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Napoli, Teatro San Carlo – Riccardo Muti e la Chicago Symphony Orchestra in concerto

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Palco Reale tra i flash delle grandi occasioni con vertici in fila del Mibact (il ministro Dario Franceschini e il Segretario Generale Salvo Nastasi), del riformulato Mur (il neo-nominato Gaetano Manfredi), della città di Napoli (il sindaco Luigi de Magistris e il governatore Vincenzo De Luca) più entrambi i sovrintendenti – Purchia in aprile uscente e Lissner in arrivo – della Fondazione San Carlo mentre, a dominare l’intero teatro gremito, dal palcoscenico, l’arte somma della bacchetta di scuola napoletana più celebre al mondo, quella di Riccardo Muti, alla testa di una delle migliori compagini sinfoniche d’Oltreoceano, con prime parti divenute già leggenda.

È partita così fra le alte autorità e il più vivo successo la tournée italiana di Muti e della sua rilucente Chicago Symphony Orchestra scegliendo, certo non a caso nel decennale della sua salda liaison alla Direzione musicale della formazione nel Midwest degli States, la Stagione di Concerti del Teatro San Carlo e la città del Golfo. Città nella quale, rivolto apertamente verso il pubblico, il Maestro di origini pugliesi ha ancora una volta ricordato di essere nato a via Cavallerizza numero 14 per poi iniziare lì, negli anni a seguire, i suoi primi studi musicali con i Maestri Vincenzo Vitale e Aladino Di Martino. Per l’attesa occasione, resa possibile grazie al sostegno finanziario del progetto Concerto d’Imprese, a potenziamento della Stagione Sinfonica, al suo secondo anno di vita e alimentato da un gruppo di eccellenze imprenditoriali del territorio campano, la scelta di un bellissimo programma, di ampio respiro e segno ben mirato nell’abbraccio ideale fra l’Europa e l’America diviso, com’era, fra un singolare mashup di dieci brani estratti a incrocio dalle due Suites composte nel 1936 dal balletto Romeo e Giulietta di Sergej Prokof’ev e la Sinfonia n. 9 in mi minore “Dal Nuovo Mondo”, anno 1893, del boemo Antonín Dvořák.
Immancabili anche in tal caso le tirades del Maestro che, con ironia fra un tempo e l’altro della serata, si è lamentato del forte caldo e di un buio eccessivo in sala, tanto da ricordargli il famoso Cimitero delle Fontanelle; quindi, accontentato dell’una e l’altra richiesta, è passato a una battuta sull’ultima Sinfonia di Dvořák, «scritta per la New York Philharmonic ma senz’altro – ha ipotizzato divertito – suonata meglio dalla Chicago» per poi concludere, nel regalare fuori programma l’Intermezzo dalla Fedora del foggiano Umberto Giordano in omaggio a un compositore del Regno di Napoli e pur «non volendo fare il tribuno», dichiarandosi «al 200 per cento uomo del Sud» deciso a rafforzare anche nel pubblico a eco del tema dell’Aria “Amor ti vieta” «quell’amore che vieta di non amare una città di simile bellezza». Parimenti immancabili, in termini di interpretazione, l’intelligenza e la perfezione scolpite, pur con forza differente negli esiti, attraversando le due partiture.

L’attacco del primo tassello Capuleti e Montecchi affiora lancinante e lucidissimo nella sottile lama sonora forgiata nell’amalgama mirabile di ottoni e percussioni, cui ha risposto un delicato velo tessuto degli archi. A partire dalle contrapposizioni a blocco tra le due fazioni veronesi si avvertiva intanto, a seguire, un tracciato di lettura a briglie tese, se non a freno, che in realtà ha inteso semplicemente mirare dritto a caricare tensione per lasciare deflagrare solo molto più avanti sostanza ed energia, allo sferzante climax della morte di Tebaldo in settima posizione, scandita dai quindici sordi quanto potenti colpi di timpani dopo la folle corsa dell’intera famiglia degli archi e la fanfara distorta di legni e ottoni. Nel frattempo, il tema della Giovane Giulietta si insinua morbido e leggero ma sempre fermandosi a un controllato smalto di superficie mentre gli scatti coreutici, o gli spunti marziali, vivono di migliore peso e plasticità sonora in virtù dei contributi di pregio veramente raro ascoltati dal tamburo militare grazie alla bravissima Cynthia Yeh e dai fiati più scuri (si citano almeno gli eccellenti David Cooper al primo corno, Esteban Batallán alla prima tromba, Jay Friedman al primo trombone e Gene Pokorny alla tuba), a fronte di legni infallibili per tecnica e intonazione ma dall’affondo timbrico meno peculiare e accattivante rispetto ad alcune delle migliori prime parti sancarliane. Nel complesso, la Chicago Symphony Orchestra risponde a meraviglia agli sguardi esigentissimi del mentore Muti e a una gestualità che fra mani, braccia e flessione in avanti del corpo, controlla al millesimo attacchi, metri e dinamiche.
L’intesa in Prokof’ev è sorprendente ma è in Dvořák, così come d’altra parte la stessa temperatura degli applausi del pubblico ha rivelato, arriva a toccare vette prossime al sublime, restituendo una Sinfonia “Dal Nuovo Mondo” di bellezza raffinata e inaudita. La tornitura dei temi negri e indio-americani uniti al sentire nostalgico delle radici boeme, la tinta autentica del cuore spiritual o del melos celtico-irlandese, quanto la ferrea solidità strutturale di scuola tedesca unita al pieno respiro sinfonico, sono magnifiche misture restituite al meglio. E appaiono, anzi, come la voce più intima e autentica nel dna della compagine di Chicago, fra aperture aurorali, colori autoctoni e accorati incanti.
Il trionfo, al termine, è ampiamente meritato.

Teatro San Carlo – Stagione di concerti 2019/20
RICCARDO MUTI / CHICAGO SYMPHONY ORCHESTRA

Sergei Prokof’ev
Suite da Romeo e Giulietta

Antonín Dvořák
Sinfonia n. 9 in mi minore “Dal Nuovo Mondo”

Bis: Umberto Giordano
Intermezzo da Fedora

Chicago Symphony Orchestra
Direttore Riccardo Muti
Napoli, 19 gennaio 2020

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