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Palermo, Teatro Massimo – Riapertura con Milch-Sheriff e Beethoven

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Non è una semplice riapertura, quella che il Teatro Massimo di Palermo ha immaginato – prima tra le istituzioni teatrali dell’isola – nel primo scorcio di questa complessa, turbolenta, titubante estate: perché non si trattava di inaugurare semplicemente una stagione estiva, ma di farlo alla luce delle disposizioni di sicurezza per evitare il contagio da pandemia; e, tout court, di dare un senso alla presenza e all’attività del Teatro, dopo quattro mesi di chiusura forzata. Per questo il ricco, variegato, impegnativo cartellone dell’ente lirico siciliano ha come suggestivo titolo “Sotto una nuova luce. Note, gesti, parole per spegnere il buio”, scritto su una splendida immagine del pronao con capitelli corinzi, che si staglia su un cielo finalmente terso, azzurro e luminoso.

Il Teatro accoglie gli spettatori con una prima riflessione – sul disagio di questi mesi, come sulla necessità di ripensare finalità e scopi di una sala musicale – sin dall’ingresso: la scalinata monumentale è interamente occupata da un video mapping firmato da Michele Innocente, che si srotola sotto gli occhi dello spettatore: carpet stratificato e composito, nelle tinte dell’azzurro di turbolente onde marine come di improvvise lacerazioni scarlatte, in sincronia con lo stilizzato, intrigante orizzonte sonoro ambient di Antonello Raggi, che si diffonde nell’intera piazza, restituendo al monumento la centralità che gli spetta. Perché in fondo è questa l’ardua mansione che il Teatro vuole riconquistare: quella di moderna agorà culturale, improvvisamente oscurata dal dolore della malattia e della sofferenza, finalmente restituita alla sua funzione sociale. Pure, superate le procedure di accesso – cui il pubblico si adatta con spirito di collaborazione e un pizzico di leggerezza, nell’esibire maschere o visiere con punte di civettuola eleganza – fa un certo effetto vedere sbarrata la porta della platea: solo i palchi vengono parzialmente occupati dal pubblico, mentre l’intera sala, oltre al palcoscenico, diventano scena dello spettacolo. Giusta la mano registica di Roberto Andò, autore anche della lettura drammaturgica, l’orchestra invade infatti la platea, in cui figurano pochi elementi scenici, firmati da Gianni Carluccio: un grande letto, al centro, e quattro tavole circolari, imbandite con altrettanti leggi, appena sotto le barcacce.

Lo scopo della nuova disposizione della sala, non unicamente dettata da misure di sicurezza, diventa evidente quando Omer Meir Wellber, direttore musicale del Teatro, sale sul podio: le prime note che risuonano nella sala sono quelle di Ella Milch-Sheriff, affermata compositrice israeliana, che ha presentato una nuova creazione, scritta su commissione congiunta del Massimo, della GewandhausOrchester di Lipsia (dove ha già debuttato nel febbraio scorso) e della BBC Philharmonic di Manchester. Der ewige Fremde (L’eterno straniero) è un percorso onirico, immaginato dalla compositrice come omaggio a Ludwig van Beethoven nel 250° anniversario della nascita, elaborato a partire da una lettera del 10 settembre 1821 inviata all’editore Tobias Haslinger di Vienna. Durante il viaggio da Baden alla capitale, sopraffatto dal sonno, il compositore immagina infatti di «viaggiare molto lontano, addirittura in Siria, addirittura in India, poi indietro, addirittura in Arabia, e alla fine a Gerusalemme». Ed è durante questa singolare circostanza che si materializzano le note di un canone satirico, sviluppato poi a tre voci, che costituisce lo spunto del brano di Milch-Sheriff.

Da qui la presenza del letto, al centro della sala, su cui riposa il narratore, mentre un livido paesaggio viene tratteggiato da archi, percussioni e ottavino: il sipario è interamente occupato da un video di Luca Scarzella, che illustra un precipitare di acque, limpido, purificatore. Sullo sfondo di un muro calcinato, su cui si libra un volo di rondini, l’oboe di Carmelo Ruggeri delinea la melodia del risveglio, nel segno di un ecumenico crossover stilistico: sinuose influenze arabe introducono infatti un Melodram di stampo brechtiano, scandito dalla voce di Eli Denker, presenza vibrante e umbratile che si fa sguardo di uno straniero, precipitato in un mondo che non (ri)conosce. L’incalzare della scrittura ritmica chiarisce il senso di una molteplicità di tributi: dietro l’incerto errare dello straniero si nasconde un’estraneità al mondo circostante che è stata di Beethoven come, più ancora, di Schubert; ma che si tinge anche di un colorito sapidamente stravinskijano, declinando un’histoire che mira a «scambiare pensieri con un essere umano», ultima spiaggia in tempi di solitudine e silenzio. Steso al proscenio, un lungo foulard bianco diventa tappeto per una preghiera laica: mentre s’infittisce il canto della «lingua degli uomini», il velo di tulle che funge da sipario si fa trasparente. Lascia così intravedere un’umanità imprigionata dietro un reticolo di sbarre sempre più fitto, mentre un’ipnotica cantillazione «racconta la nostalgia del cuore», nell’ostinato dell’incandescente ballata finale, che Denker avvia battendo le mani su un djembe, moderno strumento della diaspora globale, mentre sul velario si materializzano i tratti di un’insanabile voragine purulenta. Dedicatario del componimento, Wellber sottolineala violenza dell’urto sonoro, l’impatto drammatico dispiegato a piena orchestra che suggella il componimento: il foulard si trasforma in candido turbante che ricopre il capo del viandante, pronto ad accovacciarsi nuovamente a letto, quasi abbracciando lo strumento. Le sue ultime parole, «Tu sei l’unica luce della mia vita in un mondo senza dio», impercettibilmente trascolorano e si sovrappongono all’attacco in pianissimo della Messa in do maggiore, op. 68, di Ludwig van Beethoven.

