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Pesaro, Rossini Opera Festival 2020 – L’ABC del Buffo

Si fa presto a dire buffo. Che sia l’ingrediente essenziale, o forse la spezia imprescindibile dell’opera comica, tra fine Settecento e primo Ottocento, sembra talmente scontato che neanche ci si pensa: un po’ come il sale e il pepe che servono a condire tutte le pietanze. Ma proprio per questo risulta particolarmente meritoria l’iniziativa del Rossini Opera Festival di Pesaro, che ha voluto dedicare un intero recital non già a questa corda – in bilico tra basso e baritono, a voler scindere le indicazioni dell’epoca che già distinguevano basso parlante e basso cantante – ma a un vero e proprio stile, che emerge alla fine del Classicismo e viene definitivamente consacrato nell’opera rossiniana. Da qui l’idea di un concerto dal titolo L’ABC del Buffo, che certo mirava a indagare i fondamentali di questo repertorio, ma che – con sottile ironia – faceva appello a tre dei maggiori esecutori di questi ruoli, Alfonso Antoniozzi, Paolo Bordogna e Alessandro Corbelli, rigorosamente in ordine alfabetico! È stata, naturalmente, una sorta di abbuffata rossiniana, destinata a saziare i gourmet convenuti nella patria di Rossini; ma anche l’occasione per ripercorrere questo fenomeno dalle radici, che si riannodano a Cimarosa, fino alle estreme propaggini, che arrivano in pieno Novecento. Un percorso dunque estremamente stimolante, affidato a tre interpreti paradigmatici, oltre che padroni indiscussi del lessico rossiniano; a questo si aggiunga che, complice un’altra tela ‘vista mare’ dal Ricciardo e Zoraide allestito due anni or sono, tutti i numeri musicali hanno beneficiato di una spiritosa mise en espace, quanto mai opportuna.

L’idea, peraltro, è stata foriera di una riflessione sull’interpretazione del buffo nella prassi esecutiva odierna: perché ascoltando i tre artisti – forse tra i migliori oggi immaginabili, su scala internazionale– si comprende bene come la prima generazione, formata sin dai primi anni della Rossini Renaissance (Bruscantini e Montarsolo, Dara e Desderi, Alaimo e Raimondi), ha ormai lasciato il posto a una seconda (e nel caso di Bordogna anche terza) generazione, che ha definitivamente rinunciato alla deformazione caricaturale per andare al cuore di un linguaggio esaltato nella sua essenza musicale, lungi da quegli inutili birignao che per lungo tempo sono stati utilizzati come sinonimo di una comicità ormai datata. Per questo è stato essenziale recuperare, seppur in parte, una dimensione performativa strettamente connessa a quella musicale; ma prima di tutto il concerto pesarese è stata la dimostrazione della modernità di un vocabolario fondato prima di tutto sulla dimensione vocale, integrata poi a quella prossemica.

Tutta la prima parte – inaugurata dalla Sinfonia della Scala di seta – viene doverosamente dedicata a Rossini. E già dal primo pezzo in programma si capisce come andrà la serata: il gilet vinaccia slacciato, un fiasco di vino in mano, Alessandro Corbelli propone l’Aria di Germano – con Antoniozzi come impeccabile pertichino nei panni di Blansac – sprofondando in una sdraio, ubriaco fradicio. L’intuizione, che arricchisce i giochi di parole e i fraintendimenti con l’attempato pretendente, è semplicemente geniale: da un lato perché le elucubrazioni sull’amore dell’anziano servitore diventano sinopia dell’Aria di Berta del Barbiere; ma soprattutto perché pienamente giustifica l’agire pasticcione di chi nulla ha compreso dell’imminente «randevu», da cui prenderà l’avvio lo scioglimento dell’azione. Dal Turco in Italia Paolo Bordogna riprende quindi la seconda Aria di Geronio, “Se ho da dirla, avrei molto piacere”, solitamente espunta – come quella immediatamente successiva di Albazar, subito prima della scena del ballo – e che aveva già inciso nel suo recente album dedicato al buffo. È un’Aria che non soltanto si adatta perfettamente alla debordante esuberanza dell’artista, ma che si conclude con una cabaletta, “Capellini, e capelloni”, tutta fondata su un sillabato mitragliato a velocità impressionante. Ma in pochi istanti dismette i panni del marito cornuto per assumere quelli del principe Selim, mentre Antoniozzi gli è al fianco come Geronio: fatto un passo indietro, si ritorna al principio del secondo atto con il Duetto “D’un bell’uso di Turchia”, in cui forse non è perfettamente calibrato l’equilibrio tra le due voci (quella di Selim richiede forse un colore più profondo di quello di Bordogna); ma risulta trascinante la stretta finale, a colpi di «coltellate», «schioppettate» e «moschettate», in cui i due innamorati di Fiorilla si sfidano a una singolar tenzone di bellurie vocali.

