Palermo, Teatro Massimo – Cavalleria rusticana

C’era ancora bisogno dell’ennesima Cavalleria rusticana? In Sicilia, dove l’opera viene eseguita un anno sì e l’altro pure, francamente no. Anche perché sistematicamente se ne coltiva, peggio, se ne magnifica quella dimensione da cartolina illustrata, da presepe napoletano di eduardiana memoria, ormai diventata francamente insopportabile. Ci ritenta il Teatro Massimo di Palermo, nel corso della rassegna estiva “Sotto una nuova luce” al Teatro di Verdura, con una motivazione forte: i ruoli principali sono assegnati infatti alla coppia che quest’anno avrebbe dovuto interpretare il capolavoro di Mascagni all’Arena di Verona, il tenore francese Roberto Alagna, di origini siciliane, e la moglie, Aleksandra Kurzak, per un evento non soltanto mediatico, ma fortunatamente anche musicale.

Anche in questo caso il bozzetto siciliano, la descrizione d’ambiente fa capolino in maniera pressoché ineludibile. L’opera viene presentata infatti in forma di concerto ma, di fatto, al rigore di un’esecuzione al leggio si preferisce un’invadente mise en espace che ne certifica l’irresistibile teatralità, ma che al tempo stesso induce a restituire gli aspetti più vieti ed esteriori di una prossemica ormai datata: dagli ancheggiamenti di una Lola glitterata, che attraversa la platea durante la Siciliana, alla frusta di Alfio, che schiocca ma non troppo, ai fiaschi di vino spumeggiante; dalle preghiere in ginocchio a mani giunte fino alle braccia tese da ausiliari del traffico; alla morte di Turiddu, che cade in quinta a corte mentre una prefica inchioda il pubblico, passandogli innanzi con piglio da sipario brechtiano, squarciando il silenzio con l’orroroso grido finale.

Non tutto è routine, tuttavia. Le felici sorprese arrivano già dal podio, saldamente in pugno a Carlo Goldstein. Che ami Cavalleria rusticana lo si intuisce sin dalle prime battute, in cui distilla le pagine descrittive della partitura: dilatando l’agogica, smussando gli angoli, alla ricerca di un suono sempre morbido, rotondo, levigato, di una lettura cautamente sinfonica, equilibrata, attenta alle suadenti curve melodiche del disegno orchestrale. È una scelta che si accentua soprattutto nell’arcaica lentezza rituale delle pagine corali, in cui ancora una volta s’impone il magnifico lavoro svolto da Ciro Visco, a capo di una compagine di solida compattezza, eppur capace di affondi carezzevoli («Gli aranci olezzano»), maschie e vigorose risposte («In mezzo al campo»), fino al germinare dell’Inno pasquale, che procede dalla vellutata vaporosità iniziale, quasi fosse profumo che si spande da un incensiere, sino alla bella potenza espressiva finale. E tutto questo si raggruma in un Intermezzo che, opportunamente, serve per stemperare i toni, allontanando – e fors’anche desiderando dimenticare – l’urgenza dei fatti narrati.

Le attese erano tutte incentrate sull’atteso ritorno di Roberto Alagna, da sedici anni assente dalle scene siciliane. L’inizio, francamente, delude parecchio, non solo per alcune incomprensibili modifiche testuali («muoru ammazzato», invece che «accisu»), ma soprattutto per un approccio stentoreo, muscolare, altisonante di quella che dovrebbe essere una serenata, e diventa invece un proclama. Altrettanto dicasi per il congedo, che lo vede affaticato (nel si bemolle acuto su cui culmina l’addio alla madre) e costretto a forzare il suono. Nel più ampio contesto di un’interpretazione estroversa e incisiva del ruolo di Turiddu, il meglio viene dal grande duetto con Santuzza: pagina che Alagna affronta esibendo la travolgente bellezza di un timbro caldo, solare e mediterraneo, di un fraseggio incandescente e incendiario, fino all’unisono finale, l’a due intonato al calor bianco, scolpendo la violenza cinica e brutale del personaggio.
Più interessante la Santuzza di Aleksandra Kurzak, al debutto nel ruolo, che riprende un modello interpretativo dichiaratamente sopranile e di grande ricercatezza formale. Resiste, infatti, alle concessioni veriste, alle forzature di suono, agli sbalzi intervallari destinati a rafforzare la veemenza delle invettive: ché anzi cesella il disegno melodico delle frasi, svetta nella tenuta degli acuti (soprattutto lo smagliante la acuto al termine della Romanza), profitta di una levigata corposità in un registro grave di cui opportunamente non abusa. Anche nel suo caso, tanto l’Inno quanto il grande duetto risultano tra le pagine più coinvolgenti della serata, fino all’Andante appassionato che ne costituisce il vertice emotivo, intensamente eloquente.
Completano il cast l’autorevole Lucia di Romina Boscolo, che con i suoi gravi abissali perfettamente incarna il ruolo della madre sicula; e la sensuale Lola di Sofia Koberidze, sicura e in bella evidenza nel sinuoso Stornello. Merita invece un prova d’appello l’Alfio di Ernesto Petti, acerbo nella vibrante sortita, ma che guadagna terreno nel duetto, dove meglio riesce a dosare un materiale vocale importante e di notevole ampiezza, invero ancora grezzo. Quasi a voler rammentare che l’equilibrio è, forse, la dote più difficile da perseguire in un titolo come Cavalleria rusticana: oltre il dagherrotipo d’epoca, se si vogliono cogliere i colori accesi di oggi, il dolore muto di ieri, lo stupore di sempre. [Rating:3/5]

Teatro Massimo al Teatro di Verdura – Sotto una nuova luce
CAVALLERIA RUSTICANA
Melodramma in un atto di Guido Menasci e Giovanni Targioni-Tozzetti
dal dramma omonimo di Giovanni Verga
Musica di Pietro Mascagni

Santuzza Aleksandra Kurzak
Turiddu Roberto Alagna
Lucia Romina Boscolo
Alfio Ernesto Petti
Lola Sofia Koberidze

Orchestra e Coro del Teatro Massimo di Palermo
Direttore Carlo Goldstein
Maestro del coro Ciro Visco
Palermo, 11 agosto 2020