Il sipario finalmente si apre: con i solisti, che occupano le quattro tavole, la scena si riempie del coro, che domina gli spalti. Spetta all’ambrosia di Laura Giordano lenire l’afflato risanatore del “Kyrie”, imbibito del nitore lattiginoso di una voce che si è fatta più corposa, senza rinunciare alla morbidezza e alla purezza del legato che, da sempre, ne sono il tratto distintivo. Ma è soprattutto la bacchetta di Wellber a delineare un percorso in crescendo, che dall’appello dei singoli, sontuoso tripudio di eleganza haydniana, porta agli accenti trionfali del “Credo”, superbamente enunciato dalla compagine corale, preparata da Ciro Visco: in un prezioso gioco di chiaroscuri in cui s’inserisce anche la presenza stentorea di Luis Gomes, che si vorrebbe più attento alle dinamiche; e il granitico, pastoso velluto di Marianna Pizzolato, in un “Qui tollis” infranto dalle pause, accorata perorazione poi ripresa anche dagli altri solisti, tra cui il fibroso Evan Hughes. La bacchetta di Wellber perfettamente coglie il contrasto tra oasi di carattere più intimista, fino al travolgente fugato del “Cum Sancto Spiritu”, compatto nella densità della definizione corale.

È a partire dal “Credo” che emerge con vigore la scrittura dichiaratamente beethoveniana della Messa, in una dimensione sinfonica che si staglia sin dalla prima parola, chiave di volta non soltanto della liturgia cattolica, ma del pensiero dell’autore. La tragedia del “Crucifixus” si stempera in un “Et resurrexit” che procede dal basso fino al fugato che trova il suo perno espressivo nell’energia dell’“Et in Spiritum Sanctum”, enunciato dal mezzosoprano e ripreso dal coro, fino allo smagliante La acuto del soprano. È come se progressivamente si schiudessero nuovi scenari: il giubilo del “Pleni sunt cœli” risolve nell’estatica, liederistica purezza del “Benedictus”, in una scrittura polifonica che la bacchetta accompagna, esalta, teneramente accarezza.
È forse questa la sezione in cui maggiormente si avvertono gli scompensi di un’acustica ‘ripensata’ in maniera diversa da quella originaria: perché rischia di mettere in risalto alcune famiglie orchestrali, mentre il coro, dal palcoscenico, s’impone con massiccia evidenza. Sono, naturalmente, gli inevitabili disequilibri di una disposizione d’emergenza, che pure era difficile immaginare diversamente. Emergono, tuttavia, anche dei vantaggi: evidenti quando, nell’“Agnus Dei” conclusivo, l’angoscia del “Miserere” porta in primo piano il cantabile del clarinetto di Edoardo Punzi, d’incantevole duttilità mozartiana, fino all’invocazione del “Dona nobis pacem” che unisce soli, coro e orchestra all’abbraccio del pubblico. Senza retorica, nel segno della più alta utopia beethoveniana di fratellanza, condivisione, fiducia nel futuro, prossimo venturo.

Teatro Massimo – Sotto una nuova luce
Ella Milch-Sheriff
DER EWIGE FREMDE 
Monodramma per attore e orchestra su testo di Joshua Sobol
Voce recitante Eli Denker

 Ludwig van Beethoven
MESSA IN DO MAGGIORE
per soli, coro e orchestra, op. 86
Soprano Laura Giordano
Mezzosoprano Marianna Pizzolato
Tenore Luis Gomes
Basso Evan Hughes

Orchestra e Coro del Teatro Massimo di Palermo
Direttore Omer Meir Wellber
Maestro del coro Ciro Visco
Regia e disegno dello spazio scenico Roberto Andò
Scene e luci Gianni Carluccio
Video Luca Scarzella
Video mapping Michele Innocente
Musica installazione Antonello Raggi
Il concerto è disponibile in streaming al link:
https://www.arte.tv/en/videos/098650-000-A/omer-meir-wellber-conducts-beethoven/
Palermo, 5 luglio 2020

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