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Palermo, Teatro di Verdura – Nona Sinfonia di Beethoven diretta da Omer Meir Wellber

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Costruire il futuro. Era certo già nelle intenzioni di Ludwig van Beethoven, che con la sua nona e ultima Sinfonia in re minore, op. 125, nel 1824 consegnava un capolavoro d’impianto visionario e di significato profetico, pietra miliare del repertorio non solo ottocentesco. Ma lo è forse ancora di più oggi, in tempi di ‘ricostruzione’ post-pandemia, in cui ogni esecuzione del brano viene influenzata, più che dalle esigenze celebrative dell’anniversario beethoveniano, inevitabilmente passato in secondo piano rispetto alla programmazione, soprattutto dal confronto, dal dialogo, dallo scavo interpretativo di un testo che è sintesi e ardito riepilogo del passato – a cominciare dai generi percorsi, dal canone melodrammatico alla polifonia sacra, dalle convenzioni ‘turchesche’ agli empiti militareschi – ma in special modo porta aperta, spalancata verso il futuro.

Forse anche per questo il componimento è stato scelto dal Teatro Massimo di Palermo per la ripresa delle attività estive nella suggestiva cornice del giardino ornamentale del Teatro di Verdura di Villa Castelnuovo: tripudio ottocentesco di una vegetazione rigogliosa, da sempre cara al pubblico nonostante i problemi derivanti dall’esecuzione en plein air, cui si tenta di sopperire con un’amplificazione migliorata rispetto al passato, ma pur sempre fin troppo asettica, asciutta, parca di armonici e sfumature. Il distanziamento di solisti, professori d’orchestra e artisti del coro, peraltro, rende più impervia la ricerca di coesione, che pure raggiunge livelli soddisfacenti. Sul podio, autentico demiurgo della direzione è il direttore musicale dell’ente lirico siciliano, Omer Meir Wellber, che con i suoi 68 minuti di esecuzione si pone nel solco di una tradizione tedesca che, da Josef Krips a Herbert von Karajan, ha preferito scatenare una visione tanto compatta quanto incalzante dell’opera: prendendo così le distanze da chi – a cominciare dal suo mentore, Daniel Baremboim – preferiva attardarsi a considerarne l’aspetto più pensoso e meditativo.

Il direttore israeliano, semmai, considera la Nona Sinfonia come una summa della storia dell’umanità: a cominciare da un incipit magmatico e oscuro, in cui le celeberrime quinte vuote iniziali, che saranno da modello per Wagner come per Bruckner, si profilano quale matassa ingarbugliata, dipanata fino all’impercettibile comparsa del primo tema in pianissimo, su quel tremolo d’archi che figura tra le tante innovazioni della tarda ispirazione beethoveniana. E proprio da qui è dato cogliere l’impatto drammatico – se non addirittura drammaturgico – dell’interpretazione di Wellber: che scaglia un dardo, costruisce l’ardita campitura di una grandiosa costruzione a lunga gittata, ma di cui sin da subito s’intravede l’esito trionfale. Si tratta, naturalmente, di una materia problematica e contorta: lo testimoniano le singole ferite – il fagotto che nel primo movimento scolpisce la tonica nel registro grave – come la capacità di incastonare il materiale tematico con una fluidità che si fonda sul morbido tappeto degli archi. L’orchestra dà prova di una duttilità destinata a esplodere nel momento forse più convincente – senz’altro più commovente – dell’intera lettura di Wellber, l’Adagio molto e cantabile, in cui non soltanto smussa l’energia e lo slancio del precedente Scherzo; ma soprattutto costruisce l’Andante moderato approfittando della struttura ternaria e venandolo di una cantabilità liederistica, di un passo danzante che anticipa Mahler: ma di un lirismo senza voce, limitato al raffinatissimo scambio tra archi e legni, sguardo doloroso su una civiltà nobilissima eppur ormai compiuta.

Il Presto finale costituisce la risposta allo sguardo interrogativo del movimento precedente, l’architrave che corona il tempio: senza la Gioia, senza la Libertà nulla ha più senso nel lungo corso dell’umanità. L’avvio scuote l’intera compagine orchestrale; ma soprattutto il vigoroso recitativo del basso, «O Freunde, nicht diese Töne», che trova in Gianluca Buratto un interprete ispirato quanto vigoroso. L’intero quartetto, tuttavia, ben si dispiega nell’intervento conclusivo, forse con la parziale eccezione di René Barbera, che nell’Allegro assai vivace alla marcia, «Froh, wie seine Sonnen fliegen», come sempre associa un timbro splendente negli acuti a una genericità d’accenti che ormai si ripete stancamente, qualsiasi cosa canti: forse possibile altrove, ma non nel caso della poesia di Schiller.

Formidabile è l’impatto della compagine corale, che nella direzione di Ciro Visco trova non solo la precisione del difficilissimo attacco di «Freude, schöner Götterfunken», che Wellber fa risuonare con travolgente scatto händeliano; ma soprattutto il carattere meditativo dell’Adagio ma non troppo, ma divoto, in cui limpida si spande la gratitudine per l’abbraccio fraterno che accomuna l’umanità sotto la volta stellata. È questo l’inizio di un’ascesa verso le regioni illuminate dalla Ragione, in cui perfettamente si integrano lo spessore della vocalità sopranile di Desirée Rancatore, che svetta nitida nella perigliosa salita verso il si sovracuto, «dolce ala» della Gioia che si posa sul destino degli uomini; come quella contraltile di Chiara Amarù, vellutata e brunita quale indispensabile collante nel legare il quartetto vocale. L’esplosione tellurica dell’Allegro energico finale non potrebbe essere più trascinante: dispiegando un orizzonte di entusiasmo, fondato sulla certezza della musica.

Teatro Massimo al Teatro di Verdura – Sotto una nuova luce
Ludwig van Beethoven
Sinfonia n. 9 in re minore, op. 125, “Corale”, per soli, coro e orchestra

Soprano Desirée Rancatore
Contralto Chiara Amarù
Tenore René Barbera
Basso Gianluca Buratto

Orchestra e Coro del Teatro Massimo di Palermo
Direttore Omer Meir Wellber
Maestro del coro Ciro Visco
Palermo, 11 luglio 2020

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