Con ben quattro dei quattordici numeri che la compongono, La Cenerentola è il titolo più eseguito: a ragione, considerato che Dandini e Magnifico figurano tra i vertici del repertorio buffo rossiniano. Comincia Corbelli con una Cavatina semplicemente esemplare per la disciplina con cui asseconda le intenzioni descrittive, senza per questo trascendere nella macchietta: le penne, le campane e l’asino diventano fervide metafore delle aspirazioni del nobile decaduto, all’interno di un’esecuzione che sfiora il surreale quando i vorticosi sillabati diventano grammelot incomprensibile, inarrivabile, onirico. Non è da meno Antoniozzi quando si cimenta con l’introduzione del Finale I, con la nomina di Magnifico a gran cantiniere: si dica almeno di come l’«affiggetelo» – con cui fa riferimento all’ordine di non consumare vino per i successivi quindici anni – venga declinato dapprima in «friggetelo» e poi in «affliggetelo», con un gusto della variazione che colpisce anche il testo verbale. È poi la volta di Bordogna, che nell’Aria su cui si apre il sipario del secondo atto imposta una tale, irresistibile varietà di tipi – «questo e quello» e la «scuffietta», fino al «supplichevole drappello» – da restituire la straordinaria ricchezza dell’umanità che Rossini convoca nei suoi drammi. Chiude l’antologia il Duetto “Un segreto d’importanza”, in cui Antoniozzi e Corbelli riprendono il celeberrimo espediente della sedia prima offerta e poi sottratta, che da Ponnelle in poi è ormai insostituibile: e ne offrono una versione di tale, contagioso divertimento, da trasformare finanche una battuta di scarso interesse («Non corbella?», con cui il nobile si rivolge al cameriere) in un’allusione al cognome dell’interprete, di rara intelligenza.

Intorno alla pietra miliare rossiniana viene costruita la seconda parte del concerto, con un ineludibile passo indietro e, poi, uno in avanti su almeno un secolo di storia del repertorio. Le fila del racconto si riannodano dunque a partire dal Matrimonio segreto di Domenico Cimarosa, con il Duetto d’apertura del secondo atto tra Geronimo e il Conte Robinson “Se fiato in corpo avete”, da cui deriva, per li rami, quello della Cenerentola. Qui Bordogna è il più giovane, calcolatore suocero, e con Corbelli dà vita a quello che è un vero e proprio preliminare di contratto matrimoniale: dal quale, manco a dirsi, usciranno scornati entrambi i buffi, strepitosi nel sillabato che segna offerte, ripensamenti, scambi, fino all’unisono che sancisce l’accordo. Punto coronato della serata è la Sinfonia dell’opera, che Michele Spotti, alla guida della perfettibile Filarmonica Gioachino Rossini, opportunamente interpreta come punto di sutura tra la tradizione classica viennese – nella perentorietà mozartiana degli accordi iniziali – e la scuola napoletana settecentesca, nel sapiente gioco di sfumature e di chiaroscuri – magistrali le sincopi finali con gli accenti spostati sui tempi deboli della battuta – come negli impasti dei legni. Una definizione, questa, sulla quale il giovanissimo direttore lombardo ha costruito l’intero concerto, bacchetta estrosa e ricca di fantasia nell’assecondare le – geniali, previste, calibratissime – sregolatezze dei tre interpreti: ma soprattutto capace di quel sorriso, che trasmette dalla buca al palcoscenico con eleganza e stile.

Da qui ha preso le mosse la seconda parte della serata, iniziata nel segno di Donizetti. Sono appena finiti gli applausi che Bordogna ritorna in scena indossando gli abiti della drag queen: vestito trasparente e boa blu notte, a corredo di un paio di sparluccicanti scarpe con i tacchi, è adesso un’esplosiva Mamma Agata, protagonista en travesti delle Convenienze e inconvenienze teatrali, di cui interpreta la sortita nella versione originale in napoletano: anche in questo caso raggiunge il vertice nella riproduzione onomatopeica degli strumenti orchestrali, un’intera compagine evocata a maggior gloria della figlia Luigia. Segue Don Pasquale, che s’impone grazie alla lezione di rigore e di umanità di Corbelli: dell’anziano gentiluomo romano interpreta dapprima la sortita, una Cavatina tutta pepe nel tentativo di realizzare un sogno di ringiovanimento faustiano; ma poi con abile piroetta diventa insinuante Malatesta al fianco del vibrante Pasquale di Antoniozzi per il Duetto finale, “Cheti, cheti immantinente”, un capolavoro di leggerezza sorniona e di astuzia sottile, tra un ricordo dello «schiaffo» e rischiosi propositi di vendetta.

La locandina ufficiale si chiude rallentando il passo: prima approda al Novecento garbato di Nino Rota, con il monologo ‘delle corna’ di Beaupertuis dal Cappello di paglia di Firenze, cui Bordogna restituisce dapprima dubbio e stupore, quindi quel grumo di sordo livore che serpeggia in orchestra e si materializza nella voce; e poi ritorna al monologo sull’onore da Falstaff, che non è solo il congedo del concerto. Per Antoniozzi, che veste i panni del Pancione, diventa infatti l’ultima, metafisica incarnazione di una parola scenica impostata sulla rotondità dello strumento, la varietà delle inflessioni, un dominio della prosodia in cui non una sola virgola sfugge al controllo, al servizio costante della musica – e dell’ironia.

Era difficile immaginare una conclusione del concerto: o forse no, visto che il Terzetto ‘degli starnuti’ dal Barbiere di Siviglia di Paisiello ben si attaglia alla bisogna. Poco importa che lo Svegliato sia un tenore, visto che Bordogna ne interpreta alla perfezione i sonnolenti sbadigli; e che il Giovinetto di Antoniozzi non faccia altro che starnutare, vistosamente e assai pericolosamente, visti i tempi che corrono: sicché non è difficile, per il Bartolo di Corbelli, cacciar via tutti dalla scena, non senza aver indossato l’indispensabile mascherina d’ordinanza. Applausi interminabili vengono ricompensati con saluti e gomitate tra i protagonisti della splendida serata. [Rating:4/5]

Rossini Opera Festival 2020
L’ABC DEL BUFFO
Musiche di Gioachino Rossini

Bassi Alfonso Antoniozzi, Paolo Bordogna, Alessandro Corbelli
Filarmonica Gioachino Rossini
Direttore Michele Spotti
Pesaro, piazza del Popolo, 18 agosto 2020