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Rai5: il Simon Boccanegra della Fenice con Piazzola, Agresta, Meli. Dirige Chung

Giovedì 7 maggio Rai Cultura trasmette su Rai5, alle ore 21.15, l’edizione del Simon Boccanegra che ha inaugurato la stagione 2014/15 del Teatro La Fenice di Venezia. Si tratta di una esecuzione pregevole della quinta partitura composta da Verdi proprio per il teatro veneziano nel 1856/57 e presentata, in occasione di questa ripresa, nella stesura definitiva del 1881.
Opera cupa, ingarbugliata nell’azione, frammentaria, definita “zoppa” dallo stesso autore dopo la prima versione, Simone presenta soluzioni drammaturgiche inedite e un senso di sperimentalità linguistica che la rendono rischiosa da affrontare. Per funzionare ha bisogno di un taglio interpretativo unitario che ne armonizzi il clima composito e sfuggente. Proprio quello che Myung-Whun Chung riesce a imprimere all’esecuzione veneziana, grazie a una lettura di impressionante continuità drammatica. Le contrapposizioni delle tinte e delle dinamiche, le nostalgie struggenti e le esplosioni telluriche arrivano a fondersi in una architettura poderosa e compatta. Il senso dell’affresco storico e delle atmosfere si basa su una individuazione delle “tinte” precisa, esente da ogni calligrafia sonora, sempre attenta alla densità dell’espressione. Chung dimostra la capacità di non confondere la drammaticità con il chiasso e la pesantezza, l’abbandono melodico con la lentezza inerte; concilia la nobiltà e la grandezza del respiro impresso all’interpretazione con la cura dei particolari e il lavoro di cesello con l’orchestra. Un’esecuzione piena di tensione e vita teatrale, dunque, cui contribuiscono anche l’accurato lavoro di concertazione svolto con le voci e l’attenzione al palcoscenico.

A beneficiare di questa impostazione è anzitutto il giovane protagonista. All’epoca non ancora trentenne e in piena forma vocale, Simone Piazzola si trova in questa esibizione ad affrontare un’opera che è una senile meditazione sul potere e sul distacco dalla vita e, dunque, a misurarsi con uno dei ruoli più ardui del repertorio verdiano. Il baritono veronese affronta la parte del doge con voce chiara, sempre ben timbrata e corretta nell’emissione. Quel che più conta, costruisce un personaggio credibile, approfondito nel fraseggio e nell’accento, tenendo in considerazione con intelligenza la lezione di Renato Bruson. Si rifà insomma a un grande e nobile modello interpretativo ma lo fa suo, senza cadere nell’imitazione, anche perché supportato da un concertatore come Chung che sa sostenerlo e valorizzarne il talento. Persuasivo anche dal punto di vista scenico, Piazzola dà vita a un personaggio complesso, per il quale l’assunzione e l’esercizio del potere comporta solitudine, sospetto, amarezza, rinuncia agli affetti. Un uomo lacerato, ma giusto nell’intimo, capace di perdono, che non ha bisogno di gridare e, dunque, di sfoggiare una voce per forza tonante per esprimere tormento e drammaticità.
Convincente anche il resto della compagnia. Maria Agresta qui dimostra di emergere nelle parti di soprano lirico pieno, che le consentono di mettere in luce il bel timbro morbido e di gestirsi con buona tenuta tecnica, anche se con qualche emissione non sempre perfetta. Una Amelia dalla apprezzabile linea di canto, musicale, espressiva, immedesimata. Un discorso analogo vale per Francesco Meli, che nel ruolo di Gabriele Adorno, impegnativo ma non acutissimo nella tessitura, si muove a proprio agio, controllando complessivamente bene la fonazione. Non tutti i suoni magari risultano ineccepibili (specie nelle mezzevoci), ma il personaggio risulta credibile: accattivante nel timbro, vibrante nell’accento, appassionato e vario nel fraseggio.
Bene anche Giacomo Prestia, un Fiesco corrusco e di forte impatto drammatico, delineato con voce scura e di volume imponente, adeguata in tutta la gamma d’estensione, sorprendentemente ferma nell’aria del Prologo. Qualche oscillazione ed emissione meno morbida nel corso della rappresentazione non compromettono una prova senz’altro valida. Risulta efficace vocalmente anche il giovane baritono coreano Julian Kim, che sa dosare fraseggi ora incisivi ora insinuanti nel restituire la dimensione vilain del personaggio di Albiani.

Lo spettacolo, con scene e regia di Andrea De Rosa, è giocato sostanzialmente su due elementi: l’essenzialità dell’impianto e le proiezioni video. Queste ultime, curate da Pasquale Mari, propongono visioni del mare e delle coste liguri riprese nei diversi momenti del giorno e della notte indicati dal libretto. Una presenza costante nel corso della rappresentazione, simbolica dell’aspirazione alla libertà di un protagonista schiacciato dai meccanismi della politica. Nell’immaginario di Simone il mare rappresenta la vita libera del corsaro prima dell’ascesa al potere, ma rievoca anche la donna amata in giovinezza e poi perduta. La vista di questo elemento vitale, nello spettacolo di de Rosa, è parzialmente impedita, nel succedersi delle scene, da una parete nera dalle cui aperture si può intravedere solo qualche scorcio paesaggistico. Nel finale, al momento della riconciliazione di Simone con il mare e il suo passato, si aggiunge l’apparizione della defunta Maria Fieschi che, quasi come una Madonna, accoglie tra le braccia il doge morente. Rimane l’impressione di un allestimento non innovativo, ma funzionale: le videoproiezioni, benché didascaliche e naturalistiche, sono suggestive; la regia, qua e là statica nel gestire le masse, risulta tradizionale nella recitazione dei singoli e, tolta qualche sporadica incongruenza, efficace nel districare l’intricata vicenda.