Chiudi

Palermo, Teatro Massimo – Falstaff

Condivisioni

Forse Luca Ronconi pensava alla «giornataccia nera» di Falstaff quando, nel novembre del 2013, per il Petruzzelli di Bari firmò la sua terz’ultima regia lirica, terza ripresa del capolavoro di Giuseppe Verdi dopo le precedenti versioni, al Comunale di Firenze, per il Maggio del 2006, e ancor prima al Festival di Salisburgo del 1993, con la direzione di Georg Solti. Era forse – anche da parte sua, e non soltanto del compositore – una sorta di testamento spirituale, di premonizione della conclusione di una fulgida parabola artistica, sempre ricca di stimoli e di suggestioni? La domanda ci ha accompagnato durante la visione dello spettacolo, recentemente ripreso al Teatro Massimo di Palermo in un clima di trepidante attesa e di affettuosa partecipazione: la prima perché la commedia lirica verdiana era stata scelta per tenere a battesimo la sala del Basile, la sera del 16 maggio del 1897, con la partecipazione di Leopoldo Mugnone sul podio; ed era stata eseguita per l’ultima volta nel capoluogo isolano nell’ormai lontano 1997, nella sede ‘provvisoria’ del Politeama Garibaldi; e la seconda perché ben cinque dei dieci interpreti dello spettacolo erano di origini palermitane, seguiti con particolare attenzione da parte di un pubblico che, come pochi altri, segue le tappe della carriera degli artisti locali, sostenendone gli esiti.

Se c’è un elemento che lascia fortemente perplessi, tuttavia, è proprio lo spettacolo ronconiano, per l’occasione fedelmente ripreso da Marina Bianchi. Il regista procede per sottrazione, epurando un microcosmo delimitato unicamente da teli bianchi, appena ‘sporcati’ dal trascorrere del tempo e, forse, anche dalla nequizia umana. Ad abitare questo spazio scenico, disegnato da Tiziano Santi, è unicamente un gigantesco lettone, nelle scene della Giarrettiera, con due poltrone sfondate, miserabile trono consumato dall’usura; e infine alcune ‘macchine’ da guerra, segno di una fin de siècle in cui la rivoluzione industriale raggiunge e invade il Nord-Italia, rovinosi trabiccoli su cui si muove un’umanità varia, tutt’altro che gioiosa ma anzi sinistra, complottista, pericolosamente avversa a Falstaff e alle sue umanissime pulsioni. È, insomma, un mondo all’incontrario, come efficacemente sintetizza la gran quercia di Herne, che incombe sottosopra sul letto dove riposa il sir: a tal punto da lasciar pensare che tutta l’ultima scena, in cui le pareti laterali vengono occultate in una notte nera, sia il più lugubre degli incubi immaginabili. La «tregenda» si muta così in fosca allucinazione kafkiana, in cui folletti, spiriti e diavoli indossano maschere inquietanti, diventano «ombre» tutt’altro che «serene», giganteschi, spaventosi insetti che perseguitano Falstaff, lo tormentano e lo vessano, fino al punto in cui il dissoluto sarà definitivamente, crudelmente punito. Più che una burla, insomma, Ronconi impallina e impiomba una parabola umana improntata al più irredimibile pessimismo, mette in scena una storia in cui tutti finiscono per essere «gabbati»: lo dimostra la «risata finale», la celeberrima fuga che tutti i personaggi intonano al proscenio, le gambe penzoloni sulla fossa orchestrale, pronti a essere inghiottiti nella voragine dell’abisso.

Tutto questo contrasta, fortunatamente, con la parte strettamente musicale dello spettacolo: che tuttavia inevitabilmente ne risente, se non altro per il modo in cui vengono tratteggiati situazioni ed eventi, che programmaticamente eludono il sorriso, per non dire la risata. Felice è la prova di Daniel Oren, che ormai da alcuni anni coltiva una sintonia particolare con l’Orchestra del Teatro, recentemente guidata in almeno un paio di titoli della fine Ottocento italiana, La bohème e Pagliacci. Nelle mani del direttore israeliano Falstaff diventa materia incandescente, inarrestabile brulichio, caleidoscopio di strumenti e strumentini pronti a dar voce alle «migliaia di lingue» che popolano e agitano la partitura: unica fonte di una teatralità che singolarmente latita sul palcoscenico e che ritrova brillantezza ed esaltante gioco di contrasti dinamici in una direzione di levigata trasparenza, protesa allo slancio ritmico, opportunamente attenuato nelle due parentesi liriche dei fidanzatini. La commedia lirica verdiana non è, insomma, sintesi del secolo che chiude, ma virtuosistica anticipazione di quello che si appresta a principiare, con una vena di neoclassico nitore stravinskijano che alleggerisce le tinte e attenua i colori per esaltare la filigrana orchestrale; senza rinunciare alla rilucente tradizione di un’italianità che traspare dall’opulenza degli ottoni come dalla raffinata rifinitura dei fiati.

