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Parma, Teatro Regio – Turandot (cast alternativo)

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Nel racconto di due scene del terzo atto credo si possa condensare il senso teatrale della Turandot che ha inaugurato la Stagione lirica 2020 del Regio di Parma. La prima: siamo nel momento che segue il suicidio di Liù. Calaf si avvicina a Turandot per convincerla a cedere al suo amore, ma invece di rubarle il bacio “che dà l’Eternità”, la spoglia di un mantello, candido all’esterno, purpureo all’interno: non è un indumento che le sottrae, ma la verginità. La seconda: sulle battute finali dell’opera (scritte, come si sa, da Franco Alfano) Liù e Turandot sono entrambe a terra, esanimi, idealmente congiunte dalla violenza di un comune carnefice, quel Calaf che le ha conquistate e distrutte, e che ora si incammina cinicamente sulla scalinata che conduce al trono imperiale. Con questo allestimento (nato a Modena nel 2003 e poi ripreso svariate volte in giro per l’Italia) il regista Giuseppe Frigeni suggerisce di non cercare nell’ultimo capolavoro di Puccini una storia d’amore, ma piuttosto «lo scacco di un’illusione amorosa», la sconfitta della purezza femminile contro l’arroganza maschile. Un’idea sviluppata in modo tenace e coeso, e infine convincente. Merito di una regia rigorosa, caratterizzata da una forte sinteticità gestuale di chiara matrice bobwilsoniana, di costumi cangianti (di Amélie Haas), che sembrano rielaborare in chiave vagamente barocca la tradizione cinese, e di scenografie scarne, fatte di pochi, essenziali elementi, vivificate da un uso pervasivo di luci nette, algide, quasi astratte. Una Turandot fuori dal tempo, scevra di cineserie e di sdilinquimenti, popolata da maschere più che da persone. Una fiaba nera e post-moderna.

Una lettura registica, quella di Frigeni, che mi sembra abbia trovato in molti frangenti un proprio corrispettivo musicale nel lavoro del direttore d’orchestra Valerio Galli. Dinamiche espressive ma prive di gesti magniloquenti, colori distribuiti a pennellate nette e plastiche, attenzione al respiro melodico e ai motivi conduttori senza rinunciare a una certa asciuttezza sonora nei passi “caratteristici”. Se la partitura di Puccini risulta perfettamente calata nell’oggi post-romantico del 1920, Galli sa coglierne la spiccata modernità, assecondato piuttosto bene da una Filarmonica Bruno Bartoletti malleabile e vivace, anche se non sempre irreprensibile per precisione e nettezza dell’eloquio, e benissimo dal Coro del Regio preparato da Martino Faggiani, chiamato ad agire pochissimo in scena, e forse anche per questo particolarmente brillante da un punto di vista strettamente musicale.

Meno impregnate di un’idea interpretativa forte mi sono parse le voci solistiche. Sia chiaro: nel complesso il cast che ho ascoltato (il secondo) non ha affatto sfigurato; ciò non toglie che si avvertisse abbastanza spesso la sensazione di una lettura piuttosto generica, caratterizzata da una tensione incostante e dalla ricerca del singolo effetto piuttosto che dell’insieme. Per venire ai singoli, si sono fatti apprezzare il Calaf di Samuele Simoncini e la Liù di Marta Torbidoni, il primo per la voce squillante e il piglio volitivo, la seconda per il fraseggio dolce e legato. Convincenti anche il nobile Timur di George Andguladze e lo ieratico Altoum di Paolo Antognetti. Ben amalgamati Ping, Pang e Pong, impersonati rispettivamente da Fabio Previati, Roberto Covatta e Matteo Mezzaro, tutt’e tre lodevoli per precisione e misura sia musicale che scenica. Più di qualche perplessità, invece, ha suscitato la prova di France Dariz, che ha affrontato la parte impervia di Turandot con coraggio e polmoni, approssimando però il fraseggio e cedendo a tratti a un’emissione faticosa e disomogenea. Nei piccoli ruoli si sono ben comportati Benjamin Cho (il mandarino), Dongmin Shin (il principe di Persia), Alessandra Maniccia e Giulia Zaniboni (le ancelle di Turandot).

Salutata dagli applausi del pubblico, con questa Turandot si è aperto il calendario di “Parma Capitale Italiana della Cultura 2020”. Forse qualcuno avrà pensato che, vista la risonanza dell’appuntamento (al taglio del nastro, avvenuto a margine della terza recita, era presente tra l’altro il presidente della Repubblica Sergio Mattarella), si sarebbe potuto compiere uno sforzo in più, e produrre un allestimento originale. Ma le primizie arriveranno: in carniere ci sono due nuovi allestimenti di titoli ricercati quali Pelléas et Mélisande e Aufstieg und Fall der Stadt Mahagonny. Soprattutto, al di là dei singoli eventi, l’auspicio è che lo statuto di “Capitale della Cultura” non esaurisca il suo effetto nell’esibizione di loghi e in vacuo chiacchiericcio, ma possa stimolare il Regio (ma anche la città tutta e, in fondo, ognuno di noi) a porsi una domanda cruciale: quale può essere, oggi, in Italia, l’ufficio culturale del teatro d’opera?

Teatro Regio di Parma – Stagione lirica 2020
TURANDOT
Dramma lirico in tre atti e cinque quadri
Libretto di Giuseppe Adami e Renato Simoni
Musica di Giacomo Puccini

Turandot France Dariz
Altoum Paolo Antognetti
Timur George Andguladze
Calaf Samuele Simoncini
Liù Marta Torbidoni
Ping Fabio Previati
Pang Roberto Covatta
Pong Matteo Mezzaro
Un mandarino Benjamin Cho
Principe di Persia Dongmin Shin
Prima ancella Alessandra Maniccia
Seconda ancella Giulia Zaniboni

Filarmonica dell’Opera Italiana Bruno Bartoletti
Coro del Teatro Regio di Parma
Coro di voci bianche Ars Canto Giuseppe Verdi
Maestro concertatore e direttore Valerio Galli
Maestro del coro Martino Faggiani
Maestro del coro di voci bianche Eugenio Maria Degiacomi
Regia, coreografie, scene e luci Giuseppe Frigeni
Collaboratrice alla regia Marina Frigeni
Costumi Amélie Haas
Allestimento del Teatro Comunale di Modena
Coproduzione Fondazione Teatro Regio di Parma,
Fondazione Teatro Comunale di Modena, Fondazione Teatri di Piacenza
Parma, 11 gennaio 2020

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