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Parigi, Théâtre du Châtelet – Saul

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La musica “classica” è ancora di casa al Théâtre du Châtelet? La domanda se la pongono in molti a Parigi perché la nuova direttrice del prestigiosissimo teatro municipale, Ruth Mackenzie, della precedente gestione ha conservato il logo, buttando però alle ortiche tutto il resto. In nome della democratizzazione dell’offerta culturale, di cui tutti parlano senza sapere bene di cosa si tratti. E così fra tre miracolosi concerti di Teodor Currentzis – invitato per il suo indiscutibile talento o per l’immagine di enfant terrible? – e “concetti” scenico-coreografici vari, approda questa produzione di Saul di Händel, che al Festival di Glyndebourne nel 2015 fece furore. La direzione del teatro punta ovviamente all’evento, contando sul regista Barrie Kosky. Paradossalmente, se evento fu, lo si deve solo alla musica e ai musicisti.

A Kosky piace provocare. Sin dall’auto-definizione di “gay Jewish kangaroo” con cui si diletta a presentarsi. E di provocazioni abbonda il suo spettacolo. Ne è un emblema la scena, forse centrale dell’oratorio di Händel, l’incontro tra Saul e la strega di Endor. Quest’ultima emerge a poco a poco tra le gambe aperte di Saul che poi le succhia il latte che vediamo pure sgorgare dalla bocca. Qualche spalluccia accenna un movimento, ma per il resto il pubblico resta impassibile. Come dire: “ne abbiamo viste ben altre”. Kosky ha ragione almeno su un punto: gli oratori, specie quelli di Händel, sono efficacissimi su scena perché sono oggetti drammatici. Purtroppo, quello che ne fa il regista australiano è una storia oscura, difficilmente intelligibile e da cui, quindi, non riusciamo a lasciarci avvincere. Restano però certi quadri bellissimi pieni di magia o perché esplodono di colori o perché, al contrario, restano intimi. Sicuramente le luci di Joachim Klein giocano qui un ruolo fondamentale. Il problema di fondo è sempre lo stesso: il regista diffida della musica che tratta come un oggetto circospetto. Ne è una testimonianza quello che dice e scrive per presentare tale produzione: “la qualità di Saul risiede nel fatto che non vi siano le lunghe arie con il da capo come nelle opere händeliane (sic)”. Ma possibile che sia così difficile trovare un regista che abbia seguito qualche lezione di storia della musica o, magari, almeno convincerlo a prendere un caffè con un qualsiasi musicologo che potrebbe spiegargli che la drammaturgia dell’opera non segue le stesse vie del teatro e che dunque la musica non è un intralcio ma un vettore di forza?

Per fortuna, la musica, a dispetto di Kosky, sublima lo spettacolo. Il cast è semplicemente eccelso. Nei panni dell’eroe eponimo, Christopher Purves, che viene dalla pop, domina lo spazio con una credibilità vocale e scenica che travolge. Lo immaginiamo facilmente con un microfono in mano elettrizzare uno stadio intero. Il tenore Benjamin Hulett (Jonathan) non si lascia, sul palco, soffocare dalla figura paterna: grazie a un virtuosismo indubbio e a un timbro elegante, svetta tra gli interpreti maschili. Proprio convincente anche il rivale “buono” di Saul, il David del controtenore Christopher Ainslie. Tra i ruoli femminili, la più accattivante resta il soprano canadese Karina Gauvin che, in virtù di un’ampissima paletta espressiva, offre al pubblico una Merab che primeggia tanto nelle pagine di furore quanto in quelle venate dal lamento.

Va pure salutata l’esecuzione accuratissima dei Talents Lyriques: questo ensemble “Hip”, uno dei migliori in Francia, è stato eccezionalmente diretto dall’inglese Laurence Cummings. Dalla fossa, è fuoriuscito un suono potente, capace di far convivere la forza dell’insieme e le tanti parti soliste, sempre perfettamente in sintonia con le esigenze stilistiche di Händel. Una delizia per le orecchie, cui il coro, costituito per l’occasione e diretto da Stéphane Petitjean, ha contribuito magistralmente.
Dopo quasi tre ore e mezza, si esce dallo Châtelet con tante emozioni diverse e con un pensiero: quando ci liberemo dai registi che si occupano di opera e affini, pieni di complessi di superiorità?

Théâtre du Châtelet – Stagione 2019/20
SAUL
Oratorio in tre atti HWV 53
Libretto Charles Jennens
Musica di Georg Friedrich Händel

Saul Christopher Purves
Merab Karina Gauvin
Michal Anna Devin
Jonathan Benjamin Hulett
David Christopher Ainslie
Sommo Sacerdote Stuart Jackson
Strega di Endor John Graham Hall

Les Talents Lyriques
Direttore Laurence Cummings
Maestro del coro Stéphane Petitjean
Regia Barrie Kosky ripresa da Donna Stirrup
Coreografia Otto Pichler ripresa da Merry Holden
Scene e costumi Katrin Lea Tag
Luci Joachim Klein riprese da David Manion
Parigi, 29 gennaio 2020

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