L’intera distribuzione vocale è assortita in maniera omogenea; s’inserisce con spigliata accortezza, nel finale ultimo, anche la compagine corale, preparata da Ciro Visco. In poche altre opere i ruoli comprimariali hanno un’importanza strategica: qui, con l’imponente, allampanato Pistola di Gabriele Sagona, s’impongono lo svettante, esemplare Bardolfo di Saverio Fiore, come Carlo Bosi è ormai presenza irrinunciabile come caratterista, qui impegnato in un Cajus da manuale, sin dalle insinuanti invettive iniziali. Le quattro comari sono capeggiate dall’Alice di Roberta Mantegna, finalmente scritturata in una parte che ne mette in luce tutta la spigliata freschezza, la morbidezza del drappeggio vocale, la misurata presenza scenica. Jessica Nuccio si disimpegna con eleganza nel ruolo di Nannetta, anche se, nel corso degli anni, la voce ha ormai acquisito una maturità che la destina verso approdi più consistenti. Nondimeno, «Sul fil d’un soffio etesio» viene tornito con accorta ricerca della linea melodica, così come la sua voce si fonde con grazia con il Fenton di Giorgio Misseri, che coniuga giovanile baldanza e limpidezza nel registro acuto. Negli austeri panni vedovili di Quickly, Marianna Pizzolato evita con accortezza di straripare, ma si inserisce con classe in un quartetto che la Meg di Jurgita Adamonyte completa con gusto e squisita distinzione.

È tra i due baritoni, tuttavia, che si gioca una partita ad armi pari. Alessandro Luongo, che a Palermo era già stato scattante, agile Figaro mozartiano, adesso incarna un Ford inedito, giovanile e pugnace, pienamente implicato nelle trame che ordisce con gusto dell’inganno e della beffa. Ha voce penetrante e fortemente caratterizzata e il gran monologo ‘delle corna’ è un convincente pezzo di teatro, perfettamente giocato sul piano delle sfumature. Si contrappone così al Falstaff sornione di Nicola Alaimo, che ottiene unanimi consensi riproponendo un modello che, non solo idealmente, recupera ed esalta la caratura buffa, appresa dallo zio Simone. Non è soltanto una questione di gestualità, che ammicca e coinvolge il pubblico, ma soprattutto di un’arte del fraseggio fondata sulle ragioni del canto: grazie alla gestione di uno strumento omogeneo su tutta la gamma, opportunamente sonoro eppur capace di mille scarti dinamici, si impone con franchezza nel canto di conversazione. Ne è dimostrazione il monologo sull’onore, capace di scavare nella parola scenica verdiana, renderla incandescente, vibrante: con quel gioco di domande e risposte, di quesiti retorici che rimbalzano verso folgoranti risposte in cui si palesano arguzia, intelligenza, estro. È una pagina di alto rilievo, suggellata da un luminoso sol acuto, che trova il suo pendant ideale al principio del terzo atto, quando la bonomia si tinge di una tinta lunare ma pur sempre vitalissima: come dimostra il brillantissimo crescendo finale («E il trillo invade il mondo!!!») del monologo della Giarrettiera, in cui si accontenta di un raggio di sole e di un bicchiere di vin caldo per guardare la giornata con occhi diversi. Una lezione da meditare, con levità e schiettezza, prima di precipitare nella notte nera, che non permette di distinguere sogni, incubi, ossessioni.

Teatro Massimo – Stagione di opere e balletti 2020
FALSTAFF
Commedia lirica in tre atti di Arrigo Boito
Musica di Giuseppe Verdi

Sir John Falstaff Nicola Alaimo
Ford Alessandro Luongo
Fenton Giorgio Misseri
Dottor Cajus Carlo Bosi
Bardolfo Saverio Fiore
Pistola Gabriele Sagona
Mrs. Alice Ford Roberta Mantegna
Nannetta Jessica Nuccio
Mrs. Quickly Marianna Pizzolato
Mrs. Meg Page Jurgita Adamonyte

Orchestra e Coro del Teatro Massimo di Palermo
Direttore Daniel Oren
Maestro del coro Ciro Visco
Regia Luca Ronconi ripresa da Marina Bianchi
Scene Tiziano Santi
Costumi Tiziano Musetti
Luci A.J. Weissbard
Allestimento del Teatro Petruzzelli di Bari
in coproduzione con il Teatro di San Carlo di Napoli e il Maggio Musicale Fiorentino
Palermo, 23 febbraio 2020

image_print
Connessi all'Opera - Tutti i diritti riservati / Sullo sfondo: National Centre for the Performing Arts, Pechino