i corpi e corrompe le anime. Banconote a non finire sono ostentate ossessivamente dall’inizio alla fine: passano tra le mani di tutti, invadono i tavoli da gioco, cadono addirittura dall’alto come foglie morte a formare un prato nel quadro boschivo del secondo atto. Tutti ne sono avidi. Perfino il dottor Grenvil, “il vero amico”, si fa pagare; perfino la “fedele” Annina, alla fine, scappa dopo aver rubato la pelliccia alla padrona. In una società dove tutto è governato dal denaro, solo Violetta riesce a riscattarsi: ha il coraggio di vivere fino in fondo un amore vero, e per amore si sacrifica, dando così una lezione di generosità e altruismo. Il prezzo da pagare, tuttavia, è alto: abbandonata da tutti, muore in una stanza spoglia e desolata, senza niente, senza nemmeno un letto. Solo un televisore acceso, fuori sintonia, rischiara il buio della miseria e dello squallore.
Carsen rispetta l’impianto borghese dell’opera: nessuna provocazione, nessuna trovata eclatante, non un filo di volgarità, nemmeno nelle scene più forti. A cominciare da quella che accompagna le note del preludio, dove una Violetta in guêpière, distesa languidamente sul letto, viene pagata dai clienti che entrano in processione nella sua stanza. Le belle scene attualizzate e i raffinati costumi di Patrick Kinmonth contribuiscono a creare quadri di forte impatto visivo. Particolarmente riuscite le scene di festa. Quella in casa di Flora è ambientata in un night club immerso in suggestive atmosfere alla Altman. Tutto, nello spettacolo, scorre con logica e coerenza, comprese le soluzioni che, avulse dal contesto, potrebbero risultare forzate. L’esito è una Traviata dai risvolti crudi e crudeli che, senza il filtro di ambienti e costumi ottocenteschi, sbugiarda con sottigliezza psicologica il cinismo e l’ipocrisia borghesi, tuttora dominanti – secondo Carsen – nonostante l’evoluzione delle convenzioni sociali.

La parte musicale, basata sull’edizione critica di Fabrizio Della Seta, si segnala per il recupero filologico della partitura originale: quella fischiata proprio alla Fenice il 6 marzo 1853, successivamente riveduta e migliorata da Verdi. I cambiamenti riguardano soprattutto il duetto tra Violetta e Germont, il concertato conclusivo del secondo atto e qualche pagina del terzo. Se nella prima versione non mancano soluzioni di notevole fascino melodico e di pari efficacia drammatica, dal confronto si capisce che quella definitiva del 1854 va in direzione di una maggiore concisione e modernità, e punta a realizzare un equivalente musicale del dramma parlato.
La direzione di Lorin Maazel, precisa e sicura, alterna tempi rapidi a slanci ritmici trattenuti (nelle cabalette, per esempio), oscillando quindi fra momenti di brillante estroversione e altri di contenuta partecipazione emotiva. Una linea interpretativa estranea al rigore ritmico e al senso di tensione unitaria che fa capo alla lezione di Toscanini. Bisogna comunque riconoscere a Maazel la capacità di dare coesione all’insieme e di riservare ad alcune pagine finezze di stampo sinfonico.

Violetta è Patrizia Ciofi, qua e là affaticata e con problemi di tenuta nel primo atto, ma capace di riscattarsi – anche vocalmente – in quelli successivi: la bravura straordinaria nella recitazione e il fraseggio analitico danno al suo personaggio notevole credibilità drammatica. Roberto Saccà è un Alfredo squillante e ben recitato ma di impronta sostanzialmente verista, timbricamente poco gradevole nel registro medio-grave. Il compianto Dmitri Hvorostovsky esibisce autorevolezza scenica e un timbro bello e morbido (tolta qualche inflessione nasale), superando le insidie della tessitura acutissima che la versione originale riserva al ruolo di papà Germont. I limiti della sua prova sono l’uniformità del fraseggio e la scarsa attenzione alla parola scenica verdiana.
Apprezzabili gli interpreti dei ruoli minori: Eufemia Tufano (Flora), Elisabetta Martorana (Annina), Salvatore Cordella (Gastone), Andrea Porta (Douphol), Federico Sacchi (Grenvil), Vito Priante (marchese d’Obigny), Luca Favaron (Giuseppe), Salvatore Giacalone (un domestico) e Antonio Casagrande (un commissario). Si fa valere anche il coro diretto da Piero Monti.

image_print
Connessi all'Opera - Tutti i diritti riservati / Sullo sfondo: National Centre for the Performing Arts, Pechino