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Pesaro, Rossini Opera Festival 2020 – Recital di Karine Deshayes

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Concludere il Rossini Opera Festival con un debutto poteva apparire, a tutta prima, quasi come una sfida, soprattutto al termine di una serie di concerti logisticamente impegnativi, come quelli organizzati en plein air nella splendida cornice di piazza del Popolo. In realtà, il rischio era stato attentamente calcolato, visto che l’ultimo concerto ha visto impegnata come protagonista il mezzosoprano Karine Deshayes, che nel corso degli ultimi dieci anni ha consolidato in Francia la sua reputazione di rossinista di successo, segnatamente grazie alle sue interpretazioni parigine del Barbiere di Siviglia, della Donna del lago e della Cenerentola, oltre a svariate altre presenze in un repertorio che spazia da Monteverdi a Massenet, passando per Händel, Mozart, Bellini e Meyerbeer. Il recital pesarese, che si apriva con un doveroso, articolato tributo al genius loci, si estendeva infatti ben oltre le pagine rossiniane per approdare al grand opéra francese di secondo Ottocento. Proprio il percorso artistico prima ricordato va considerato, allo stesso tempo, come un encomiabile traguardo ma al tempo stesso come un limite nella carriera dell’artista: se si eccettuano alcune apparizioni in prestigiosi palcoscenici internazionali, Deshayes era e rimane un fenomeno squisitamente francese. È infatti una professionista estremamente affidabile, ma si attende invano il guizzo dell’artista, la zampata del genio, l’emozione che tarda ad arrivare, per poi lasciare un retrogusto di algida correttezza, di scrupolosità accademica, che rappresentano certo un pregio, ma che raramente riescono a suscitare ammirazione. E lo si nota anche in concerto, posto che la sua prossemica, improntata a indubbio rigore, raramente abbandona alcune pose stereotipate – la linea del corpo leggermente inclinata a destra, il volto indirizzato verso l’alto a significare generico stupore – buone per ogni personaggio e situazione.

Rosso fuoco è il colore che Karine Deshayes sceglie per l’abito con cui si presenta al pubblico pesarese, con uno dei brani forse più celebri dell’intero repertorio rossiniano, la Cavatina di Rosina dal Barbiere di Siviglia. E fin da subito evidenzia, nel più ampio contesto di un’esecuzione irreprensibile, una delle caratteristiche che la rende idonea ma non ideale per questi ruoli: il colore spiccatamente sopranile della voce, che certo rimanda a una lunga tradizione soprattutto novecentesca dell’interpretazione rossiniana, ma che nel frattempo si è preferito devolvere a voci più scure e corpose. È questa la ragione per la quale risulta interprete più attendibile del Rondò finale della Donna del lago come del Tema e variazioni di Armida, dall’opera omonima: sia nella Cavatina di Rosina, sia nel Rondò di Angelina – che pure affronta con impavido candore nella fluidità delle roulades conclusive – le manca la tinta, ora maliziosa e scaltra, ora più sognante e trasognata, che i personaggi richiedono. La rotondità dell’emissione, la puntualità e l’eleganza delle agilità sono le cifre che rendono invece accattivanti il finale della Donna del lago, punteggiato di grazia e di sorpresa, e soprattutto quello di Armida, un tema con variazioni cui l’artista si applica con dedizione e accuratezza, dominando l’intero arco della tessitura, tendenzialmente centro-acuta.

La seconda parte del concerto riserva alcune piacevoli sorprese, nei due frammenti con cui Deshayes conclude il panorama italiano: la sortita di Romeo dai Capuleti e i Montecchi di Vincenzo Bellini, che la vede tornire l’accento alla ricerca della coloritura eroica dell’ardente veronese; e soprattutto quella di Elisabetta, all’alzarsi del sipario di Maria Stuarda di Gaetano Donizetti. La scrittura centrale (sempre all’interno del rigo, tranne alcuni la e il rapinoso si acuto conclusivo), la nitidezza della vocalizzazione (nei gruppi irregolari come nelle cadenze) e infine la precisione della coloratura di forza, nella cabaletta, le permettono di inquadrare in maniera calzante un personaggio ancipite, indeciso tra la clemenza e la vendetta, una regina fiera e glaciale, sorda alle richieste di perdono della corte come a quelle di condanna dei più rudi consiglieri. Nella sua brevità, è una pagina che ne valorizza appieno il potenziale vocale e interpretativo.

Lo stacco con l’ultima parte del concerto non potrebbe essere più netta. La assicura la Filarmonica Gioachino Rossini, che risponde all’esigente, determinata bacchetta di Nikolas Nägele: e se nella prima parte affronta un florilegio di Sinfonie rossiniane – quella pimpante e assertiva del Turco in Italia, quella più pensosa e sognante della Cenerentola e quella di Armida, che mette a dura prova gli ottoni – oltre ai vividi bagliori marziali di quella dei Capuleti e i Montecchi, scelti come introduzione dei rispettivi estratti; nella seconda vira decisamente rotta e, in preparazione di due rare pagine di Gounod, attacca con verve e brillantezza il gran Valzer che chiude il secondo atto di Faust, destinato a diventare colorita colonna sonora del Secondo Impero.

La scelta non poteva essere più opportuna. Un lungo solo di flauto introduce la gran scena del congedo di Sapho, protagonista dell’omonimo titolo d’esordio, composto per Pauline Viardot. Mirabile è l’arte con cui cesella il recitativo che prelude al grand’Air “Ô ma lyre immortelle”, che la poetessa intona prima di lanciarsi nell’Egeo. Deshayes mirabilmente asseconda l’espansione melodica di questa lenta, nostalgica trenodia, il legato che ne costituisce l’elemento fondamentale, ma soprattutto l’arcaica, aulica semplicità della riforma che Viardot intendeva propugnare – grazie ai buoni uffici di Gounod prima, di Berlioz poi – con un ritorno alla limpida purezza delle forme gluckiane. La straordinaria forza espressiva del secondo couplet, “Adieu, flambeau du monde”, viene rivissuta con grande intensità, fino al sol acuto su cui culmina la perorazione finale. Flauti e fagotti, invece, introducono la Cavatine della regina Balkis, nel terzo atto della Reine de Saba: grand opéra che l’artista francese ha avuto il merito di riesumare dall’oblio, nell’autunno scorso, all’Opéra di Marsiglia. Come nel caso della regina inglese, anche in questo caso dà voce alle esitazioni, ma anche agli intimi trasalimenti della figura biblica, cui restituisce tutta la grandeur, richiesta anche dal testo, e l’imperiosa perentorietà dell’accento. Si rimane in Francia anche per il finale scoppiettante, con una celeberrima mélodie di Léo Delibes, Les Filles de Cadix, che anticipa il clima di esaltazione e di autentico fanatismo per le atmosfere iberiche, che sarebbe divampato con Carmen. Anche del bolero, su versi di Alfred de Musset, Karine Deshayes è interprete accorta e giustamente ironica, ma che certo non desidera dar fuoco alle polveri dell’entusiasmo. Tanto basta, forse: guai a prendere il coro per le corna, ammonirebbero le filles de Cadix

Rossini Opera Festival 2020
RECITAL DI KARINE DESHAYES

Musiche di Gioachino Rossini, Vincenzo Bellini,
Gaetano Donizetti, Charles Gounod, Léo Delibes

Filarmonica Gioachino Rossini
Direttore Nikolas Nägele
Pesaro, piazza del Popolo, 19 agosto 2020

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